GAZA, ORA DICONO “BLACK FLAG” ANCHE LE UNIVERSITÀ ISRAELIANE da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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GAZA, ORA DICONO “BLACK FLAG” ANCHE LE UNIVERSITÀ ISRAELIANE da IL FATTO

Gaza, ora dicono “Black Flag” anche le università israeliane

 Tomaso Montanari  11 Agosto 2025

La proposta. Gli atenei italiani dovrebbero sfruttare gli accordi accademici in essere con Tel Aviv per invitare questi coraggiosi professori a parlare nelle nostre aule

Le università israeliane si sono finalmente svegliate. Negli ultimi mesi, sono cresciute le adesioni al “Gruppo di azione Black Flag”, formato da accademiche e accademici che prendono il nome dalle parole di un giudice che, nel 1956, condannò i militari israeliani responsabili del massacro di Kafr Qasim, dove furono uccisi 48 palestinesi: quel giudice disse che l’ordine di uccidere i civili era palesemente illegale, e che una “bandiera nera” sventolava idealmente su quel commando assassino. Da allora, in Israele black flag indica appunto un ordine illegale: come quello del genocidio di Gaza.

Gli oltre 1500 docenti delle maggiori università di Israele che aderiscono a Black Flag denunciano con forza il silenzio complice della gran parte dell’accademia israeliana: “Tra gli obiettivi dichiarati della guerra, come definiti negli ordini per l’attuale operazione militare ‘Carri di Gedeone’ vi è la ‘concentrazione e la deportazione della popolazione’. Si tratta di una litania terrificante di crimini di guerra, e persino di crimini contro l’umanità: tutti opera nostra. Come accademici, riconosciamo il nostro ruolo in questi crimini. Sono le società umane, non solo i governi, a commettere crimini contro l’umanità. Alcuni lo fanno con la violenza diretta. Altri lo fanno approvando quei crimini e giustificandoli, prima e dopo il fatto, e mantenendo il silenzio, e mettendo a tacere le voci nelle aule universitarie. È questo legame di silenzio che permette a crimini così chiaramente evidenti di continuare ad essere compiuti, senza essere riconosciuti come tali. Non potremo affermare di non aver saputo”. Con azioni non autorizzate, e dunque sanzionate dall’autorità accademica, Black Flag espone nei campus le fotografie dei bambini uccisi o moribondi per fame, e organizza incontri pubblici e seminari per spiegare cosa succede a Gaza: in un paese in cui i media, e la gente, di Gaza invece non parlano.

Questa assunzione di responsabilità collettiva non prevede attenuanti, o giustificazioni: Black Flag ha scelto di rinunciare alla irrinunciabile menzione del 7 ottobre, smontando così il dispositivo retorico giustificazionista che invece ancora imperversa nei media italiani, e affermando che ciò che Israele sta compiendo a Gaza sta in una scala morale, storica e giuridica incomparabile. Benché nel manifesto collettivo gli accademici abbiano scelto di non usare la parola “genocidio” (per non perdere le firme di coloro che non sono ancora pronti a farlo), moltissimi di loro la utilizzano nelle singole iniziative o interviste. E, come ha notato Agence Media Palestine, “la mobilitazione Black Flag ha la particolarità di mettere la sofferenza palestinese al centro delle sue obiezioni alla guerra, a differenza di molte altre mobilitazioni israeliane che rivendicano in primo luogo il ritorno degli ostaggi, ma rimangono indifferenti ai crimini commessi a Gaza”.

“Molti organismi internazionali – scrivono i professori – denunciano una grave carestia, risultato di una politica intenzionale e apertamente dichiarata del governo israeliano, e la deliberata trasformazione di Gaza in un’area incompatibile con l’abitazione umana. Israele continua a bombardare ospedali, scuole e altre istituzioni”. La conclusione del documento è all’altezza del resto: “Non ci perdoneremo mai. È nostro dovere agire per fermare il massacro; è nostro dovere salvare vite umane. È nostro dovere salvare ciò che può ancora essere salvato del futuro di questa terra. Le istituzioni di istruzione superiore in Israele devono alzare la voce, rivolgersi ai propri studenti e al grande pubblico, guardare direttamente alla realtà e chiamare le cose con il loro nome: azioni indicibili compiute in nostro nome, con le nostre stesse mani, che alla fine porteranno alla distruzione dell’istruzione superiore in Israele e dell’intera società”.

Sarebbe davvero importante se docenti e studenti delle università italiane sfruttassero gli accordi accademici con Israele per invitare questi coraggiosi colleghi israeliani a parlare, in presenza o in collegamento, nelle nostre aule, nelle nostre assemblee. Anche noi abbiamo un problema con il nostro governo e con il nostro sistema mediatico, rispettivamente coautore e largamente complice nel genocidio palestinese: coloro che nelle università italiane e israeliane condividono valori e analisi hanno l’occasione per costruire un’azione comune, da allargare a tutte le università occidentali. Sarebbe una bella lezione anche per il nostro mainstream progressista scoprire che perfino in Israele esiste qualcuno più preoccupato per la vita dei palestinesi, che per la reputazione dello stesso Israele. Qualcuno più umano di Grossman, per intenderci. Da Netanyahu a Trump, i registi del genocidio palestinese odiano le università: ebbene, diamo loro una buona ragione per farlo, organizziamo il dissenso, rendiamolo più rumoroso possibile. Perché, come dicono le colleghe e i colleghi di Balck Flag, “non potremo affermare di non aver saputo”.

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