CONTE, IDEA DI PROGRAMMA SUI SALARI PRIMA DEL “WOKE” da IL FATTO e PROSSO
Conte, idea di programma sui salari prima del “woke”
Eugenio Mazzarella 25 Agosto 2026
Giuseppe Conte è intervenuto in modo importante, non solo sul piano politico, ma anche sul piano teorico (è nelle sue corde) sugli eccessi della cultura woke, che nel suo generalizzarsi nel conformismo del politicamente corretto a sinistra e nel più generale estremismo della cancel culture ha dato un assist forse decisivo all’affermarsi in America della destra trumpiana. Se ne è resa conto la dem Ocasio-Cortez correggendo la (sua stessa) rotta in previsione delle prossime Presidenziali. Stessa facilitazione al dilagare delle destre in Europa ne è venuta dalla sua importazione. In Italia peraltro tanto più improvvida nei suoi aspetti di cancel culture, stante l’impronta (fortunatamente) “storicistica” della nostra cultura.
Con lucidità – nella prospettiva di elezioni politiche che non si possono perdere se non si vuole riconsegnare alle destre il Paese – Conte segnala il tema e il problema. E non certo per buttare a mare il contenuto progressivo, inclusivo del woke, ma per segnalarne le derive a perdere per la sinistra, e in generale per un progressismo politico. E più sostanzialmente l’insufficienza della narrativa woke a dare ragione, e sbocchi di rappresentanza politica e soluzioni di governo, ai bisogni di “popolo” (anche del suo) per un programma politico progressista e/o di sinistra. Testualmente: “È impensabile affrontare queste sfide (le sfide della diseguaglianza, vera ‘ragion di Stato’ di un programma politico che si voglia opporre alle destre e alla loro copertura politica del neoliberismo tecno-finanziario del ‘capitalismo della sorveglianza’) muniti solo di un’agenda morale sui diritti civili, né possiamo continuare a ragionare solo di diritti identitari e di spazi simbolici”. E in questo accenno ai diritti c’è anche il giurista che conosce bene l’effetto di “distrazione” dai diritti di prima generazione (socioeconomici) che può venire da un diritto che si restringa alla pur doverosa attenzione ai diritti identitari, esposti a surrogare in tutto o in parte più costosi diritti socioeconomici (per cui bisogna trovare risorse, non solo culturali, e assetti diversi di potere reale). Bene. E che succede nella ricezione nel dibattito pubblico? Appigliandosi al titolo – che non è di Conte, ma del giornale: “Alla sinistra non serve il woke: il nemico da combattere è questa società di diseguali”, un’estrapolazione forse anche tendenziosa – l’intervento di Conte viene ridotto a strategia personale per guadagnare alle primarie la leadership del “campo largo”, la cui coesione ovviamente ha non pochi interessi avversi.
Ora, a parte il fatto che non ci sarebbe nulla di male che un leader ambisca con lealtà verso le simmetriche aspirazioni degli altri leader della propria potenziale coalizione, e democraticamente (affidandosi magari al popolo comune delle primarie o a una trasparente mediazione tra partiti), il punto per chi riduca, in modo interessato, l’intervento di Conte a questo, è il solito vizio di indicare il dito e non la luna. E cioè che ponendo il tema che della cultura woke si tratta di conservare il tratto socialmente e politicamente inclusivo originario, senza però farsi schiacciare dalle destre nel suo perimetro narrativo a rappresentare i bisogni sociali reali di prima generazione, previ anche a efficaci politiche di inclusione identitaria, Conte sta indicando non tanto e non solo il dito delle proprie ambizioni (che pure, ribadisco, sarebbe legittimo), ma la luna del programma che serve al progressismo e/o alla sinistra per vincere le prossime elezioni.
Ora, per tornare al professor Conte che prende la parola su Repubblica e sollevarsi un po’ da strumentalizzazioni congiunturali del suo intervento, cosa che mi interessa per ufficio personale, ma meriterebbe di essere ripresa in altra sede, e ritornando alla cultura “storicistica” in cui si è formata la nostra generazione, il tema che il suo articolo pone è che, come insegnava Benedetto Croce, la Storia è sempre storia presente, innervata, per non essere morta filologia, nella “vitalità” del presente e dei suoi bisogni, ma non si può annichilire nel presente, che è il problema del vieto “presentismo”, con il suo conformismo, della cancel culture. Cancel culture, che riducendo il passato “come è stato” a “come avrebbe dovuto essere” – il che peraltro, se fosse stato come avrebbe dovuto essere, avrebbe portato a un’altra storia da quella che è e che si autocelebra nelle sue convinzioni –, stabilendo nei canoni di oggi quel ci può essere o non essere nella polis (il “politicamente corretto”) erode al presente la sua memoria. Il che al presente che vuole avere futuro non fa bene, come avvertiva Gramsci. Ma qui il discorso si fa ostico e largo più del campo largo, e sarà per un’altra volta. E taccio del fatto che Conte pare tra i pochi a ricordarsi a sinistra della dialettica marxiana struttura-sovrastruttura.
Non si vive di solo woke
|Dante Valitutti 22 Agosto 2026
Hanno creato scompiglio le dichiarazioni del leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, sull’ineluttabilità per la sinistra di accantonare il movimento Woke, con i suoi stilemi e le sue battaglie. Per Conte, infatti, questo fenomeno — nato in America anni fa sull’onda delle proteste contro le discriminazioni razziali della polizia — se da un lato ha avuto il merito di porre l’attenzione sulle questioni di genere e sulle relative diseguaglianze, dall’altro ha finito per far dimenticare ciò che da sempre caratterizza il cuore ideologico della sinistra: la lotta per i diritti sociali e per il lavoro.
Quest’ultimo è stato via via accantonato, se non svilito, sia nel dibattito pubblico sia nelle politiche istituzionali, tanto a destra (cosa, se vogliamo, naturale) quanto a sinistra. Ed è un paradosso: guardando in casa nostra, il lavoro costituisce il cuore assiologico della Costituzione, il perno valoriale su cui si regge l’intera Carta. Non solo: è stato proprio il tema del lavoro a permettere, nell’Italia del dopoguerra, ai partiti comunisti e socialisti di convergere su una piattaforma comune insieme alle forze della tradizione liberale, conservatrice e cattolica.
Questa è storia: è successo in Italia, ma anche in diversi altri Paesi. Come è possibile, allora, che tutto questo sia stato di colpo dimenticato? In verità, più che di una dimenticanza, nel corso degli anni si è verificato un vero e proprio mutamento antropologico, prima ancora che ideologico, di una parte della sinistra italiana e internazionale. Si è assistito a uno slittamento che ha condotto le forze progressiste (in particolare quelle più orientate al neoliberalismo) a disinteressarsi progressivamente della loro stessa ragione d’esistenza: la battaglia al fianco degli ultimi per la giustizia sociale e per l’eguaglianza sostanziale, così come cristallizzata nel testo costituzionale.
Se questo processo rappresenti o meno un tradimento non spetta a noi ribadirlo — la letteratura in merito è talmente sterminata da essere già stata ampiamente discussa. Tuttavia, emergono segnali che inducono all’ottimismo. Conte in Italia, ma anche parte dello stesso Partito Democratico (così come negli Stati Uniti), sembrano aver compreso che una sinistra competitiva non può che ripartire dai temi centrali: il lavoro che manca, i salari stagnanti, la precarietà cronica e la crisi demografica che colpisce i giovani.
Non c’è sinistra senza la lotta per i diritti sociali; non c’è Costituzione senza politiche tese all’affermazione di una precisa costituzione economica. Per la sinistra si tratta, in fondo, di ritrovare il proprio senso nel mondo e la propria identità politico-esistenziale. Un’equazione che, per funzionare, non può fare a meno del suo fattore determinante: sinistra = lavoro.
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