IL DECLINO DELL’IMPERO USA: LA STORIA SI RIPETE da LA FIONDA e SIMPLICISSIMUS
Il declino dell’impero USA: la storia si ripete
Fabrizio Pezzani 21 Agosta 2026
L’impero americano ha assunto una posizione dominante nell’ordine mondiale alla fine della Seconda guerra mondiale, nella convinzione di poterla conservare indefinitamente. Eppure Arnold Toynbee, già nel 1962, scriveva: «Dopo la guerra gli USA hanno preso il bastone di comando del mondo, ma al momento in cui sto scrivendo non credo che durerà più dell’Impero mongolo (tre generazioni, ndr); il futuro sarà scritto dall’Estremo Oriente». Mai parole furono così profetiche.
Alla caduta del Muro di Berlino, Fukuyama arrivò a proclamare, un po’ stolidamente, la fine della Storia. Il venir meno dell’Unione Sovietica sembrava aver lasciato gli Stati Uniti senza rivali e consacrato definitivamente il modello politico ed economico occidentale. La Storia, invece, si sarebbe presto rimessa in moto. Il momento unipolare si è progressivamente consumato e oggi assistiamo all’emergere di una contrapposizione sempre più netta tra un Occidente ancora imperniato sulla potenza statunitense e un nuovo assetto multipolare, segnato anzitutto dall’ascesa della Cina e dal ritorno della Russia come grande potenza, attorno alle quali si raccoglie, in forme diverse e non sempre convergenti, una parte crescente del Sud e dell’Est del mondo.
La crisi degli Stati Uniti, per come si presenta oggi, non deriva soltanto dall’ascesa di nuove potenze. Ha anche profonde radici interne. Una classe dirigente formatasi e consolidatasi nell’ordine post-1989 sembra essersi progressivamente irrigidita nella convinzione che gli strumenti che avevano garantito il primato americano potessero continuare a funzionare in un mondo ormai profondamente mutato. Da qui la difficoltà a ripensare il proprio ruolo internazionale e la tendenza a reiterare politiche di dominio fondate sulla superiorità militare, sulla forza finanziaria e sulla centralità del dollaro.
Strumenti che per decenni hanno costituito altrettanti pilastri dell’egemonia americana rischiano così, quando utilizzati senza tenere conto dei nuovi rapporti di forza, di produrre effetti contrari a quelli desiderati: moltiplicare le resistenze, favorire la ricerca di alternative e accelerare la formazione di nuovi centri di potere. La decadenza americana appare dunque non soltanto come conseguenza dell’ascesa altrui, ma anche come incapacità di adattarsi a un ordine internazionale che non è più quello del 1945 né quello, apparentemente trionfale, del 1989.
Le cause di questo indebolimento possono essere ricondotte ad alcuni fattori fondamentali.
- La supponenza maschera una profonda difficoltà di comprensione della realtà, tanto nella politica, ancora legata a una concezione dei rapporti internazionali fondata sulla superiorità acquisita, quanto nella finanza, dove modelli e previsioni vengono talvolta presentati come espressione di una razionalità quasi incontrovertibile. Ma i mercati sono sistemi complessi, attraversati da aspettative, comportamenti collettivi, shock imprevedibili e decisioni politiche: non possono essere ridotti a meccanismi perfettamente deterministici. La pretesa di governarli attraverso modelli astratti rischia quindi di confondere la rappresentazione della realtà con la realtà stessa.
- Le divisioni sociali attraversano e lacerano l’intero Paese, rivelando una crescente difficoltà nel riconoscersi in un orizzonte comune. Le disuguaglianze economiche si intrecciano con fratture culturali, territoriali e generazionali, mentre la violenza che periodicamente esplode nella società americana testimonia un tessuto comunitario sempre più fragile. Quel che resta dei valori condivisi sembra esercitare una presa sempre più debole sulle nuove generazioni.
- Un sistema educativo in profonda difficoltà, incapace di fornire criteri etici e culturali sufficientemente condivisi e di ricostruire un senso di appartenenza collettiva. A ciò si accompagna un’idea di libertà sempre più identificata con l’espansione illimitata delle possibilità individuali, alla quale fatica a corrispondere un’altrettanto forte cultura del limite, della responsabilità e dei doveri verso la comunità.
- Una disuguaglianza economica e sociale profondissima, che contraddice la promessa di mobilità sociale sulla quale gli Stati Uniti hanno costruito una parte essenziale della propria autorappresentazione. L’E pluribus unum presuppone infatti che la pluralità possa riconoscersi in una comune appartenenza. Quando le distanze economiche e sociali diventano eccessive, anche questa capacità di riconoscimento reciproco si indebolisce, alimentando sfiducia nelle istituzioni, risentimento e conflittualità.
- Una forza militare ancora enormemente potente e avvantaggiata dalle nuove tecnologie, ma alle prese con crescenti difficoltà di reclutamento. Se è vero che una quota molto elevata dei giovani americani non possiede i requisiti richiesti per il servizio militare a causa, tra l’altro, di obesità, precedenti penali o uso di droghe, il problema assume un significato che va oltre la dimensione strettamente militare: diventa anche un indicatore delle condizioni sociali e sanitarie di una parte della popolazione.
- La diminuzione della natalità, che non rappresenta soltanto un fenomeno demografico. Essa riflette anche l’insicurezza economica, l’aumento del costo della vita e la crescente difficoltà delle nuove generazioni a immaginare il futuro come uno spazio di miglioramento. Quando una società smette di credere che i figli vivranno meglio dei genitori, viene meno uno dei principali motori psicologici e culturali del progresso.
- Una politica estera incapace di prendere pienamente atto del mutamento dei rapporti di forza, che continua a investire immense risorse nella superiorità militare e in conflitti che non sempre hanno prodotto i risultati politici perseguiti. Guerre, interventi e sanzioni possono ottenere successi immediati, ma possono anche lasciare dietro di sé instabilità, distruzione e una crescente ostilità nei confronti degli Stati Uniti. La Cina ha finora privilegiato strumenti differenti: investimenti, infrastrutture, commercio, credito e costruzione di relazioni economiche di lungo periodo. Non si tratta dell’assenza di una politica di potenza, ma dell’impiego di strumenti egemonici in parte diversi da quelli privilegiati dagli Stati Uniti.
- L’illusione che il primato del dollaro possa proteggere indefinitamente gli Stati Uniti dagli effetti dei propri squilibri. La centralità della valuta americana costituisce ancora un enorme vantaggio strategico, perché consente agli Stati Uniti margini di indebitamento e di intervento di cui altri Paesi non dispongono. Ma proprio l’uso geopolitico del sistema finanziario occidentale può spingere altri attori a cercare strumenti alternativi. I BRICS, pur nella loro eterogeneità, sono anche espressione di questa tendenza verso una progressiva diversificazione monetaria e finanziaria. Non siamo ancora di fronte alla fine del dollaro, ma alla crescente contestazione di un monopolio che per decenni è apparso inattaccabile.
- Dal punto di vista economico, la progressiva finanziarizzazione ha contribuito a indebolire la centralità dell’economia produttiva. La ricerca di rendimenti finanziari, insieme alla globalizzazione delle catene produttive e alla ricerca di costi del lavoro inferiori, ha favorito la delocalizzazione di interi settori industriali e la perdita di posti di lavoro che avevano costituito la base materiale della classe media americana. La lunga stagione dei tassi prossimi allo zero ha inoltre incoraggiato un forte ricorso al debito e l’assunzione di rischi che il successivo rialzo dei tassi ha reso più difficili da sostenere. Nel frattempo, la spesa pubblica e il debito federale hanno raggiunto dimensioni enormi, ponendo il problema della loro sostenibilità nel lungo periodo e, soprattutto, della capacità dell’economia americana di continuare a sostenere contemporaneamente consumi interni, spesa militare e proiezione globale.
- La finanza ha acquisito un peso crescente nella determinazione delle scelte politiche. Il problema non consiste semplicemente nell’esistenza di grandi concentrazioni di ricchezza, ma nella loro capacità di trasformarsi in potere politico, influenzando priorità pubbliche, decisioni economiche e processi democratici. Quando il potere economico diventa capace di condizionare sistematicamente il potere politico, la democrazia rischia di trasformarsi progressivamente in plutocrazia. È un problema che riguarda larga parte del mondo occidentale e che rende ancora più netto il confronto con il modello cinese, nel quale il rapporto tra politica e capitale è strutturato in maniera diversa e il potere politico conserva strumenti assai più penetranti di direzione e controllo dell’economia. Non si tratta di stabilire quale dei due modelli sia preferibile, ma di constatare che la competizione tra Stati Uniti e Cina è anche una competizione tra differenti rapporti fra Stato, mercato e finanza.
Conclusioni
La storia insegna che il declino delle grandi potenze comincia spesso dall’interno, prima ancora di manifestarsi sul piano militare e geopolitico. Le pressioni esterne diventano decisive soprattutto quando incontrano società già indebolite nelle proprie strutture politiche, economiche e morali. Fu così, pur in contesti storici profondamente diversi, per l’Impero romano di fronte alle grandi migrazioni e invasioni barbariche e per quello bizantino di fronte alla progressiva espansione ottomana.
Qualcosa di analogo potrebbe stare accadendo oggi agli Stati Uniti e a un Occidente che ha legato troppo strettamente il proprio destino alla conservazione del primato americano. La sfida rappresentata dall’ascesa della Cina, dal ritorno della Russia come grande potenza e dall’emergere di nuovi centri di potere non crea da sola la crisi occidentale: piuttosto, ne mette in luce le contraddizioni e ne accelera gli effetti. Sta prendendo forma un ordine mondiale più articolato e multipolare, nel quale la Cina è destinata a occupare una posizione sempre più centrale.
Il sorgere e il declino delle civiltà – e, più in generale, delle società – dipendono, in ultima analisi, anche dalla qualità delle classi dirigenti, dai valori che esse esprimono e dalla loro capacità creativa. È questo uno dei nuclei più fecondi della riflessione di Arnold Toynbee. Le società avanzano quando riescono a rispondere alle trasformazioni della storia attraverso quel meccanismo di «sfida e risposta» che mette in relazione le pressioni provenienti dall’esterno con la capacità interna di elaborare soluzioni nuove.
La forza di una civiltà, in questa prospettiva, non consiste dunque nell’assenza di problemi, né semplicemente nell’abbondanza di risorse materiali. Consiste soprattutto nella capacità di trasformare le difficoltà in occasioni di rinnovamento. Una classe dirigente è creativa quando comprende che una risposta efficace ieri può non esserlo più oggi e quando riesce a modificare istituzioni, comportamenti e visioni del mondo prima che siano gli eventi a imporle traumaticamente il cambiamento.
È quando questa capacità viene meno che comincia la decadenza. Le istituzioni possono continuare a funzionare, gli eserciti possono rimanere potenti, la ricchezza può essere ancora immensa: eppure la società può avere già iniziato a perdere la propria vitalità. Il collasso materiale rappresenta allora l’ultima manifestazione di una crisi iniziata molto prima sul terreno politico, sociale e, per Toynbee, soprattutto spirituale:
«La malattia che inibisce i figli della decadenza non è una paralisi delle loro facoltà naturali, ma un collasso della loro eredità sociale che interdice ogni esercizio delle loro inalterate facoltà in un’effettiva e creativa azione sociale […] La decadenza non è di origine tecnica ma spirituale e neppure il venire meno del pieno controllo politico, amministrativo e militare può essere considerato causa sufficiente ed esauriente per spiegare il crollo di una società, perché questo interviene quando la fase di decadenza è già iniziata: le civiltà non scompaiono mai per morte violenta, ma per suicidio» (A. Toynbee, op. cit., p. 356).
È forse questo il punto più attuale della lezione di Toynbee. Le civiltà non declinano semplicemente perché un avversario diventa più forte: declinano quando perdono la capacità di comprendere il cambiamento e di trasformare sé stesse per affrontarlo. Il pericolo maggiore per una potenza non viene allora soltanto dall’esterno, ma dall’incapacità di riconoscere i propri limiti e di correggere i propri errori.
Come sempre, nulla di completamente nuovo nella storia. Il suo attore, l’uomo, continua a misurarsi con la difficoltà di porre un limite alla propria volontà di potenza, alla propria avidità e alla pretesa di trasformare un vantaggio acquisito in un diritto permanente. Quando l’interesse particolare prevale sistematicamente sul bene comune e la conservazione del potere prende il posto della capacità creativa, la decadenza non è più soltanto una minaccia esterna: diventa un processo che una società alimenta dall’interno.
Il corruttore fallimentare
ilsimplicissimus 21 Agosto 2026
“Mentiamo, imbrogliamo, rubiamo”. Questo ha ammesso Mike Pompeo, ex capo della Cia e uomo forte della prima presidenza Trump. Non è certo una novità, ma detta dagli stessi mentitori, imbroglioni e ladri è certamente un bello spiraglio sugli arcana imperii, ma le cose sono arrivate a un tal punto che a guardare dal buco della serratura sembra di sbirciare su un desolato boudoir. Si è saputo per esempio che Trump per due volte ha tentato di risolvere la situazione in cui si è cacciato con l’aggressione all’Iran prima cercando di corrompere il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Vahidi e poi dal capo dell’esercito pakistano Asim Munir, entrambe le volte senza successo. Non stupisce perché a quanto sembra è questo il metodo che The Donald ha sempre usato nei propri affari, ma che sia arrivato a utilizzare tale modus operandi negli affari internazionali è un segno di vera disperazione e ancor più di demenza senile da cui è affetto il sistema America. Secondo quanto ha rivelato Pepe Escobar, forse uno dei più noti analisti mondiali di geopolitica, Washington aveva creato, già nel maggio scorso, un canale di comunicazione diretto con Vahidi attraverso Nechirvan Barzani, presidente della Regione del Kurdistan iracheno, senza però utilizzarlo fino a che nelle settimane scorse c’è stato il tentativo di comprare questo personaggio chiave per dividere la leadership iraniana. Ai maggiori gradi delle guardie rivoluzionarie sono stati offerti miliardi di dollari per tradire, ne parlano diffusamente fonti iraniane, ma un po’ il sistema di comando piuttosto frazionato dell’Iran, un po’ l’orgoglio persiano che è inconcepibile per qualsiasi cretino americano, un po’ il fatto che quando ci si dimostra disposti a qualsiasi cosa, significa che si può spremere molto di più dal corruttore, un po’ che a un miliardo americano, la Cina ne può mettere dieci sul piatto della bilancia, hanno fatto saltare questo approccio così trumpiano, così globalista, verrebbe da dire, alla questione. Ciò rende ragione anche del fallimento con i pakistani, di solito assai più corrivi alle dorate “propine” mdi Washington.
Semplicemente non si può pensare di affrontare la questione come se si trattasse di prendere un burattino qualsiasi per farne la testa di turco di una rivoluzione colorata in un piccolo Paese, magari sudamericano, dove grandi Paesi non ne esistono ancora, malgrado l’estensione territoriale. Se in Venezuela questa tattica ha pagato ciò non significa che essa riesca dappertutto e in altri contesti culturali. E soprattutto – anche ad essere cinici fino in fondo – non si può pensare di farlo mentre si sta perdendo. E infatti questo assieme anche alla considerazione del punto a cui siamo arrivati in Occidente, dove ormai non si contano i trucchi e le corruzioni anche elettorali – dimostra plasticamente come l’amministrazione americana si senta perdente e tenti tutte le mosse del suo armamentario per uscirne fuori. Se si pensa che anche recentemente Trump ha fatto delle avances verso la Corea del Nord, chiedendo dieci miliardi a quella del Sud per “difenderla”, The Donald appare come un sorta di sgangherato padrino che non ha capito che i i suoi tempi d’oro sono passati da un bel pezzo. Siamo ormai richiesta della tangente come del resto è accaduto con l’Europa con i dazi e con la richiesta di un aumento folle delle spese per la Nato.
Ma questo si capisce benissimo: Scott Bessent, il segretario al Tesoro non trova più compratori esteri per i titoli di Stato americani che fino a qualche anno fa erano la Mecca per gli Usa, ciò che permetteva loro di fare debito senza curarsi dei fondamentali dell’economia e dunque deve aumentare le emissioni, alzare in maniera pericolosa i rendimenti e soprattutto deve basarsi sul mercato interno: un modo per dire che si è ormai alla canna del gas. Ma il piano di impadronirsi di risorse altrui che era sostanzialmente quello messo a punto dall’élite statunitense nei decenni scorsi, sta clamorosamente e inaspettatamente fallendo. E adesso sono sempre più guai.
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