QUELLO CHE IL PAPA PUÒ RICORDARE A CHI ALZA MURI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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QUELLO CHE IL PAPA PUÒ RICORDARE A CHI ALZA MURI da IL MANIFESTO

Quello che il Papa può ricordare a chi alza muri

Roberta De Monticelli  21/08/2026

Leone al Meeting Prevost va, dopo 44 anni di assenza dei papi, al Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione

Non si pregano i papi. Si prega Iddio, semmai. Eppure, eppure. Come vorrei pregare papa Leone, questa volta che va, dopo 44 anni di assenza dei papi, al Meeting di Rimini, quello di Comunione e Liberazione.

Ci sono preghiere di ringraziamento e preghiere di domanda. Ringraziarlo di questa sua presenza, da domani, nel cuore dello spettacolo che inaugura la ripresa post-ferragostana della politica? E di che politica. Ci saranno quasi tutti gli attuali governanti.

Quelli che hanno imbarcato l’Italia in un incredibile litigio con mezza Europa, prima a causa di Ceuta e poi dei dublinanti. Quelli che non dicono una parola a proposito dei massacri che continuano a Gaza, del terrorismo coloniale sempre più efferato in Cisgiordania, delle forche con vista alzate in Israele per i palestinesi. E quelli che sono orgogliosi dell’attuale politica italiana sulla migrazione, che vantano come una gloria il dimezzamento degli arrivi, ottenuto al prezzo di morte che sappiamo, nei centri di detenzione libica dove si sopravvive facendo a turno per dormire, metà si sdraiano gli uni sugli altri e l’altra metà aspettano il loro turno in piedi, e non rispetti i turni solo se sei già cadavere.

A Rimini quest’anno c’è anche la presidente del Parlamento Ue, Roberta Metsola, a simboleggiare la stretta europea su migrazione e asilo e la tendenza a favorire i centri di detenzione extra-europei o addirittura la deportazione, facendo carta straccia dei trattati costitutivi e dei principi dell’Unione. Sì, sono tutti lì, quelli di cui papa Leone disse in luglio a Lampedusa: «C’è anche chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere. I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese sia di decisioni omesse».

No, non sarebbe una preghiera di ringraziamento. Ma nemmeno una preghiera di domanda, forse. Una preghiera di speranza sì, e quella sarebbe, credo, proprio corale. Che il papa porti con sé lo spirito di Lampedusa. Lampedusa e Linosa, che sono «su un cammino pericoloso, come quello che scendeva da Gerusalemme a Gerico… Qui non hanno visto uno solo, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che li spogliano di tutto, li percuotono e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti».

È il papa che illumina questo nesso fra quel «Porto di salvezza» che è Lampedusa, e Gerusalemme, dove l’inferno si mescola all’oro del duomo della Roccia, ricordo di Abramo, e le urla vigliacche dei ladri di case, di vite, di memoria si mescolano al suono di campane di settanta chiese. Da entrambi i luoghi, Gerusalemme e Lampedusa, si può finire su una via di morte o una di speranza.

Come, da Gerusalemme, i resistenti nonviolenti israelopalestinesi, la cui resistenza cresce col numero dei martiri, proprio come ai tempi delle persecuzioni dei cristiani a Roma.

Come, da Lampedusa, un caso emblema di migliaia d’altri, quello della giovane somala Abdirisak Warsame, che il pollice verso dell’Ufficio per l’Immigrazione della Bassa Franconia vorrebbe separare dai suoi cari che ha finalmente raggiunto dopo il tempo orribile della migrazione, e rispedire in Italia. Di cui lei conserva il ricordo del mese passato in un centro da incubo vicino alla stazione di Milano, fra la promiscuità e il lerciume, senza docce.

Disse Leone XIV a Lampedusa citando san Paolo: «Alcuni, senza saperlo, hanno ospitato angeli». Annunciatori di una civiltà che nasca dalle rovine di questa. Se ne sono ricordati gli evangelici tedeschi che hanno preso sotto la loro protezione Abdirisak, ospitandola in una chiesa di Norimberga.

Santo Padre, la prego, si ricordi di loro, di Lampedusa e di Gerusalemme, e dell’angelica Abdirisak, a Rimini. Siamo in tanti a sperarlo.

Sovranità privata, l’essenza del nuovo fascismo

Marco Bascetta  21/08/2026

Frontiere Sulla questione dei migranti e dei richiedenti asilo l’Unione europea perde la testa e l’equilibrio: gli stati membri faticano a tenere a freno i nervi e l’ostilità tra interessi nazionali confliggenti

Sulla questione dei migranti e dei richiedenti asilo l’Unione europea perde la testa e l’equilibrio: gli stati membri faticano a tenere a freno i nervi e l’ostilità tra interessi nazionali confliggenti. Tutti, governi e opposizioni, partiti di diverso colore, hanno lo stesso problema.

Rastrellare consenso intorno a un tema, quello dei migranti, che è tra i più sentiti, anche grazie ad anni di minacciose narrazioni. Raggiungere un accordo europeo quando in ballo è la conservazione o la conquista di maggioranze elettorali nazionali è cosa ardua. Tanto più quando i governi gareggiano tra loro in blindature e respingimenti sulla pelle dei migranti. Come nel ridicolo e infame braccio di ferro tra Roma e Berlino sul caso di una singola rifugiata somala. Fatto sta che l’umore dell’opinione pubblica europea nei confronti dei migranti è effettivamente in larga misura ostile e non solo in quegli ambienti di estrema destra connotati da un razzismo esplicito e profondamente radicato.

La centralità della moderna xenofobia nell’espansione attuale della destra radicale (fino a legittimare progetti di deportazione), rivela una radice importante del fascismo contemporaneo. Converrà allora ripercorrere l’evoluzione di due partiti, l’uno italiano, l’altro tedesco (ma la tendenza è presente anche in altri paesi) per cercare di metterla a fuoco.

La Lega Nord, nasce nel 1992 dalla fusione delle formazioni autonomiste delle regioni settentrionali proponendosi di difenderne gli interessi dal peso di un’Italia ritenuta meno produttiva, assistita e parassitaria, puntando all’autogoverno e alla gestione autonoma delle proprie risorse. La rivendicazione proprietaria e la difesa dai profittatori non-padani è al centro del suo programma e della sua propaganda. Acrobatica, spregiudicata, si proclama alle sue origini antifascista ed erede della lotta partigiana, ma nonostante la parentesi del “ribaltone” antiberlusconiano sarà il governo con la destra a farne la fortuna. Poi l’egoismo sociale regionalista verrà trasferito sulla nazione, impregnandosi di ciarpame clerico-fascista e di politiche repressive e autoritarie. Il migrante prenderà allora il posto centrale che spettava ai terroni, ridiventati italiani, e a «Roma ladrona».

Alternative für Deutschland nasce ben più tardi nel 2013, dopo la crisi dei debiti sovrani. Esprime posizioni analoghe a quelle dei falchi e della Troika contro gli scrocconi mediterranei che pretendono di «vivere al di sopra dei propri mezzi» a spese della meritevole «frugalità» nordica. A fondarla sono professori, economisti, imprenditori di tendenza conservatrice e decisamente euroscettica. Il dogmatismo ordoliberale alla Schäuble, (il rigidissimo ministro delle finanze della crisi del 2010), si combina nell’Afd con una impostazione nazionalista che sospetta la Ue di minare gli interessi nazionali tedeschi. Così, il partito che alle sue origini era stato classificato come liberal-conservatore evolverà nella formazione nazionalpopulista e ideologicamente fascista che oggi conosciamo e che è diventata il primo partito della Repubblica federale.

Queste storie parallele ci mostrano un legame indissolubile e fondativo tra lo spirito proprietario, l’affermazione di un possesso e il nazionalismo che innerva il fascismo contemporaneo. Prima ancora che oggetto di discriminazione razziale o di respingimento culturale il migrante è considerato come qualcuno che viola una proprietà privata: il territorio nazionale, che nella finzione propagandistica è proprietà di un’astrazione chiamata «popolo», nella realtà di proprietari privati grandi e piccoli e di poteri economico-politici consolidati. In secondo luogo occuperebbe spazi pubblici, mezzi di trasporto, servizi sanitari e assistenziali. Cose che dovrebbero «appartenere» agli italiani o ai tedeschi, sorvolando sul lavoro extracomunitario indispensabile al loro funzionamento. È questo ruolo di difesa della proprietà privata da intrusi e profittatori, questa «privatizzazione della sovranità» che ha determinato lo straordinario successo della propaganda xenofoba e favorito un clima sociale ostile all’immigrazione.

La difesa delle rendite di posizione e le illusioni proprietarie di chi ha poco o niente, volentieri si affidano alla protezione di poteri autoritari che indicano nel migrante il ladro di benessere. Ma anche i respingimenti e la dottrina della remigrazione, costituiscono un elemento decisivo del fascismo proprietario: non vi è infatti proprietà in senso pieno senza potere di scartare, di respingere, di scacciare. «A casa mia decido io chi entra e chi no», in questa banale formula, assurdamente estesa ad ogni ambito, molti si riconoscono e celebrano la propria autoaffermazione. È questo il terreno esplorato con grande acume da una giovane filosofa tedesca, Eva von Redecker, che individua nella difesa di una proprietà fantasmatica sulle persone e sulle cose (Phantombesitz) dagli spettri che vorrebbero violarla, dai ladri immaginari che la insidiano, la cifra del fascismo contemporaneo. Il suo legame ineludibile, ma al tempo stesso la sua differenza da quello spirito proprietario del liberalismo che il fascismo trascina all’eccesso.

La questione dei migranti esaspera lo spezzettamento dello spazio europeo in un agglomerato di proprietà private e trasforma gli accordi di Schengen in chiavistelli domestici da aprire e chiudere secondo le più arbitrarie percezioni o le esigenze della propaganda. Così come sospinge la crescita delle destre estreme in Europa, il fantasma della proprietà terremota l’edificio politicamente incompleto dell’Unione europea e trascina i nazionalismi verso il loro inevitabile destino: quello di combattersi.

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