“DUE MILIONI IN PIAZZA”. UN CORTEO LUNGO QUANTO TUTTA L’ITALIA da IL MANIFESTO
Un modo nuovo
Andrea Fabozzi 31/10/2026
Compagni di classe
Ogni volta una sorpresa: sono molti più di quanti credevamo. Gli organizzatori, quando sono riconoscibili, finiscono loro stessi piacevolmente travolti, come ieri il sindacato di base
Sono giorni che le piazze italiane si riempiono facilmente e si svuotano a fatica. Basta una generica convocazione e talvolta non serve neanche quella per richiamare decine, centinaia di migliaia di manifestanti in grande maggioranza giovanissimi. Ogni volta una sorpresa: sono molti più di quanti credevamo. Gli organizzatori, quando sono riconoscibili, finiscono loro stessi piacevolmente travolti, come ieri il sindacato di base che ha indetto lo sciopero generalizzato ma molto presto ha dovuto consegnare i cortei agli studenti che hanno preso possesso della giornata. E a Roma della città intera, spostandosi ovunque per dieci ore da mattina a sera. Le piazze ormai è più difficile svuotarle che riempirle.
Sono parte di un movimento mondiale che ha caratteristiche e motivazioni diverse da Paese a Paese, ma un elemento comune. C’è una generazione che non ha più fiducia nelle società che dovrebbero accoglierli, rette da una rete di interessi e da sistemi politici ed economici che li umiliano, li affamano e che sono votate alla guerra e alla estinzione. E non ha fiducia nemmeno negli adulti che questo mondo dovrebbe consegnargli. La loro ripetuta presenza nelle piazze ha il segno di un protagonismo che può durare. Vedremo e soprattutto impareremo con quali mezzi e in quali forme. Intanto scopriamo un modo nuovo di occupare le strade, quelle che una sfilza di decreti legge prova invano a vietare. Allegri e ironici quando ce li si aspetta arrabbiati. Determinati, indisponibili ad arretrare e a cadere nella trappola «buoni» e «cattivi» quando si prova a ridurli a problema di ordine pubblico.
Le loro ragioni sono così solide che persino le parole di ieri del presidente della Repubblica avrebbero potuto stare nei cortei. L’inflazione sale, i salari reali scendono, la povertà si diffonde – lo dice anche Mattarella. Il fallimento di quattro anni di governo Meloni nessuno schieramento di polizia può nasconderlo, nessuna legge liberticida può proteggerlo. Il caro vita è diventato un tema anche per ventenni, l’alternativa a battersi per il cambiamento per molti di loro è la fuga all’estero. Difficile che si accontentino di sapere che mentre riempivano le piazze, l’opposizione parlamentare teneva una positiva riunione. In collegamento video, senza uscire di casa.
«Due milioni in piazza». Un corteo lungo quanto tutta l’Italia
Luciana Cimino, Giuliano Santoro 31/10/2026
Sessanta città per lo sciopero generale di Usb e sindacati di base. Giovani e studenti esondano: si manifesta dal mattino a tarda sera
L’atto secondo del movimento d’autunno contro il governo e il carovita si consuma nel corso di un’intera giornata: in sessanta città scendono in piazza centinaia di migliaia di persone. «Siamo due milioni, riprendiamoci il futuro», dicono da Usb che ha convocato lo sciopero generale cui si è unita la rete intersindacale composta da Adl Cobas, Confederazione Cobas e Clap. I primi dati parlano di uno sciopero sostanzioso nelle scuole ma relativamente alto anche negli altri settori, soprattutto del pubblico impiego. Siamo ai livelli di quello per Gaza dell’anno scorso.
È L’OCCASIONE che serviva. L’oceanica manifestazione romana ne è una rappresentazione. Dal mattino i rappresentanti del sindacato di base si ritrovano in piazza dei Cinquecento, davanti alla stazione Termini. È il luogo da cui partirono le grandi manifestazioni per la Palestina. Si ritrovano proprio le nuove leve che contro il genocidio hanno conosciuto il battesimo della piazza: «Non chiamateci Generazione Zeta, preferiamo definirci Generazione Gaza», dicono. Ci sono gli studenti medi e gli universitari, insieme ai collettivi di quartiere, che nel vuoto lasciato da alcuni centri sociali fungono da strutture aggregative e di formazione politica.
ECCO, I QUARTIERI. All’appuntamento principale ci si arriva tutti insieme: almeno sei cortei partono da Ostiense, San Lorenzo, La Sapienza, Tufello, Prenestino, Appio Latino. Si infilano dietro il grande camion di Usb, che è preceduto da due trattori in segno di connessione con le lotte degli agricoltori del sud delle scorse settimana. Un ragazzo porta una cornice appesa al collo con la scritta «Sono una vetrina». Quelli che proteggono i negozi più delle vite umane avranno qualche remora a colpirlo, evidentemente. «Siamo le tenebre che vi cancelleranno» recita uno striscione che riecheggia uno slogan francese. Ci sono anche i genitori, arrivati per difendere i diritti dei loro figli dopo le centinaia di fermi preventivi della scorsa settimana. Quelli del Pilo Albertelli, il liceo dell’Esquilino intitolato all’insegnante partigiano dell’istituto, ostentano il QrCode della petizione che hanno lanciato contro la repressione.
NELLE SCORSE settimane, a ogni scadenza il governo mandava in avanscoperta il ministro dell’istruzione per spiegare quanto avesse investito sulla scuola. Era per puntare il dito contro una generazione considerata ingrata, che persevera a manifestare sobillata chissà da chi o per mera imitazione dei colleghi francesi. Anche stavolta Giuseppe Valditara ci prova. Succede a metà mattinata, quando già è evidente il volume della mobilitazione studentesca. Fa sapere di aver «convocato al ministero per la prossima settimana le consulte studentesche per un confronto sulle istanze del mondo giovanile» e di avere istituito un ennesimo tavolo tecnico «sulle problematiche giovanili costituito da personalità di alto profilo scientifico».
TUTTO SI TIENE: la guerra, il carovita, il diritto allo studio, la questione razziale i ragazzi che condividono il banco con i compagni con background migratorio vivono sulla pelle. Ci sono quindicenni con i cartelli sul costo del gasolio e pensa che non questione che li riguarda ignora quello che vivono in famiglia. «Mia madre prende 1600 euro al mese e ne paga mille di affitto», spiega Francesca, 18 anni, che espone la scritta «Stiamo con le pezze al culo». «Il costo della benzina, dei trasporti, delle bollette è altissimo, i miei fanno fatica – ragiona un ragazzo del liceo scientifico Righi – Ma non è soltanto una questione di soldi: è una questione di diritti, e della possibilità di far sentire la nostra voce non possiamo pagare il prezzo di tutto». Gli studenti sono convinti che la lotta paga. Serve occupare perché, dice Aurora all’ultimo anno di liceo artistico, «ci mancavano le aule per il disegno e dopo abbiamo ottenuto un piccolo stanziamento. Non basta, però almeno quello lo hanno sbloccato». Qualche metro più avanti è Claudio, studente di fisica, a sostenere che «funziona protestare, guarda in Francia dove alla fine hanno messo fondi per la scuola».
GLI STUDENTI fanno da traino, le persone più grandi si mimetizzano nella fiumana. Qualcuno è persino intimidito, come Viola e Marica che lavorano a partita Iva. «I soldi spesi per il riarmo si ripercuotono su di noi, con il mio stipendio l’affitto non lo pago, il paese è al collasso». «Siamo centomila» dicono da Usb. Il corteo si infila sotto Porta Pia, lambisce i ministeri delle infrastrutture e dell’economia, imbocca via Cavour e arriva su via dei Fori, poco prima del Colosseo. Qui succede quello che era avvenuto sabato scorso: migliaia di persone decidono di proseguire, e lasciano il resto del corteo a montare una tendopoli. Si marcia verso Piramide. Qualcuno decide che non va bene neanche questo. Un centinaio di persone provano a forzare il cordone di polizia all’altezza del Celio per arrivare a San Giovanni.
Breve fronteggiamento, cassonetti per strada e bottiglie lanciate contro gli scudi. La maggior parte sfila in direzione Circo Massimo e poi fino a Porta San Paolo. Ma chi si pensa che sia finita qui, e che la gente sia soddisfatta di essersi presa un’altra fetta di città, si sbaglia di grosso. Succede che in maniera del tutto spontanea, di fronte alla proposta estemporanea di un gruppetto che urla la necessità di raggiungere il «ministero della fucking istruzione» (sic) a migliaia si rimettono in marcia. È come se a ogni tappa si sentisse il bisogno di esondare dai confini dati non sono dalle controparti istituzionali, anche dai più grandi che hanno accompagnato il cammino. Allora l’apparato di sicurezza sbaracca gli argini alle porte di Testaccio e si precipita a riposizionarsi a Trastevere, davanti al ministero. Traffico in tilt, qualche momento di nervosismo. Appare una ballerina di danza classica sulle punte, con tanto di tutù, a rendere ancora più paradossale la gestione della piazza.
Valditara è barricato dentro. Apparirà alle 19 per ringraziare personalmente i poliziotti in tenuta antisommossa. A loro si erano rivolti i manifestanti: «Non siamo contro di voi». E ancora: «Dovreste scendere in piazza con noi, lottiamo anche per i vostri figli, cosa direte loro quando non riuscirete a pagargli gli studi?». Poi il coro «Siamo tutti lavoratori». Quella che sembra spavalderia davanti alle forze dell’ordine è la ferma, forse ingenua, convinzione che la coperta è corta per tutti, che c’è una condizione di disagio che accomuna i lavoratori e i loro figli mentre una piccolissima parte di popolazione ha accesso ovunque e comanda su tutto. L’aura battle degli ultimi resistenti, qualche centinaia di giovanissimi, riparte anche da qui. Si punta al parlamento. Gli uffici stampa dentro i palazzi rilanciano immagini di misure di sicurezza straordinarie. Fronteggiamenti con la polizia a ponte Sisto. Qui si vede la prima vera carica e i lacrimogeni. La massa indietreggia e ritorna su via Marmorata. Qui altri scontri, la polizia usa gli idranti e ferma 8 persone.
OGNI CITTÀ contiene storie significative. A Napoli 20 mila persone hanno sfilato per il centro per raggiungere sulle banchine i lavoratori portuali. A Bologna 50 mila persone hanno bloccato per tre ore la tangenziale. Giusto qualche momento di tensione, come a Torino, quando un corteo spontaneo che si è formato è arrivato in centro e a Mestre. Cariche a Brescia e Vicenza. Erano ventimila a Firenze. E diecimila a Cosenza e Padova. Potrebbero ricomparire da un momento all’altro.
La mobilitazione globale dei portuali contro i traffici di armi e la guerra
Alex Giuzio 31/10/2026
Sciopero in 113 porti di 22 paesi. Bloccati 52mila container secondo gli organizzatori
Alle sei del mattino di ieri a Livorno si sparavano i fuochi d’artificio. Erano i lavoratori portuali che davano il via allo sciopero. Poco dopo sono arrivati alcuni autotrasportatori coi loro tir a bloccare la rotonda del ponte Genova, uno dei principali accessi allo scalo marittimo toscano, per poi unirsi al corteo cittadino partito alle 9 da piazza Cavour con diverse migliaia di persone dietro lo striscione «Contro guerre e carovita». Nel frattempo a Genova i camalli del Calp bruciavano pneumatici e impedivano l’ingresso del varco Albertazzi prima di sfilare insieme ad altre migliaia di cittadini. Anche a Trieste, Napoli e Carrara i portuali hanno organizzato affollati presidi e ostacolato gli accessi alle banchine sin dall’alba, mentre a Ravenna un cordone di canoe e zattere gonfiabili ha chiuso il passaggio delle navi nel canale Candiano. In quel momento doveva uscire la portacontainer Msc Eagle III con destinazione Israele.
Le iniziative dei portuali non rientravano solo nello sciopero generale indetto in Italia da Usb. Questi lavoratori hanno incrociato le braccia in tutto il mondo per la seconda Giornata internazionale di mobilitazione contro il traffico di armi. Alla prima edizione lo scorso 6 febbraio aderirono 21 porti del Mediterraneo; la replica di ieri ha coinvolto 113 porti di 22 paesi in tutti i continenti. È il frutto di una piattaforma avviata lo scorso maggio con la Dichiarazione di Istanbul, sottoscritta da sei sindacati (Usb in Italia, Cgt in Francia, Enedep in Grecia, Lab nei Paesi baschi, Liman-is in Turchia e Odt in Marocco) uniti nella rete Ports in action. L’obiettivo era allargare i confini della lotta al resto del globo ed è riuscito: oltre all’Europa si è manifestato in Usa, Brasile, Messico, India, Australia. Gli organizzatori hanno stimato di avere provocato ritardi e problemi nel trasporto via mare di 52mila container per un valore di 2,8 miliardi di dollari. Il messaggio dello sciopero era lo stesso ovunque: «I portuali non lavorano per la guerra», si rifiutano di gestire container con armi ed esplosivi diretti a paesi in conflitto, soprattutto verso Israele dove vengono usati per il genocidio dei palestinesi.
La prima manifestazione per fuso orario è stata a Melbourne, dieci ore avanti rispetto a Roma: «Abbiamo bloccato la macchina mondiale della guerra», riferisce al manifesto Hamish Paterson del sindacato Maritime union of Australia. «Il nostro paese produce esplosivi che partono per Israele dove si fabbricano bombe che uccidono famiglie innocenti a Gaza. Il crimine è nei container, non nei portuali. Non saremo complici». In Italia questi traffici sono frequenti nonostante la legge 185/1990 li vieti. Nel 2025 le segnalazioni dei portuali di Ravenna e Livorno hanno permesso di bloccare vari carichi di componenti militari diretti a Israele; lo stesso è accaduto lo scorso marzo a Cagliari e Gioia Tauro. Ma si è trattato di rare eccezioni rispetto alle migliaia di container che transitano indisturbati dagli scali adriatici e tirrenici verso i porti israeliani di Haifa e Ashdod senza alcun controllo. Manca anche la trasparenza: il 16 ottobre il Consiglio di Stato ha riconosciuto le ragioni della giornalista Linda Maggiori e dell’avvocato Andrea Maestri, che avevano fatto richiesta di accesso civico sui traffici di armi dal porto di Ravenna, ma l’Agenzia delle dogane ha fornito solo il dato numerico (225 tonnellate nel 2025) e non i paesi di destinazione.
Le istanze sono le stesse nel resto d’Europa. «Non vogliamo lavorare per le guerre», ha detto Apostolos Kypraios, presidente del sindacato greco dei marittimi Pemen, durante la partecipata manifestazione nel porto del Pireo che ha bloccato numerosi traghetti verso le isole oltre alle operazioni di carico e scarico. Massiccia anche l’adesione in Francia, dove si è protestato nei 26 maggiori porti del paese. Ma il segnale più significativo è arrivato da Amburgo, terzo porto europeo per volume di traffico merci, dove c’è stato per la prima volta un presidio del sindacato Ver.di.
Un altro problema per questi lavoratori riguarda la loro incolumità. Secondo il sindacato greco Penen, da quando è iniziata la guerra in Ucraina ci sono stati 570 attacchi contro navi nel Mar Nero, che hanno provocato la morte di 40 marittimi e centinaia di feriti. In India, dove ieri si è scioperato in 11 porti, il sindacato Wtwfi ha dichiarato che 15 marittimi sono morti a causa della guerra in Iran e molti altri sono rimasti bloccati a lungo in mezzo al mare a causa della chiusura dello stretto di Hormuz.
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