DOVE PUÒ ARRIVARE QUESTO AUTUNNO CALDO da IL MANIFESTO
Dove può arrivare questo autunno caldo
Donatella Della Porta 30/10/2026
Proteste globali Come nel 1969, anche in questo 2026 le proteste degli studenti si sono intrecciate con un ritorno di centralità delle mobilitazione dei lavoratori
Partendo dagli ultimi giorni e andando a ritroso, quello che le vittorie della lista degli studenti in Serbia e di Lula in Brasile hanno dimostrato è che la mobilitazione nelle piazze può essere fondamentale per catalizzare l’elettorato a sostegno di una opposizione alla destra.
Questa non è una osservazione banale in una situazione in cui, con insistenza, le proteste in Francia o in Italia, vengono accusate di poter favorire la destra. Se non c’è dubbio che l’intensificazione del dissenso, nelle forme e nei contenuti, porta a reazioni di criminalizzazione da parte di chi è al potere e spesso di diffamazione tra i cosiddetti moderati, la storia ci propone comunque molti esempi di momenti di intensificazione della protesta come prodromo di trasformazioni politiche anche in termini elettorali: dalle proteste contro l’austerità in Grecia o Spagna nel 2011 all’estallido social avviatosi in Cile nel 2019, l’effetto delle piazze può essere la nascita di nuovi partiti a sinistra o un nuovo sostegno a partiti di sinistra esistente.
Se cicli di protesta tendono infatti a produrre una narrazione di insoddisfazione diffusa che facilita una trasformazione dello scontento in azione, l’evoluzione del processo non è comunque scontata. Tanto più incisiva la protesta a sinistra, tanto più essa attiva infatti il conflitto tra chi difende legge e ordine e chi promuove invece una estensione di diritti civili, politici e sociali. Guardando al percorso che ha portato alla vittoria degli studenti in Serbia e di Lula in Brasile, si possono individuare alcuni elementi virtuosi che, seppure non replicabili, possono ispirare movimenti sociali progressisti altrove.
UNA PRIMA RIFLESSIONE riguarda la capacità degli studenti di partire da rivendicazione concrete per ampliarle fino a rappresentare le insoddisfazioni e domande di vari gruppi sociali e generazioni, aggiungendo un senso di urgenza e necessità. Tanti anni fa, in Italia, il «68 studentesco» ha portato al «lungo autunno» operaio. Oggi, un’ondata transnazionale di proteste, innescata dalle manifestazioni studentesche, converge nella richiesta di maggiori investimenti nell’istruzione pubblica e di minori spese militari. Nonostante le differenze, legate a specificità nazionali, le proteste di questo caldo autunno hanno molto in comune: si oppongono alle crescenti disuguaglianze percepite come ingiuste, al declino degli investimenti nei servizi pubblici e agli investimenti, invece, in equipaggiamento militare e a una svolta autoritaria percepita come una tendenza internazionale in Europa.
Come nell’autunno caldo del 1969, anche oggi le proteste degli studenti si sono intrecciate con un ritorno di centralità delle mobilitazione dei lavoratori, attraverso i loro sindacati, ma anche altre forme organizzative. Insegnanti e genitori si sono uniti alle proteste e così hanno fatto femministe, ambientalisti, pacifisti, migranti in un percorso di convergenza visibile nella massiccia manifestazione tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno del 2025 a sostegno della Global Sumud Flottiglia. Presente anche nel 68 come opposizione alle guerre imperialiste in Vietnam e sud-est asiatico, una caratteristica ricorrente delle più incisive ondate di proteste è l’opposizione alla guerra, percepita come una minaccia concreta per la giovane generazione (quella che rischia di morire sui campi di battaglia), ma anche come consapevolezza degli effetti persistenti del colonialismo nelle nostre stesse società. Inoltre, il fatto che queste proteste si inseriscano nella continuità delle mobilitazioni contro il genocidio israeliano a Gaza, con simboli palestinesi ancora molto centrali nelle piazze e nelle strade di oggi, è anche legato alla crescente centralità della mobilitazione di un settore crescente di cittadini che subiscono discriminazioni razziali e ai quali vengono negati i pieni diritti.
BRUTALMENTE REPRESSE, le proteste hanno anche un’altra rivendicazione comune: la difesa del diritto di protestare. Lo slogan comune, «Siamo tutti antifascisti», sottolinea la percezione di una regressione democratica a cui opporre resistenza. I manifestanti rivendicano forme di democrazia diverse e più partecipative contro un regresso democratico proveniente dall’estrema destra. Come nell’autunno caldo del 1969, la violenza dello Stato, considerata indiscriminata e ingiusta, tende a provocare un’escalation e a rafforzare la solidarietà nelle strade. In questo senso, le proteste tendono ad espandersi man mano che il rischio percepito di una svolta autoritaria spinge più persone in piazza: le rivolte cilene del 2019 così come le cosiddette «Primavere arabe» ne sono esempi rilevanti.
Ancora come nel 68, seppure la protesta non sia monogenerazionale, essa è comunque influenzata dalle specifiche esperienze di una generazione emergente. La Generazione Z ha vissuto attraverso crisi drammatiche: finanziaria, climatica, pandemica e ora guerre e genocidi. Queste crisi hanno avuto l’effetto convergente di diffondere la paura riguardo all’esistenza stessa di un futuro. Allo stesso tempo, la «generazione Gaza» è cresciuta nelle proteste contro il genocidio dei palestinesi e ora anche nelle proteste studentesche che coinvolgono anche i giovanissimi.
Se il 2026 non è il 1968, alcuni elementi di quel ciclo di protesta sembrano influenzare le mobilitazioni di oggi, con esiti ancora da vedere.
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