SIAMO SU UN VULCANO di PAOLO FAVILLI
SIAMO SU UN VULCANO
Collana: Saggine 2026, pp. 208,
Scheda libro
«L’epica contadina è caratterizzata da periodiche eruzioni vulcaniche perché la temperatura del magma della sofferenza alle forme di dominio è sempre prossima al punto di esplosione».
«Siamo su un vulcano», scrisse Anatolij Lunačarskij nell’ottobre del 1917 nel pieno della Rivoluzione russa. Questa metafora naturalistica ci spinge a interrogarci sulla natura di quel magma rivoluzionario e sul motivo per cui le sue diverse componenti siano arrivate contemporaneamente al punto di ebollizione esplosiva. Pensare la rivoluzione oggi, in una fase nella quale il modo di produzione dominante naturalizza sé stesso, decretando la sua immortalità, è operazione quasi impossibile. Una «frattura cognitiva» caratterizza il pensiero del nostro tempo a proposito delle grandi rivoluzioni: un’estrema difficoltà a comprendere l’universo mentale dei protagonisti di eventi epocali intrisi di passioni, di tensioni verso rotture radicali dell’esistente. Un universo mentale che è ormai estraneo alla prevalente temperie dell’eterno presente, il che favorisce un approccio per analogie politiche, per giudizi politici. Riattivare le logiche profonde del «mestiere di storico» resta allora l’unica scelta coerente per lasciare aperta la strada del possibile tanto nei processi storici quanto nella storiografia. Ed è questa la scelta operata da Paolo Favilli, che in questo libro esercita fino in fondo la criteriologia delle «distinzioni», a partire da quella tra «giudizio storico» e «giudizio politico». Si esce dal panpoliticismo storiografico anche non rimanendo dell’ambito delle fonti del dibattito teorico e politico che hanno accompagnato lo svolgersi della Rivoluzione russa. Marc Bloch ha usato la metafora dello storico che somiglia all’orco della fiaba alla ricerca di qualsiasi luogo ove vi sia carne umana. Carne e sangue della lunga Rivoluzione che Favilli ha cercato e trovato in frammenti letterari di rara potenza evocativa (da Čechov a Grossman, passando, tra gli altri, per Bulgakov, Platonov, Zoščenko), in forme capaci di farci vedere meglio all’interno del magma ribollente fuoriuscito dal vulcano, giacché, come scrive Piero Bevilacqua nella sua Prefazione: «La logica profonda della Rivoluzione, la sua verità, si afferra solo nelle pagine della letteratura, che fornisce alla ricostruzione storica quel di più di complessità, di vicinanza ai fatti, quella loro scarnificazione dalle ideologie, con cui gli storici di professione tendono a razionalizzarla e inquadrarla nella loro visione generale».
Paolo Favilli ha insegnato «Storia contemporanea» e «Teoria della conoscenza storica» all’Università di Genova ed è stato Direttore del Dipartimento di Studi umanistici (Distum) di quell’Ateneo.
Tra i suoi libri: Il socialismo italiano e la teoria economica di Marx (1892-1902), Napoli, Fondazione Feltrinelli-Bibliopolis, 1980; Storia del marxismo italiano. Dalle origini alla grande guerra, Milano, FrancoAngeli, 1996 (The History of Italian Marxism. From its Origins to the Great War, Brill, Leiden-Boston, 2016); (意大利 马克思主义史, Central Compilation and Translation Bureau (CCTB), Beijing, 2025), Marxismo e storia. Saggio sull’innovazione storiografica in Italia, Milano, FrancoAngeli, 2006 (Marxism. Its historiographic innovation. Italy, 1945-1970), London, Palgrave, 2021); Il marxismo e le sue storie, Milano, FrancoAngeli, 2016; A proposito de «Il capitale». Il lungo presente e i miei studenti. Corso di storia contemporanea. Milano, FrancoAngeli, 2021; (A Contemporary History of Marx’s Capital, London, Routledge, 2025).
Prefazione
di Piero Bevilacqua
Premessa
I. Il «terremoto permanente»
II. Pensare la rivoluzione oggi
III. Metafore naturalistiche
IV. La «rivoluzione plebea»: un errore della storia?
V. I bolscevichi e la rivoluzione bolscevica
VI. La rivoluzione nello specchio della «grande guerra patriottica»
Postilla
Indice dei nomi
Prefazione
Piero Bevilacqua
La rivoluzione, quell’ insorgere tumultuoso delle masse, la simultanea confluenza di mobilitazioni collettive e individuali, scontri di strada e tumulti, quella tempesta di idee, progetti, discussioni, concentrato in pochi mesi di insonnia generale; quel rosario di azioni violente e incontenibili che rovesciano un vecchio ordine e i pilastri di un potere secolare; quel concentrato di iniziative politiche, di rotture radicali, destinate ad accelerare il corso del tempo, che ha scandito per secoli la storia dell’Europa moderna, sembra oggi scomparsa dall’immaginario collettivo. Ancora di più: è scomparsa e resa negletta la più radicale delle rivoluzioni dell’età contemporanea: la Rivoluzione russa del 1917. Più precisamente, come spiega Paolo Favilli in questo saggio, quell’evento che ha portato al potere la classe operaia e le sterminate masse proletarie delle campagne russe, oggi non appare più pensabile. Il che significa che quel gigantesco fenomeno sociale, politico, culturale non appare più comprensibile ai nostri contemporanei, così come ai ceti colti e agli storici, vale a dire agli studiosi che per mestiere devono fornire conoscenza e pensabilità dei grandi fatti del passato, comprensione delle correnti profonde che hanno plasmato il nostro tempo.
Spiega il fenomeno Favilli, ragionando sul sintagma “frattura cognitiva”, per indicare un vero e proprio collasso epistemologico di fronte a un evento grandioso che ha avuto un influenza universale per gran parte del XX secolo:<<Si è creata, una frattura cognitiva, cioè la difficoltà a capire l’universo mentale dei contemporanei di vicende anche non troppo lontane nella misura in cui i concetti attorno ai quali erano costruite le loro rappresentazioni e che mobilitavano le loro azioni hanno perduto per noi il loro senso. Un clima politico culturale che non ha lasciato indenne la comunità degli studiosi professionali di storia, il cui compito principale è, invece, quello di dare conto della frattura cognitiva per espungerla dalla sfera analitica concernente lo studio delle grandi rivoluzioni>>.
Per la verità nella frattura cognitiva, acutamente rilevata da Favilli, si manifestano e agiscono vari e sottostanti atteggiamenti psicologici. Infatti, poiché, com’è noto, ogni storia è storia contemporanea, nel senso che essa è orientata dal presente dello storico che racconta i fatti e di tutti coloro che prendono in esame il passato, appare comprensibile che la Rivoluzione d’Ottobre venga oggi come ripudiata dall’immaginazione collettiva. Essa ha dato luogo ad uno Stato, il primo Stato proletario della storia, ma quella creazione straordinaria si è estinta, è crollata, dunque si è conclusa con un fallimento. E chi perde, nella logica dei vincitori -che oggi più che mai domina lo spirito del tempo – ha perso perché aveva torto. Sempre, gli sconfitti, poiché il racconto di come sono andate le cose lo scrive chi vince, erano dalla parte sbagliata della storia. Dunque nel fondo della frattura cognitiva agisce una damnatio memoriae nei confronti di una vicenda che ha subìto la verificazione implacabile del tempo. Si deve dimenticare ciò che “non ha funzionato”, la società socialista realizzata in Russia e nei restanti paesi dell’Unione Sovietica. In tempi, come quelli presenti, in cui la logica della funzionalità strumentale delle cose costituisce il valore dominante del giudizio sociale e della spiritualità collettiva, questa cancellazione acquista caratteri ancora più marcati.
Ma accanto alla rimozione, in questi anni in cui l’ideologia neoliberista del pensiero unico ha soffiato come una tempesta nei cieli del mondo, ha agito attivamente un altro atteggiamento nei confronti della Rivoluzione russa e della costruzione istituzionale e di potere che ne è seguita. Essa è stata condannata, più o meno tacitamente, senza dibattimento e senza appello come, un grande errore. Così un evento gigantesco della vicenda tumultuosa del mondo contemporaneo, che ha impresso un moto di trasformazione accelerato e globale a tutto il XX secolo, è stata collocata nella teca museale dei vecchi deragliamenti ideologici del passato. Un giudizio meramente politico, quello ispirato dalla critica alla illiberalità, macchinosità burocratica, disfunzionalità della società sovietica, diventa il criterio con cui valutare la Rivoluzione. Una posizione di parte, di politica corrente, finisce col nutrire e condizionare anche il punto di vista degli storici, che alla vicenda dell’Ottobre guardano dal fondo della sua conclusione ingloriosa. Agisce anche in questo caso, come ricorda Favilli, una concezione più generale della storia, per lo meno nelle elaborazioni più alte dell’intellettualità occidentale, che costituisce l’intelaiatura di fondo su cui poggia un simile atteggiamento:<<Se è vero, com’è stato detto da Fukuyama, che bisogna ormai ammettere che nella storia c’era «solo una strada», è necessario concludere che tutte le fasi nelle quali si sono elaborate e provate strade diverse erano degli «errori». Anzi delle «malattie di sviluppo sociale» L’analisi di un lunghissimo passato si risolve, quindi in una storia degli «errori» e delle «verità» necessarie che li hanno contrastati e vinti. La negazione, cioè, del «mestiere di storico» >>. Chi studia il passato lo giudica in base a un unico criterio di valore. E’ dunque la società capitalistica di mercato l’unica realtà possibile e soltanto il corso storico che si muove nel suo alveo, che la conferma e potenzia, è nel giusto e nel vero. Una nascosta e volgare filosofia della storia opera in realtà in questa postura che stabilisce una sorta di ortodossia deterministica con cui giudicare la vicenda degli stati, e destinata a condannare il presente alla sua immutabile perpetuazione.
Per il poco che si possa dire in queste breve note ad un testo già molto denso, occorre precisare che giudicare un errore la Rivoluzione russa, costituisce un vero tracollo dell’intelligenza storica in occidente. In tale forma scadente di valutazione si rispecchia il declino intellettuale e morale del nostro Paese e dell’Europa nel suo complesso. E almeno due piani di ragionamento occorre sinteticamente svolgere per rendere evidente al lettore la fallacia di quel giudizio, l’inconsistenza storiografica e la miseria culturale su cui esso poggia.
Vediamo brevemente il primo. L’Ottobre russo ha prodotto così radicali e universali mutamenti nei modi produzione, negli assetti sociali, nella vita politica, nei rapporti internazionali, nella cultura delle masse, nella partecipazione dei cittadini alla vita politica, nella spiritualità collettiva di così tanti paesi del mondo, che giudicarlo un errore equivale a considerare una strada sbagliata pressoché l’intera storia del ‘900. Ricordo che la Rivoluzione ha prima di tutto abolito quel che restava della struttura feudale delle campagne russe, spazzato via la cultura schiavile delle classi dirigenti, ancora viva alla vigilia dell’Ottobre. Come Favilli mostra in questo testo con frammenti letterari di rara potenza evocativa.
La violenza dei moti contadini che portarono alla presa del potere dei bolscevichi indusse i governi dell’Europa orientale e centrale, sia quelli che entrarono a far parte della confederazione delle repubbliche sovietiche, sia quelli delle nazioni contermini, a porre mano ad ampie riforme agrarie, con la frattura degli assetti latifondistici delle campagne, dando un impulso alla modernizzazione di agricolture marcatamente arretrate e oppressive nei confronti dei contadini.(P.Bevilacqua, Latifondo, Enciclopedia delle Scienze Sociali, Vol. 5, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1996) Ma il vento della Rivoluzione soffiò anche nelle campagne dell’Asia, in Cina, Indonesia, in Vietnam, dove i contadini ricevettero dal successo del proletariato russo un messaggio potente: la prospettiva di un nuovo destino sociale, una possibile liberazione e riscatto da secolari servitù, oltre a un patrimonio di idee, cultura, forme di lotta, modalità organizzative. E’ nel 1917 che l’incubazione delle idee rivoluzionarie si avvia nei villaggi della Cina per poi sfociare nella Rivoluzione del 1949.La Cina di oggi, che negli ultimi 30 anni ha dato prosperità a oltre 800 milioni di poveri, diventata negli ultimi tempi il paese guida di un nuovo corso della storia mondiale, è figlia di quell’insurrezione di moltitudini di proletari che ebbe il proprio epicentro a Pietroburgo.
Ma in una rapidissima rassegna dei processi di irradiazione della Rivoluzione russa sui successivi svolgimenti della storia mondiale occorre porre in un posto d’onore la vittoria militare dell’Unione Sovietica sulle armate hitleriane che l’avevano invaso. E’ oggi fortemente dubitabile che senza l’enorme e costosissimo sforzo bellico, senza l’eroismo dei soldati sovietici, la Germania nazista sarebbe uscita sconfitta dalla sua delirante avventura. Fino al 1941 tutti gli eserciti europei erano stati sconfitti, e in maniera travolgente, a partire da quello più potente: l’esercito francese. Così com’è dubbio che gli Stati Uniti sarebbero entrati in guerra senza le notizie della resistenza russa, o che le sorti della guerra sarebbero state rovesciate grazie alla sola presenza delle truppe americane nello scenario europeo. D’altra parte, nel novero delle congetture controfattuali occorre aggiungere una considerazione di rilievo: è difficile immaginare l’ Operazione Barbarossa, l’invasione nazista dell’URSS, se la Russia non fosse stato governata dai bolscevichi, se il potere russo non fosse stato l’esito di una rivoluzione operaia e contadina. Hitler odiava e temeva il comunismo e il bolscevismo forse con la stessa intensità di Churchill. E senza la grave sconfitta dell’esercito nazista in territorio russo, senza i colpi inflitti successivamente dalla controffensiva sovietica in marcia verso ovest, Hitler avrebbe probabilmente sconfitto anche le armate americane e dominato l’intera Europa.
Quel che non appartiene invece al novero delle congetture, ma alla storia reale e certificabile, è l’impulso, gli aiuti, la protezione che l’URSS fornì ai movimenti anticoloniali dei paesi del Sud del mondo nei decenni che seguirono alla seconda guerra mondiale.
Un nuovo alleato si era affacciato sulla scena mondiale in soccorso di tanti stati dell’Asia, dell’Africa, dell’America Latina, rimasti per secoli sotto il giogo della Gran Bretagna, dell’Olanda, della Francia, della Germania. Il che significa in termini di bilancio storico generale, che il paese della rivoluzione contribuì a una pagina fondamentale della modernità contemporanea: l’indipendenza e la liberazione dall’oppressione di tanti popoli dal domino coloniale dell’Europa e del nascente imperialismo USA. Anche quando l’URSS si mosse, con sostegno economico e militare alle forze indipendentiste, perseguendo politiche di potenza, svolse un ruolo di grandissimo rilievo nel processo di emancipazione di non pochi stati di vari continenti, influenzando il risveglio sociale delle masse, la politicizzazione delle élites, incidendo sulle strutture economiche e territoriali degli stati.
Ma in questo succinto bilancio non può essere trascurato il grande capitolo di storia che ci riguarda.
La Rivoluzione d’Ottobre rese possibile la nascita dei partiti comunisti in tutta Europa, coi loro vasti seguiti popolari che non solo hanno concorso alla lotta antifascista nel dopoguerra, ma hanno svolto un ruolo decisivo nel processo di emancipazione sociale e di costruzione degli Stati democratici contemporanei. E’ difficilmente misurabile oggi l’impulso galvanizzante, politico e ideale, che la vittoria dell’URSS sul nazismo diede alla lotta sociale nei paesi dell’occidente a partire dall’immediato dopoguerra. Persino il mito di Stalin, artefice della dittatura sanguinaria degli anni ’30 in URSS, che condensava l’incomponibile contraddittorietà della Rivoluzione, diede impulso alle lotte anche nei territori più lontani dalla Russia. Come ricorda Favilli: <<È stato giustamente affermato che la Rivoluzione russa, stalinismo compreso, «ha[…] affascinato il mondo, o ha[…] avuto un impatto su di esso, non per quello che ha[…] fatto, ma per la consonanza con quello che hanno tentato e che volevano fare molti milioni di loro contemporanei». Nell’Italia del secondo dopoguerra, i contadini del meridione, con alla testa i comunisti, occupavano il feudo, anche con la forza che proveniva dalle vittorie di Stalin, e nel farlo scrivevano un pezzo di storia dell’emancipazione umana.>>
Il caso del Partito comunista italiano, che diede un contributo rilevante alla lotta antifascista, alla nascita della Repubblica, all’elaborazione della Costituzione, costituisce un capitolo esemplare di questa storia. Del resto, come si sarebbe potuto affermare il welfare della seconda metà del ‘900 senza il concorso e le lotte dei partiti comunisti e socialisti, la grande forza popolare e la mobilitazione dei sindacati, forti dell’ondata progressista che proveniva dalla vittoria contro il nazifascismo?
La Storia non è una partita di calcio in cui si vince o si perde, nulla accade mai invano. Le grandi trasformazioni prodotte da quell’evento grandioso nel corpo delle società contemporanee, che sono parte del nostro tempo, non sono reversibili, se non in parte. Il crollo dell’Unione Sovietica non può cancellarle. E che quelle trasformazioni siano state un potente contributo all’emancipazione delle classi popolari, all’avanzamento generale della nostra civiltà, ce lo dimostrano le vicende che abbiamo vissuto dopo il crollo dell’URSS e del fronte comunista dell’Europa orientale. Una volta tanto, la Storia offre la possibilità di una verifica, per così dire controfattuale. Che cosa è accaduto alle società occidentali dopo la fine dell’esperienza sovietica, allorché è venuto a mancare il grande antagonista al capitalismo occidentale? Quando è scomparso quel vaso fronte di società che per quanto inefficienti, illiberali, burocratizzate, offrivano ai loro popoli una vasta gamma di diritti sociali e rappresentavano pur sempre un nuovo mondo possibile? Una costellazione di stati che per le masse popolari dell’occidente rappresentavano pur sempre delle forze amiche, su cui poter contare nella lotta comune per una società più giusta e che alimentavano, fra numerosi gruppi intellettuali, la speranza di una loro possibile evoluzione in senso liberale? Che cosa è accaduto al pensiero politico dopo il 1991, diventato pensiero unico? Che cosa al welfare, al lavoro, ai sistemi politici, alla democrazia, alla coesione sociale, alla pace e agli equilibri mondiali? Chi di noi avrebbe mai immaginato, in pieno nuovo millennio, il ritorno in grande stile del lavoro schiavile nelle nostre campagne?
Ma a proposito del finale drammatico dell’URSS, che sembra condannare tutto quanto di grande e di universale la Rivoluzione realizzò e rese possibile, ecco la seconda considerazione. Il giudizio sul crollo dell’URSS a distanza di quasi 70 anni, valutato come una prova del fallimento della Rivoluzione e del progetto socialista, poggia su una evidente decontestualizzazione storica ed è fortemente viziato da un pregiudizio ideologico. Gran parte degli errori strategici ( pur senza volere assolvere dalle loro varie e gravi responsabilità i gruppi dirigenti sovietici) sono incomprensibili se astratti dalla guerra calda o fredda, ma sistematica e incessante, con cui l’intero occidente, e soprattutto gli USA, hanno cercato di cancellare quella deviazione dalla società capitalistica in tutti i 70 anni della sua esistenza. Ricordo che tale intenzionalità strategica si manifestò sin da subito, quando, con la scoppio della guerra civile in Russia, nel 1918, gli eserciti stranieri europei, con il concorso degli americani, fecero parte dell’Armata bianca. Già da allora gli Stati Uniti, che stavano al di là dell’Oceano, e con cui gli zar avevano intrattenuto amichevoli rapporti, avevano avvistato nel comunismo il loro principale nemico. Un coacervo di forze, tutte accomunate da odio e paure antipopolari, tentò di soffocare sul nascere il giovane stato rivoluzionario. Come ricorda puntualmente Favilli, sin da allora lo stato sovietico ha vissuto la sua storia entro una sindrome di accerchiamento, che non aveva nulla di ideologico, ma era fondato su minacce reali e potenti da parte dell’intero mondo capitalistico. Un accerchiamento che con lo scoppio della seconda guerra mondiale avrebbe preso le fattezze devastanti dell’invasione nazista. Ma che nel dopoguerra si sarebbe ripresentato immediatamente sotto forma di minacce mortali (le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki erano messaggi all’URSS), di sabotaggi economici, rappresaglie, guerriglia ideologica: tutto l’armamentario della guerra fredda. E’ davvero difficile immaginare la pesante militarizzazione della società sovietica, che ha condizionato in maniera determinante il suo modello di sviluppo, le forme del suo controllo sociale, gli spazi di libertà concessi ai cittadini, senza considerare il sistematico accerchiamento bellico, ideologico, culturale di cui i suoi gruppi dirigenti sono stati oggetto per gran parte del secolo. Il fatto che l’URSS, distrutta dall’invasione nazista nelle sue strutture civili e industriali, con circa 27 milioni di morti e tanti altri milioni di invalidi e mutilati, abbia dovuto impiegare tanta parte delle sue compromesse risorse per difendersi dalla minaccia armata degli USA è un aspetto gravemente rimosso dalla considerazione storica. Una smemoratezza che ha vari aspetti e che andrebbero partitamente indagati. Ma il meccanismo mentale con cui di fatto l’esperienza sovietica è stata liquidata come fallimentare è consistito nella comparazione astratta di due modelli, quello capitalistico-occidentale e quello socialista-orientale, come due idealtipi osservati in una campana sterile, svuotata della complessa asperità della stori e dei suoi accidenti. Quasi un esperimento di fisica nel chiuso di un gabinetto scientifico. Come se la competizione fra i due sistemi fosse stata astrattamente alla pari, nei punti di partenza e nei rapporti di forza. L’ Occidente industrializzato, padrone coloniale dell’intero Sud del mondo, messo a gareggiare con un paese in gran parte rurale, costretto alla guerra sin dalla sua nascita. Si tratta di un nodo fondamentale della nostra storia, e oggi del nostro presente, che andrebbe rivisitato con buona lena di ricerca e complessità di spettro teorico. Perché su un tale fallace e superficiale costrutto concettuale ha poggiato la volenterosa capitolazione del ceto politico e dei gruppi intellettuali un tempo di sinistra, e la forza dilagante della narrazione neoliberista, la leggenda che l’unica società possibile sia quella che abbiamo e che la storia sia finita. E’ in gran parte su questa abborracciata mitologia che si è preteso di abolire alle nostre società la potenzialità teorica di un diverso avvenire.
In realtà, come ricorda lo stesso Favilli, l’impensabilità della rivoluzione comporta anche un’altra grave mutilazione epistemologica: la rimozione del conflitto come motore del processo storico; scontro tra interessi di classe diversi e antagonisti. In realtà non è mai appassita la verità che << la storia delle società finora esistita è storia di lotte di classe>> gridata al mondo dai giovani Marx ed Engels nel Manifesto dei comunisti del 1848. Una lotta di classe , combattuta soprattutto dagli USA e dal Regno Unito, che in questo caso si è espressa tra modelli statali. Ma era una lotta contro l’ipotesi comunista, una guerra multiforme contro un progetto di società alternativo al capitalismo. Un capitolo di storia su cui ormai esiste una documentazione imponente, soprattutto di parte americana, che in queste brevi note non è il caso di elencare.(Ne ho trattato nel mio La guerra mondiale a pezzi e la disfatta dell’Unione Europea, Castelvecchi 2025, ma ricordo qui almeno uno degli ultimi studi, quello dello svizzero Daniel Ganser, Le guerre illegali della Nato, Fazi 2022) Dunque, lo stato e la società sovietica non sono implosi, ma sono stati sconfitti dalla lotta di classe combattuta con tutti i mezzi dal fronte atlantista. Del resto, di fronte all’imbelle capitolazione politica culturale e politica delle élites che erano state progressiste, suona molto più che come una battuta irridente quanto dichiarò al New York Times, nel 2006 il multimiliardario americano, Warren Buffet: «Certo che c’è guerra di classe, ma è la mia classe, la classe ricca che la sta conducendo, e noi stiamo vincendo» (Marco D’Eramo, Dominio, Feltrinelli, 2020 )
Tuttavia il nucleo più profondo e originale di questo saggio di Paolo Favilli, tocca solo tangenzialmente i temi qui appena accennati. Esso consiste invece nell’esame in sé dell’esplosione rivoluzionaria, di quel fenomeno tellurico che investe e sconvolge una società intera, trascinandola in un vortice di azioni, reazioni, violenze, che nessuna forza individuale è in grado di governare. Favilli affonda lo sguardo in questa tempesta di azioni simultanee, che definisce <<magma>>, e che come il fuoco liquido del vulcano si muove secondo forze, tensioni e direzioni incontrollabili. Si tratta di una verità per niente scontata, che il nostro sguardo viziato dalla parzialità dell’ideologia, dall’infantilizzazione delle menti prodotta dai media, non riesce oggi a cogliere nella sua pur inquietante verità. L’aveva già colta acutamente, nel 1920, nientemeno che Vladimir Ilic Lenin, vale a dire la figura che ebbe un ruolo decisivo nelle sorti della Rivoluzione, ma che nella mitologizzazione del pensiero corrente appare come il condottiero che guida a suo piacimento le masse in lotta:
<< La storia in generale, la storia delle rivoluzioni in particolare, è sempre più ricca di contenuto, più varia, più multilaterale, più viva, più “astuta”, di quanto immaginino i migliori partiti, le più coscienti avanguardie delle classi più avanzate. E ciò si comprende, giacché le migliori avanguardie rappresentano la coscienza, la volontà, le passioni, la fantasia di decine di migliaia di uomini; ma la rivoluzione viene attuata in un momento di slancio eccezionale e di eccezionale tensione di tutte le facoltà umane, dalla coscienza, dalla volontà, dalle passioni, dalla fantasia di molte decine di milioni di uomini spronati dalla più aspra lotta di classe>> (L’estremismo malattia infantile del comunismo, Opere complete, Editori Riuniti 1967)
Paolo Favilli, afferra concettualmente la potenza “naturale”, vulcanica, incontrollabile della Rivoluzione, la sua relativa “autonomia di movimento” rispetto al controllo delle forze politiche in campo, innanzi tutto sulla base delle fonti storiografiche. Neppure i bolscevichi, che da quella Rivoluzione uscirono vittoriosi, ne furono i promotori e la guida: <<Sia dalla abbondante memorialistica che dagli studi sul periodo febbraio-ottobre 1917 emerge con chiarezza che non è possibile considerare quello dei bolscevichi come ruolo guida nelle dinamiche che seguirono immediatamente l’Ottobre del 1917.>> E per comprendere questa verità ha bisogno di conoscere un po’ da vicino le figure umane protagoniste dell’ esplosione sociale dell’ Ottobre del 1917, quei contadini che erano usciti dalla servitù della gleba soltanto nel 1861 e che ancora subivano dai padroni lo sfruttamento e le umiliazioni del loro antico servaggio. Covava infatti nella pancia della vecchia Russia rurale una rabbia secolare, che già a fine ‘800 si esprimeva in atti di violenza isolati, focolai di rivolta, che minacciavano il grande incendio. Favilli affida a un articolo profetico di Marx una testimonianza esemplare:
dal 1842 le insurrezioni dei servi contro i proprietari terrieri e i loro amministratori sono diventate endemiche (…) qualcosa come sessanta nobili, secondo le statistiche ufficiali del ministero degli interni, vengono assassinati dai contadini ogni anno… Se insorgono, avremo il 1793 della Russia: il regno del terrore di questi servi semiasiatici sarà qualcosa che non avrà pari nella storia.
Dunque per comprendere i materiali del <<magma>> occorre immergersi nell’antropologia complessa, contraddittoria, spesso irrazionale, dei villaggi rurali russi. E quale più aderente, ravvicinato, veritiero sguardo della letteratura, della poesia e della narrativa russa? Favilli esprime nettamente questa convinzione con parole pienamente condivisibili:<<Tutte le espressioni letterarie, ad ogni livello, sono in grado di aprire la visione verso aree che rimangono precluse a testi politici, teorici, o teorico-politici. Solo l’alta letteratura, però, ha la possibilità di creare l’«intensità, e il brulichio» dell’esistenza nella contingenza storica. Solo uno «scrittore di genio» riesce a dare una «carica visionaria» ai «segmenti» frantumati della vicenda storica.>> E con coerenza e fedeltà a tale convinzione, l’autore ci offre pagine di grande suggestione e potenza evocativa sul mondo delle campagne russe prima e anche dopo la Rivoluzione , che costituiscono il nucleo di maggiore interesse di questo saggio. La sociologia delle campagne di un paese immenso, rimaste per secoli ai margini della modernizzazione capitalistica, viene messa a nudo nei suoi aspetti più intimi, materiali, psicologi, umani. Il campionario di scrittori chiamati a testimoniare è straordinariamente ampio. Si va da un sorprendente Ceckov a un potente e accorato Maxim Gorkij, con in mezzo un concerto di “minori” – nel senso di sconosciuti al lettore non specialista – che completano un vasto e multiforme quadro. Ed è tale discesa agli inferi dell’universo contadino russo che consente a Favilli di illuminare le ragioni della contraddittoria ingovernabilità della Rivoluzione. Ma non solo. Soprattutto nell’opera narrativa di Vasilij Grossman, l’epico cantore della Guerra patriottica contro l’invasore nazista, egli rinviene i più ricchi materiali e le testimonianze più esemplari:<<I due grossi volumi, Stalingrado e Vita e destino, focalizzati sulla città simbolo della resistenza e della vittoria sovietica nella battaglia che segna un tornante decisivo per gli esiti della II guerra mondiale, sono uno spaccato straordinario su tutte le configurazioni assunte in più di vent’anni dal «terremoto permanente» della rivoluzione. La costruzione letteraria di altissimo livello ci permette di entrare all’interno della molteplicità di meccanismi che producono contemporaneamente, a volte in parallelo a volte in relazione, eventi di spettacolare sostanza emancipatrice ed eventi in cui prevale l’orrore che nega quella sostanza. Una dialettica che trova molto raramente il momento della sintesi.>>
Dunque la logica profonda della Rivoluzione, la sua verità, si afferra solo nelle pagine della letteratura. E ciò per la semplice ragione che essa fornisce alla ricostruzione storica quel di più di complessità, di vicinanza ai fatti, quella loro scarnificazione dalle ideologie, con cui gli storici di professione tendono a razionalizzarla e inquadrarla nella loro visione generale. In questo caso la grande narrativa russa rende merito alla potenza spontanea della masse, al loro protagonismo ribelle, al di là delle élites che intendono indirizzarle e dirigerle. Si tratta a mio avviso di una conquista non solo storiografica, ma anche teorica. La ricerca storica ricostruisce il passato sui materiali colti, elaborando i fenomeni già concettualizzati e razionalizzati dalle forze politiche, dalle élites intellettuali, ma sfiora appena i veri protagonisti della Storia per lo meno nelle grandi bufere rivoluzionarie: le masse anonime dei senza storia, le moltitudini di uomini e donne che rovesciano con il loro corpo e il loro sangue l’opprimente gabbia di un dominio secolare.
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