UNA NUOVA “MARCIA DEL DOLORE” PER UN ALTRO WELFARE? da LA FIONDA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UNA NUOVA “MARCIA DEL DOLORE” PER UN ALTRO WELFARE? da LA FIONDA

Una nuova “marcia del dolore” per un altro welfare?


Giovanni Peduto   5 Ottobre 2026

Nel maggio del 1954 centinaia di persone cieche si misero in cammino da Firenze per giungere a Roma e denunciare la propria condizione. Cercavano riconoscimento e comprensione: una pensione dignitosa che potesse aiutarli ad uscire da condizioni di indigenza e oblio sociale. Dopo tanti chilometri, rigorosamente percorsi con i propri bastoni, all’arrivo a Roma suscitarono un’ondata di commozione. Quella marcia fu ribattezzata: la marcia del dolore.  

Recenti episodi di cronaca hanno riacceso i riflettori sulla marginalità che vivono sempre più spesso le famiglie con persone con disabilità, per poi, ovviamente, virare subito altrove. È il cuore stesso della società dello spettacolo: aizzare false emozioni su simulacri immaginativi e immediatamente sgattaiolare altrove. Lasciare appena il colpo sordo di un’impressione, un’ubriacatura retinica, ben lungi dal trasformarsi in riflessione, condivisione. Ogni immagine, ogni informazione, si lascia solo consumare. La questione politica diventa un fatto privato da compatire; il tema generale scade in una condizione particolare. Tuttavia, da lavoratore nelle relazioni d’aiuto e volontario del terzo settore non posso che dedicare alla tematica qualche fugace parola e interrogarmi su di un fatto peculiare: occorre oggi una nuova marcia del dolore?

La prima parola che sovviene quando si affrontano queste tematiche è quella di welfare, parola la cui traduzione implica già una scelta di campo: stato sociale, stato del benessere o stato assistenzialista sono esempi di traduzioni possibili. Oggi, fateci caso, la traduzione più in voga è l’ultima. È fortemente presente nei discorsi della quotidianità un certo pregiudizio che individua negli utenti dello stato sociale persone esclusivamente da assistere, tendenzialmente “deboli”, incapaci di porsi in maniera propositiva nei confronti della realtà sociale. Si tratta di un punto cruciale, tutto da analizzare. Malgrado in ambienti molto strutturati come la scuola siano entrati in vigore i linguaggi dell’ICF che utilizza nozioni come funzionamento, profilo, per evitare la dialettica del deficit e delle mancanze, la realtà sociale è ancora fortemente sorda a questo nuovo paradigma. Permangono le immagini secolari della disabilità come qualcosa che manca di qualcosa, una lettura totalmente allineata a quella del deficit. Una persona con disabilità è innanzitutto una persona che non sa fare qualcosa che fanno tutti. Occorre interrogare, pertanto, il frame interpretativo che ereditiamo dal nostro contesto storico e tramite il quale diamo senso a questi fenomeni sociali.

Si diceva che la traduzione già implicasse una scelta di campo, ma il significato che poi si conferisce a questa traduzione è ancora più importante. Lo stato assistenzialista viene interpretato perlopiù come un insieme di politiche sociali per particolari sacche della società, quelle di solito caratterizzate da molta fragilità (economica, sociale, psicologica). Anche questa non è una scelta neutra: il welfare viene indicato come un insieme di norme specialistiche per un tema molto specifico appunto, quello della fragilità. C’è una politica sociale a sé stante così come c’è una politica economica a sé stante e così come c’è una politica estera indipendente. All’interno di questa lettura, che va per la maggiore, il welfare è un settore specialistico della politica pubblica. Si tratta, tuttavia, di una concezione molto ristretta della nozione di welfare. Gli studi di Saraceno sono al riguardo illuminanti. La studiosa distingue infatti una concezione allargata e una concezione ristretta di welfare: ‹‹Nella visione allargata, il welfare state definisce una società in cui lo Stato interviene nei meccanismi di riproduzione economica e di redistribuzione per riallocare le opportunità di vita tra gli individui e le classi sociali. Perciò è qualche cosa di più dell’insieme delle politiche sociali, implicando una particolare forma sia di Stato, sia di governo, sia di società. Nella visione ristretta, il welfare state invece riguarda un insieme specifico di politiche sociali: le forme di sostegno al reddito, i servizi sociali, il servizio sanitario e le politiche della casa››[1].

È innanzitutto questa concezione ristretta che bisogna indagare, così diffusa tra la gente comune, e carsicamente depositatasi nelle nostre menti almeno a partire dagli anni ’80. Si tratta dell’idea secondo cui il welfare sia essenzialmente quell’insieme di norme che tutela e che ha come oggetto un preciso ambito della società, la sua fascia più debole e marginale. Individuarne uno specifico dominio, sgancia però il welfare dalle scelte di politica economica e sociale, appartenente per definizione ad un altro dominio. La concezione specialistica e ristretta finisce pertanto con il legittimare ed eternizzare lo status quo delle scelte economiche e sociali di un certo regime politico.

Mi è capitato più volte di discorrere con esperti delle relazioni di aiuto (siano stati essi psicologi, assistenti sociali, educatori, docenti) e sentir dire frasi per me totalmente contraddittorie: ‹‹Il governo di [tizio] ha svenduto la nostra economia, ma ha attuato migliori politiche sociali!›› con esplicito riferimento alla sopra menzionata concezione ristretta del welfare. È evidente, tuttavia, che le politiche sociali non possono essere separate dal proprio rimando al contesto economico generale.

Nel lavoro quotidiano, ad esempio, nell’ambito della salute mentale, la rivoluzione basagliana ha permesso un grande cambio di paradigma, ancora da attuare e sviluppare pienamente: porre al centro la persona, più che la sua diagnosi, e permetterle di vivere la malattia come un fatto interno della propria vita, e non come un fatto che implichi lo spossessamento e l’alienazione dalla propria vita in una struttura contenitiva come il manicomio. Era il nocciolo duro della distinzione che soleva proporre tra la psichiatria per i ricchi e la psichiatria per i poveri: i primi possono permettersi di vivere la malattia mentale come una malattia propria, alla stregua di una condizione organica, usufruendo del miglior supporto psicologico, delle migliori strutture, circondati dai familiari e potendo tornare sempre a casa; mentre, i poveri, la classe proletaria si vedeva annichilire l’intera esistenza e i propri diritti nelle contenzioni del manicomio, non conservando nulla della propria “vecchia” vita. Dalla contenzione si è passati oggi ad altre parole d’ordine, quali, appunto, persona, e soprattutto, territorio. Conservare la propria condizione, vivere la malattia mentale come un fatto interno della propria vita, significa innanzitutto incontrare la cura nel proprio territorio, nella propria casa, significa poter agire sul contesto e non essere sradicati dai propri affetti.

Sembra, a primo acchito, qualcosa di molto tecnico, demandabile totalmente agli psicologi, agli esperti, ai tecnici. E, ahimé, molti ancora interpretano il tutto come un mero fatto specialistico. Eppure, nella pratica quotidiana, si batte continuamente la testa contro gli esiti di un preciso contesto economico e sociale, che condiziona radicalmente il processo di cura. Capita spessissimo infatti che l’assegno offerto dallo Stato sia risibile in vista delle impellenti necessità della persona con disabilità; capita di non potersi permettere uno psicologo; capita altrettanto spesso che l’offerta di servizi pubblici sia essa stessa risibile e che sia necessario ricorrere a realtà private o associazioni che vivono di puro volontariato, più dedite giocoforza all’avventurismo solidaristico che a veri e propri progetti educativi; capita di ricevere un’assistenza domiciliare totalmente inadeguata, o di non riceverla affatto e di doverla integrare con professionisti privati; capita, pertanto, di dover imparare a districarsi in un mondo difficile, tutt’altro che intuitivo e supportivo.

Dietro a tutte queste difficoltà ci sono ovviamente precise scelte politiche: nei Trent’anni Gloriosi (1945-1975) si è assistito ad un grande sviluppo del welfare in ambito europeo; quest’ultimo nasceva dal compromesso tra Capitale e Lavoro e mirava a tutelare i diritti dei lavoratori; con l’avvento del neoliberismo, però, il welfare divenne l’oggetto di pesanti critiche. Spesso insultato, ridotto a inutile spreco, è stato oggetto di una feroce campagna di smantellamento. I mercati mondiali aperti dal nuovo paradigma neoliberista mettevano in competizione tra di loro modi di produzione molto eterogenei, caratterizzati soprattutto da un differente costo del lavoro. Negli Stati europei, infatti, il costo del lavoro, tutelato com’era dalle concessioni ottenute dalle lotte operaie, era di gran lunga superiore al costo del lavoro di altre parti del mondo. Per competere, pertanto, occorreva attaccare al cuore il welfare state, abbassare i costi e mutarne il paradigma. Scrive al riguardo la Saraceno:

‹‹La globalizzazione (inclusa la creazione del mercato comune) espone alla competizione economie abituate a operare in mercati nazionali relativamente protetti. Il costo del lavoro diviene un nodo centrale nei dibattiti sulla competitività, mentre l’invecchiamento della popolazione viene visto come un rischio per il bilancio dello Stato, modificando il rapporto fra entrate e uscite. Il welfare state viene perciò visto come un ostacolo al buon funzionamento del mercato. Le politiche di protezione sociale cambiano radicalmente di significato e obiettivo: divengono politiche dell’offerta (di lavoro) piuttosto che della domanda (di beni di consumo). Ciò comporta un progressivo ri-orientamento delle politiche, sia in pratica sia nel linguaggio. Le parole d’ordine diventano «attivazione», «rischio di azzardo morale» e, più recentemente, «investimento sociale»[2].

Il welfare odierno, o quel che ne rimane, si prefigura come una sorta di supporto all’attivazione del soggetto. Non ha lo scopo di tutelare in toto le sue necessità, ma somiglia molto più ad una sorta di facilitatore, il quale deve essere in grado di incentivare l’attività del soggetto verso il lavoro e la società. Citando ancora la Saraceno: ‹‹Lo strumento individuato per raggiungere tale obiettivo non è più il sostegno alla capacità di consumo, quanto il sostegno alla creazione di una forza lavoro e di un capitale umano utili per il mercato e l’economia. Anche quando, riprendendo la tematica dei diritti, si parla del welfare delle opportunità, o dell’investimento sociale, si formula la questione in termini di (pari) opportunità a «correre» nel mercato del lavoro, di necessità di investire in «capitale umano» presente e futuro (le nuove generazioni), al fine di avere una forza lavoro più adeguata alle sfide competitive e meno esposta ai rischi di marginalità e di rimanere a carico della spesa assistenziale››[3].

È proprio a questo livello, però, che si incappa in un’insanabile contraddizione: se da un lato, il mondo neoliberista investe il welfare residuo in risorse di attivazione soggettiva, cercando di “raddrizzare” i soggetti devianti per renderli competitivi sul mercato del lavoro, dall’altro lato, però, non muta quelle condizioni logistiche, lavorative, organizzative, che escludono di fatto i lavoratori con disabilità. Per fornire un semplice esempio: è difficile credere che una persona con disabilità, che vive in carrozzina, possa attivarsi se nel proprio condominio o nel proprio luogo di lavoro sono presenti barriere architettoniche insormontabili. La scelta di puntare sull’attivazione soggettiva non dispensa la politica dal creare condizioni oggettivamente favorevoli all’inclusione, anzi ne acuisce la necessità e l’obbligatorietà.

L’Italia, dal canto suo, sembrava aver recepito questa necessità già con l’introduzione nel 1992 della legge 104, la quale, secondo Schianchi, ha permesso al contesto italiano di abbandonare un welfare di stampo assistenzialista per passare ad un vero e proprio Stato sociale, che promuovesse l’inclusione delle persone con disabilità. Tuttavia, l’autore constatava poi amaramente:

‹‹A due decenni di distanza, è evidente che il passo in avanti rappresentato dalla legge del 1992 e il processo di realizzazione di un effettivo “Stato sociale” per le persone disabili abbiano trovato ostacoli all’interno della frammentazione istituzionale, nelle difficili forme di collaborazione tra ambiti  diversi del settore pubblico, nelle disuguaglianze regionali, nella “non obbligatorietà” di alcuni servizi che sembra configurare diritti non esigibili, nei vincoli delle risorse ordinarie di bilancio per l’erogazione di alcuni servizi di competenza locale. In questo senso, è lecito chiedersi se quel formale abbandono di una “filosofia assistenzialistica” da parte dello Stato, se il coinvolgimento maggiore degli individui con disabilità, delle famiglie, del cosiddetto terzo settore, dell’associazionismo non possa essere interpretato, almeno in parte, già allora, come una “forma di disinvestimento” dei pubblici poteri rispetto al campo della disabilità ancor prima di aver insistito o di avergli dato solide gambe per potersi muovere in modo meno assistito››[4].

La retorica sull’attivazione, sull’empowerment (altra parola abusata) del soggetto nasconde in molte occasioni un meccanismo di delega e di disinteresse nei confronti delle fasce della popolazione più fragile.

La sensazione è che occorra un nuovo tipo di welfare, che vada molto al di là dei limiti angusti della concezione ristretta, della retorica dell’attivazione, la quale molte volte si limita ad allocare del denaro “eccedente” in particolari ambiti del sociale. Occorre forse focalizzarsi sulla messa a punto di una concezione allargata che veda nel welfare un modo di organizzare la stessa politica economica e sociale e che abbia il coraggio di mirare ad una diversa organizzazione e ristrutturazione del mondo del lavoro. Occorre, forse, una forma avverbiale del welfare, ossia, un welfare che sia innanzitutto un modo di impostare la politica economica e sociale.

Questa consapevolezza dovrebbe partire, però, proprio da noi, tecnici del sapere pratico nell’ambito delle relazioni di aiuto. È anche questo un obiettivo ancora lontano: vige in molti ambienti ancora un’interpretazione specialistica del nostro ruolo: il nostro compito – si crede – è quello di introdurre strategie e tecniche che possano migliorare le qualità di vita del soggetto all’interno del proprio contesto di vita. È vero, ma non è tutto. Occorre far nostra la formula: il lavoro sociale ed educativo o è politico o non è[5].

E forse sì, avremmo bisogno di una nuova marcia del dolore.

.


[1] Cfr. C. Saraceno, Il welfare, Il Mulino, Bologna 2013, ebook, p.13-16.

[2] Ivi, p. 22-23.

[3] Ibid.

[4] M. Schianchi, Storia della disabilità, Carocci, Roma 2012, p. 218.

[5] Cfr. A. Morniroli – G. Scancarello, Noi non facciamo del bene. Inchiesta sul lavoro sociale tra agire politico e funzione pubblica, Donzelli, Roma 2025.

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