IL CARO AFFITTI HA UN COSTO. E LO PAGA LA COMUNITÀ da IL MANIFESTO
Il caro affitti ha un costo. E lo paga la comunità
Adriano Solidoro 06/10/2026
Città inabitabili Quando le persone vengono spinte lontano perché non riescono a mantenersi, il loro lavoro non diventa meno necessario. Diventa più difficile da organizzare. E molto più costoso
In Spagna la casa divide ormai il parlamento e il paese in due campi. Venerdì 2 ottobre il Congresso ha fatto cadere i decreti del governo Sánchez su affitti e sfratti con i voti di popolari, Vox e Junts, e il giorno dopo più di cinquanta città erano in piazza a chiedere lo sciopero generale.
Per la sinistra la casa è un diritto e va sottratta alla rendita. Per la destra è un patrimonio di cui il proprietario dispone, un investimento che la legge non deve scoraggiare. La stessa polarizzazione attraversa la politica italiana e si vede meglio dove i prezzi corrono di più, a Milano, Roma, Firenze, Bologna. Chi propone un tetto agli affitti brevi si ritrova schedato all’estrema sinistra prima di aver finito di parlare.
C’è però un conto che non ha colore politico e che nessun annuncio immobiliare riporta. È quello che l’allontanamento di chi lavora presenta alle imprese e ai servizi pubblici.
Una città è un sistema in cui ogni parte dipende dalle altre, e il mercato in cui ciascuno decide quanto pagare un metro quadrato ne è solo un pezzo. L’urbanista Michael Batty, che allo University College di Londra studia le città con modelli matematici, la legge come una rete di flussi più che come un insieme di luoghi, e in una rete spostare un nodo cambia i percorsi di tutti. Un ospedale ha bisogno di chi pulisce le corsie alle sei del mattino, una scuola di insegnanti che restino abbastanza a lungo da conoscere i propri alunni. La prima corsa del mattino presuppone un conducente che abiti vicino al deposito. Quando queste persone vengono spinte lontano, il loro lavoro non diventa meno necessario. Diventa più difficile da organizzare, e più caro.
Milano, di giorno, cresce di oltre la metà: ai circa 1,37 milioni di residenti si aggiungono oltre ottocentomila persone che entrano per lavorare o studiare. L’Osservatorio sull’abitare di Assolombarda aggiunge un dato che dovrebbe preoccupare gli stessi industriali che lo hanno promosso: quasi quattro under 45 su dieci hanno rinunciato almeno una volta a un lavoro o a un corso per via della distanza. Chi rinuncia in partenza sfugge alle statistiche e intanto restringe il bacino in cui le imprese possono assumere. L’azienda dei trasporti milanese ne sa qualcosa. All’inizio del 2025 ad Atm mancavano 350 conducenti e le corse di superficie sono state diradate. Da allora l’azienda ha reclutato trenta autisti a Tunisi e vuole ricavare 150-200 alloggi per i dipendenti dall’ex deposito di viale Stelvio.
Il Regno unito ha misurato le conseguenze. L’istituto di statistica ha seguito per quindici anni i cambi di lavoro: tra gli uomini, chi impiega un’ora per arrivare al lavoro ha una probabilità di dimettersi superiore di quasi un quarto rispetto a chi impiega dieci minuti; tra le donne, su cui pesa gran parte del lavoro di cura, l’aumento sfiora il trenta per cento. Ogni dimissione apre una catena di costi, dalla ricerca di un sostituto ai mesi che servono per formarlo. L’amministrazione di Londra stima che un calo dell’uno per cento dei prezzi delle case varrebbe circa 730 milioni di sterline l’anno di produttività in più. Intanto i municipi londinesi spendono 5,5 milioni di sterline al giorno per chi resta senza casa.
A Parigi l’Institut Paris region ha censito 1,9 milioni di lavoratori essenziali nella regione e ne ha confrontato i salari con gli affitti. Nella capitale meno di un posto su dieci può essere occupato da qualcuno che guadagni abbastanza per abitare vicino. Nel 2019 l’Ap-Hp, che gestisce gli ospedali pubblici della città, aveva quattrocento posti da infermiere scoperti e novecento letti chiusi su ventimila; il vicedirettore spiegava che con quegli stipendi a Parigi non si trova un monolocale sotto i 750 euro. Due anni dopo i posti vacanti erano un migliaio e i letti chiusi circa il 13 per cento.
La stima più completa viene da Sydney. Nel 2023 il Committee for Sydney ha calcolato che i prezzi delle abitazioni costano all’economia urbana più di dieci miliardi di dollari australiani l’anno, intorno ai sei miliardi di euro. La voce più pesante, 6,8 miliardi, è produttività perduta fra costo del lavoro più alto e tragitti più lunghi.
A Madrid l’aula parlamentare si è divisa lungo la linea prevista, e in Italia accadrebbe lo stesso. I conti fatti altrove, però, non seguono quella linea. Il rendimento di chi possiede le case lo pagano anche le imprese che non trovano personale e i contribuenti che finanziano gli alloggi d’emergenza. Non serve essere di sinistra per vederlo. A Milano i dati li ha raccolti Assolombarda, e il rapporto di Sydney viene da un centro studi finanziato dalle grandi aziende della città.
Il lavoratore spinto fuori forse risparmia qualcosa sull’affitto e lo restituisce in ore di treno. Chi lo ha assunto e formato rischia di perderlo appena trova un posto più vicino a casa. Nessun bilancio registra questi costi, che pagano gli elettori di ogni partito. Contarli in Italia, come a Londra e a Sydney, darebbe al dibattito sulla casa una base comune.
«Il paradosso della rendita immobiliare: cresce ma i Comuni s’impoveriscono»
Shendi Veli 06/10/2026
Il tetto che scotta Il peso del pubblico e quello del privato nello sviluppo delle città: parla Simone Ombuen, docente di Urbanistica a Roma Tre
Intervista
Simone Ombuen
Docente di Urbanistica a Roma Tre
Stefano Meluni – Foto LaPresse
Mentre la rendita immobiliare cresce, i comuni perdono risorse e capacità di governare le trasformazioni urbane. Simone Ombuen, docente di Urbanistica a Roma Tre, analizza le radici della crisi abitativa.
Qual è l’impatto delle rendite finanziarie sulle città?
Nel capitalismo industriale il valore derivava soprattutto dall’attività produttiva. Oggi la produzione ha una quota modesta nella ripartizione del valore: conta la gestione dei flussi, quindi la rendita. Un esempio è il controllo di uno stretto di mare. Se tu chiedi il pagamento di un pedaggio estrai nuovo valore da un bene immobile perché hai il controllo di un flusso. Nell’economia urbana è il controllo sulla disponibilità dei suoli edificabili.
Se il suolo urbano vale sempre di più, come mai i bilanci delle città sono in sofferenza?
C’è un paradosso alla radice. Nel momento in cui un piano urbanistico pubblico rende edificabile un terreno privato, quel valore aggiuntivo che si crea è in mano unicamente al privato. Se il Comune volesse indietro quel terreno per costruirci ad esempio case popolari, dovrebbe pagare al proprietario il valore dell’edificabilità che l’amministrazione stessa ha concesso. C’è un dibattito su questo che va avanti dal disegno di legge Sullo dei primi anni Sessanta del secolo scorso. La proposta prevedeva che i comuni potessero ricevere un corrispettivo economico dai privati per l’incremento di valore generato dalle licenze a edificare, e che lo usassero per coprire i costi dell’urbanizzazione, fare le strade, le fognature, i servizi. Si è scatenata una violentissima opposizione e non è mai passata. Si è poi introdotta nel 1977 una tassa di compensazione che però copre parzialmente i costi dello sviluppo urbano.
Cos’altro ha influito?
Il trasferimento di denaro dallo stato ai Comuni è diminuito del 35% dal 2013 al 2025. Questo ha portato a un impoverimento economico e anche con una riduzione del personale. In particolare quello tecnico si è ridotto di oltre il 20%. Altro fattore che ha fatto perdere potere alle amministrazioni è la liberalizzazione eccessiva del cambio di destinazione d’uso degli immobili. Ma soprattutto c’è stata una sostituzione della scala urbanistica con la scala edilizia.
Può fare un esempio?
A partire dal Piano casa del governo Berlusconi del 2009, si è amplificato il permesso di costruire in convenzione. Il privato ottiene il titolo per un intervento edilizio offrendo in cambio la costruzione di servizi per la cittadinanza, come la costruzione di parchi, o parcheggi oppure la cessione di un’area al pubblico. Tutto avviene però nell’ambito del singolo procedimento edilizio, senza una pianificazione urbanistica complessiva. I Comuni ottengono benefici frammentati, difficili da ricondurre a un progetto per la città. Il punto è che i beni pubblici urbani hanno bisogno di una progettazione che superi i confini delle singole proprietà. Il diritto di espropriazione esiste proprio per consentire interventi di questa scala.
L’esproprio può essere una risposta alla crisi abitativa?
Se le persone avessero redditi adeguati e potessero pagare affitti sostenibili, non ci sarebbe bisogno degli espropri. Si dovrebbe impiegare per la casa circa il 20% del proprio reddito, quindi o aumentano salari e redditi, oppure si garantiscono case a prezzi calmierati.
L’edilizia pubblica è una soluzione?
Nei primi anni Duemila si è deciso di costringere gli enti di gestione delle case popolari a chiudere il bilancio in pareggio, cosa un po’ paradossale per chi offre un servizio sociale. E l’obbligo del pareggio ha fatto sì che gli enti, per non essere commissariati o addirittura chiusi, hanno cominciato a vendere il patrimonio e non garantire più la manutenzione degli edifici. Questo ci porta alla situazione di oggi. Il Piano casa varato del governo ha previsto cifre ridicole per la ristrutturazione e nessun limite alla svendita del patrimonio.
Bisogna cambiare le città o abbandonarle?
Con i tagli al welfare degli ultimi vent’anni alcuni servizi territoriali nei piccoli centri non esistono più. Le città ad esempio sono fondamentali per gli anziani che hanno bisogno della vicinanza alle cure. Chi può permetterselo le ha già abbandonate ma per un numero sempre maggiore di persone le città restano un polo attrattivo, anche se la popolazione si concentra sempre di più nelle periferie. I problemi vanno affrontati, perché le città sono il cuore della civiltà europea, pongono la questione della convivenza civile e senza di loro non c’è cittadinanza.
A Merano monta la protesta: contro l’overtourism la prima corsa “schiva-turisti”
Una originale forma di mobilitazione per le vie del centro. Un centinaio i partecipanti per dire basta a flussi sregolati. “Traffico e costo della vita sono ormai intollerabili” dicono
Matteo Battistella 04/10/2026
Alle 11 in punto le magliette bianche hanno iniziato a correre. Niente cronometro e medaglie, ma una sfida di agilità. Un vero e proprio slalom tra coppie e comitive di turisti che intasano vie e piazze del centro, ormai quasi 365 giorni all’anno. Una trovata goliardica per dire basta all’overtourism che sta trasformando il centro di Merano in un grande parco giochi.
Un centinaio i partecipanti alla prima corsa “schiva turisti”. Un vero e proprio manifesto di protesta. In 10 anni il costo delle case è aumentato del 50%, i pernottamenti da un milione hanno toccato quota 1 milione e 200 mila.
In pochi, soprattutto albergatori e ristoratori, ne traggono profitto mentre le esternalità negative – traffico, inquinamento, aumento del costo della vita – stritolano sempre di più chi, in riva al Passirio, ci abita. Una corsa, organizzata dal comitato Rompi, che è solo un primo atto. La protesta creativa, annunciano, non si ferma qui.
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