“SCACCO A RE E REGINE”. I NO KINGS SI PRENDONO ROMA E IL FUTURO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“SCACCO A RE E REGINE”. I NO KINGS SI PRENDONO ROMA E IL FUTURO da IL MANIFESTO


«Scacco a re e regine». I No Kings si prendono Roma e il futuro

Giuliano Santoro  29/03/2026

ROMA

REALPOLITIK Sono 300mila a sfilare, pullman da tutta Italia nonostante le perquisizioni ai caselli. Un’altra tappa dopo il No al referendum. Prossimo appuntamento «Welfare not Warfare» che si terrà a Bruxelles il prossimo 14 giugno

È stata la giornata dei No Kings e bisogna guardare le cose in prospettiva per leggere il corso del fiume di gente, 300mila, che ha tagliato ieri la capitale. Qualcuno avrà visto un lungo corteo che dal centro ha raggiunto lo svincolo autostradale per l’Abruzzo. Avrà notato la grande partecipazione, la radicalità pragmatica della postura, il segno della crisi della destra di Meloni nel rapporto profondo con la società che la destra pensava di avere addomesticato. Tutto giusto.

MA GLI SGUARDI più attenti avranno notato che la manifestazione No Kings che ieri ha attraversato Roma in realtà erano due. C’è stata una prima parte, più contratta e ancora infreddolita dalle difficoltà dell’inverno sovranista, che si è palesata con parole di resistenza e file serrate. È stata una bella dimostrazione di tenuta di fronte alle sfide reazionarie e all’attacco dei re. Senza la quale non si sarebbe verificato il secondo tempo. Ma, appunto, c’è stato un momento, che per gli amanti della toponomastica potremmo collocare tra piazza di Santa Maria Maggiore e via Merulana, in cui il lungo corteo ha conosciuto uno slancio diverso, si è liberato da sé stesso e dai fantasmi del passato recente, ha preso consapevolezza della quantità di persone scese in piazza e ricontestualizzato il momento storico. Ha tratto calore dalla sconfitta delle destre al referendum sulla giustizia. La gente, di diverse generazioni e dai linguaggi differenti, ha preso atto del rimescolamento praticato dalla resistenza contro il sovranismo e ha avanzato fino a fare intravedere il peso delle prossime mosse, i pedoni che muovono lo scacco ai re.

È STATO IL MOMENTO in cui la marcia è sembrata camminare in discesa, nonostante i tanti chilometri ancora da percorrere. A quel punto il lungo tratto di strada che da piazza San Giovanni, lo spazio delle grandi adunate sindacali e degli eventi simbolici, si è arrivati fino alla tangenziale e al blocco degli snodi che hanno rievocato gli scioperi generalizzati per la Palestina. Come se un cerchio si fosse chiuso, tutta la composizione della piazza ha ritrovato il senso degli ultimi, difficili mesi. «I pezzi del vecchio mondo stanno cadendo – hanno detto dal camion di testa – I ricchi stanno speculando anche sulla guerra, vogliono guadagnare persino sulle rivoluzioni tecnologiche. Dobbiamo contendere loro questi terreni. Per immaginare una via di uscita bisogna stare insieme e lottare contro chi muove i capitali». E ancora: «Hanno detto che era impossibile organizzarci. Non era vero. Siamo quelli che cambieranno il mondo, lo stiamo già facendo, tutti insieme».

C’ERA STATO L’ANTIPASTO odioso della rappresaglia contro Ilaria Salis. C’erano stati i filtri delle perquisizioni e dei controlli alle decine di pullman che da ogni parte del paese si sono mossi verso Roma. C’era stato il saliscendi del doppio registro, quello della questura romana e quello del Viminale, che alternava tentativi di dialogo e minacce dal pugno di ferro sull’ordine pubblico. Tutto questo non ha intimorito una manifestazione che ha saputo prima chiudersi a riccio per capire cosa potesse succedere in questo pomeriggio romano col gelo di tramontana e poi aprirsi verso la città e verso le prossime scadenze. La cosa sorprendente è che quasi passa in secondo piano la rivendicazioni che fino a poco tempo fa pareva lontana: la richiesta di dimissioni di Giorgia Meloni.

IL CORTEO ovviamente chiede il passo indietro, sa bene che la luna di miele della premier con il paese è davvero finita e che è il momento di passare all’attacco. Ma ha anche l’intelligenza di percepire che la strada che porta all’alternativa, come quella che conduce fino alla tangenziale da bloccare, è ancora lunga. Richiederà la capacita di tenere insieme le diverse anime dei movimenti e delle forze politiche che hanno accettato questa scommessa. Una delle scadenze principali, spiegano, è la grande manifestazione europea contro il riarmo «Welfare not Warfare» che si terrà a Bruxelles il prossimo 14 giugno, insieme ai sindacati europei e contro la transizione militare che si vorrebbe imprimere alla struttura industriale dell’Ue. La terza guerra mondiale a pezzi procede ma non è più detto che il regime di guerra debba spostare l’opinione pubblica verso il nazionalismo.

«IL DATO DELLE URNE va riversato nelle piazze» gridano con orgoglio i ragazzi di Napoli, che tra le grande città è quella in cui il No è stato più forte. Il che rappresenta bene questa doppia consapevolezza. Quella di chi sa di essere stato determinante, di aver rappresentato l’eccedenza, in termini anagrafici e di radicamento sociale, per la vittoria del No. E quella di chi ha contezza della necessità che quel No debba essere calato nella concretezza dei conflitti: va riconfermato fin da domattina. Questo dicono gli studenti e i centri sociali, la Cgil, i Cobas e Adl insieme allo spezzone dell’Arci e a quello di Non Una di Meno, l’iconico striscione «Insorgiamo» della Gkn. In coda ci sono i partiti: con Alleanza Verdi Sinistra compaiono le delegazioni del Pd e del M5S (ma senza i leader) e Rifondazione. E ci sono gli equipaggi di terra della Global Sumud Flotilla: la missione che ha fondato un immaginario, fatto ripartire i movimenti e smosso con l’esempio concreto l’opinione pubblica sta per ripartire. Ancora una volta.

Un corteo che alza l’argine

Andrea Fabozzi  29/03/2026

Opposizione A chi ieri è tornato in piazza, ormai da tempo è chiaro che la guerra e la sua legittimazione servono a disegnare un futuro di povertà e autoritarismo

La testa del corteo No kings a Roma – foto Cecilia Fabiano/LaPresse

Non era il secondo tempo del referendum, la grande e bella manifestazione di ieri a Roma, era la tappa di un movimento in marcia da oltre due anni contro le guerre e gli autocrati che le scatenano. A volte ignorati, più spesso criminalizzati, quegli stessi ragazzi e quelle stesse ragazze sono tornati degni di attenzione e di paternalistici consigli quando il loro voto è risultato determinante per far vincere il no e difendere la costituzione. Da irresponsabili estremisti che erano, in un fine settimana eccoli trasformati in massa di manovra per il campo largo e le sue alchimie.

Errore, perché il voto al referendum non conteneva alcun elemento di delega, era anzi una forma di quella democrazia diretta che chi organizza solidarietà, boicotta il genocidio e denuncia lo sviluppo ecocida ha messo in pratica da tempo, occupando spazi e piazze. La manifestazione italiana ieri è stata se non l’unica certamente la più grande del No Kings day europeo, abbiamo del resto al governo la migliore amica di Trump. Ma allora perché non erano in piazza i principali rappresentanti dei due partiti maggiori di opposizione, Pd e 5 Stelle? Anche da questa distanza fisica si misura l’errore di certe letture politiciste del voto al referendum. Due traiettorie possono incontrarsi in un punto riprendendo ad allontanarsi subito dopo.

Chi negli anni del governo Meloni ha sperimentato in prima persona l’impoverimento, la limitazione delle libertà, la pressione all’omologazione del pensiero nelle scuole e nelle università, ha capito prima di altri quanto è grave la minaccia delle destre ai principi costituzionali. L’intimidazione all’eurodeputata Salis e le risibili spiegazioni che l’hanno accompagnata confermano che chi è al potere non riconosce alcun limite, se non quello che può segnare una resistenza civile altrettanto forte.

A chi ieri è tornato in piazza, ormai da tempo è chiaro che la guerra e la sua legittimazione servono a disegnare un futuro di povertà e autoritarismo, anche in quella parte del mondo dove non si combatte con le armi. Per provare a immaginare un esito diverso non è utile dare consigli, assegnare etichette o indicare approdi al movimento. È utile ascoltarlo, magari seguirlo.

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