SE PER COLPIRE IL MESSAGGIO PRENDI DI MIRA IL PASSEGGERO da IL FATTO
La campagna di balle della stampa italiana anti-relatrice dell’Onu
Tommaso Rodano 13 Febbraio 2026
Denigrata dal “Foglio” al “Giornale”. “Corriere” Definita filo-Hamas, poi cambiato in pro-pal
Tutto nasce da una frase che Francesca Albanese non ha mai pronunciato. Al forum organizzato da Al Jazeera, ha parlato di “nemico comune dell’umanità” riferendosi a un sistema – potere politico, capitale finanziario, industria militare – che ha reso possibile il genocidio in Palestina. Non ha mai detto che il nemico fosse Israele come Stato, come popolo o come nazione. Ma su questa frase mai detta si è costruita un’altra offensiva mediatica.
Tra i giornali che l’hanno attaccata con riflessi pavloviani spicca il Corriere della Sera. Il commento di Antonio Polito è esemplare: “La militante (sempre più) pro-Pal che è riuscita nell’impresa di unire la Francia e l’America”. Se non bastasse, nella versione online lo stesso articolo ha un titolo ancora più infamante: “Francesca Albanese, militante (sempre più) filo Hamas”.
Ironicamente, è lo stesso Polito a scrivere che la ricostruzione è falsa. “Nel video dell’intervento – riconosce l’editorialista – (Albanese) in realtà sembra definire ‘nemico comune dell’umanità’ il sistema che in Occidente ha tollerato e aiutato ciò che lei ritiene essere il genocidio dei palestinesi”. Viene negata in premessa, quindi, la ragione per cui il commento è stato scritto, ma la smentita che non produce nessun effetto: né sul titolo, né sulla tesi, né sulla condanna complessiva. La correzione viene inglobata come sfumatura lessicale, come questione di wording. Rimane l’accusa falsa, necessaria a costruire il quadro politico e morale; le parole vere sono ridotte a nota a piè di pagina.
Quello del Corriere è solo l’ennesimo calcio dell’asino mediatico da parte di una stampa distratta sul genocidio palestinese, ma solerte nel sottolineare (o manipolare) le sfumature lessicali della relatrice dell’Onu. Solo ieri, sui quotidiani nazionali, sono fioccati articoli così. Il Messaggero, editoriale di Mario Ajello: “Albanese, se anche Parigi si accorge del bluff”. Ajello scrive di “culto albanese”, rigorosamente con la minuscola, e butta nel calderone tutto: “politicamente corretto, università ProPal, cortei saltellanti” aizzati da “una riverita sacerdotessa” che “accende ancora di più, in Italia, il sentimento di odio verso Israele”. A differenza di Polito, Ajello non si accorge che Albanese non ha mai detto quello di cui l’accusa: non gli interessa nemmeno. Poi c’è il Foglio, “Le parole di Albanese e un monito: l’antisionismo è antisemitismo”. E il Giornale: “Vada via dall’Onu. Anche Macron è stufo”.
E lo stesso riflesso, praticamente ogni volta che Albanese parla in pubblico. Il 30 novembre, dopo l’irruzione di manifestanti pro-palestinesi nella sede torinese de La Stampa, la relatrice condannò le violenze, ma aggiunse in un inciso che l’episodio doveva servire “anche come monito alla stampa” a raccontare i fatti nella loro interezza e nel loro contesto. Un’uscita discutibile nella forma, ma di tutto il suo discorso fu riportato solo “il monito” (oggetto anche di censura dalla Federazione della stampa italiana). Con lei non sono concepite sfumature, solo parole sbagliate.
Un francese e un tedesco…
Marco Travaglio 13 Febbraio 2026
A furia di disperarci per la nostra classe politica, abbiamo perso di vista quella degli altri. La retorica europeista ha fatto il resto, convincendoci che fra i Paesi-guida dell’Ue siamo i più sfigati perché per primi abbiamo sperimentato i governi del “populista” Conte e della “sovranista” Meloni. A nulla valevano i disastri combinati da quelli “bravi”, i vari Letta, Renzi, Gentiloni, Draghi, Macron, Scholz, Merz, Truss, Starmer, per non parlare delle decerebrate Von der Leyen e Kallas nella Commissione Ue e dei microcefali Stoltenberg e Rutte nella Nato. Ora però, nel breve volgere di 24 ore, i ministri degli Esteri francese e tedesco, Barrot e Wadephul, chiedono le dimissioni di Francesca Albanese, relatrice Onu sui territori palestinesi, per una frase che non ha mai detto. Cioè i capi della diplomazia di due governi che la menano ogni giorno sulle fake news di Putin ne sposano una della lobby israeliana: il taglia e cuci di un discorso dell’Albanese per farle dire che “Israele è nemico dell’umanità” (invece ha detto che “il nemico comune dell’umanità è il sistema che ha permesso il genocidio in Palestina”, con i “media occidentali che hanno amplificato la narrazione pro apartheid e pro genocidio” spalleggiati da chi “controlla grandi capitali finanziari, algoritmi e armi”). Meloni o Tajani sono arrivati buoni ultimi: non hanno mosso un dito contro lo sterminio a Gaza, non hanno smesso di fornire armi a Netanyahu, non hanno detto una parola contro le sanzioni Usa all’Albanese, ma hanno atteso il buon esempio altrui per chiederne le dimissioni per “antisemitismo”. Un francese, un tedesco e un italiano, come nelle barzellette.
Barrot deve avere come portavoce un giornalista italiano, tipo Polito el Drito, che chiama l’Albanese “militante filo Hamas”, o Bocchino, che la definisce “pericolosa” come se avesse sterminato 72 mila persone. Infatti riesce a sostenere che l’Albanese è “antisemita” perché ha “preso di mira non il governo israeliano, di cui è lecito criticare la politica, ma Israele come popolo e come nazione”. E quando viene sbugiardato dai fact checker di casa sua (i nostri sono tutti in ferie), anziché scusarsi e andare a nascondersi, tace, mentre il suo governo conferma che chiederà all’Onu la testa dell’Albanese: è il governo di Macron che, appena deve rifarsi la verginità da uno dei tanti scandali, annuncia il riconoscimento della Palestina, ma sempre nella settimana dei tre giovedì. Quello tedesco invece è guidato da Merz, l’ex boss di BlackRock e altre multinazionali che un anno fa disse: “Netanyahu fa il lavoro sporco per tutti noi”. E nessuno di quei “noi” gli rispose: “Parla per te, crucco”. Infatti la Russia ha 20 pacchetti di sanzioni e Israele zero: quella fottuta antisemita dell’Albanese una ne fa e cento ne pensa.
Se per colpire il messaggio prendi di mira il messaggero
Maddalena Oliva 13 Febbraio 2026
Per colpire il messaggio prendi di mira il messaggero. Ci sono le sanzioni personali, i conti bloccati, il bando di ingresso in Israele, gli attacchi alla reputazione pagati a suon di propaganda social, le minacce, le diffamazioni. C’è tutta la violenza che, dopo la scomunica di Barrot, Wadephul e figurarsi se poteva macare Tajani, è sempre più manifesta nel suo obiettivo, specie perché basata su falsificazioni o parole non dette o estrapolate ad arte. È una violenza funzionale: serve come avvertimento. Ad altri funzionari, ma non solo. Agli insegnanti, ai giornalisti e intellettuali, agli operatori umanitari, ai medici, agli artisti, a chiunque prenda parola – e quindi posizione – per criticare le politiche del governo di Israele. E il messaggio è chiaro: se a essere colpita in questo modo è una relatrice Onu – e Francesca Albanese può piacere o non piacere, si può condividere o meno quello che dice e come lo dice, ma nonostante i tentativi di delegittimazione è e resta la prima giurista donna a ricoprire quell’incarico all’Onu e ad aver rimesso al centro le parole apartheid, occupazione e illegalità per quel fazzoletto di terra senza giustizia – cosa può succedere a chi continua a manifestare per Gaza?
Non è un caso che a essersi schierati contro la relatrice Onu ci siano Paesi, che in questi anni, hanno ristretto lo spazio pubblico al dissenso, criminalizzandolo. L’annientamento di Gaza ha creato un’enorme frattura nel nostro ordine morale, lo spiega bene Didier Fassin nel suo libro Una strana disfatta: più che l’abbandono di una parte dell’umanità, di cui la realpolitik internazionale ha sempre fornito svariati esempi, è il sostegno offerto alla sua distruzione che verrà ricordato. Riacquistare la libertà di parola e difendere il linguaggio: questa è oggi la prima forma di resistenza nei confronti di un potere politico e mediatico che reagisce con violenza perché assediato. Una resistenza contro le richieste di pubbliche abiure. Contro la caccia alle streghe. Contro le Sante Inquisizioni mosse da interessi più che da spirito di crociate. Accettare tutto questo, altrimenti, vorrebbe dire essere acquiescenti, se non complici.
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