NOI INSEGNANTI, I NEMICI DELL’ISTITUZIONE FAMIGLIARE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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NOI INSEGNANTI, I NEMICI DELL’ISTITUZIONE FAMIGLIARE da IL MANIFESTO

Noi insegnanti, i nemici dell’istituzione famigliare

Leonardo Tondelli  044/12/2025

Scuola La camera ha approvato il disegno di legge che proibisce agli insegnanti di attivare progetti di educazione sessuale/affettiva senza il consenso dei genitori

C’è stato un momento – circa cinque anni fa – in cui noi insegnanti all’improvviso ci siamo sentiti di nuovo importanti. Ricordate? A causa di un virus molto pericoloso, le scuole di ogni ordine e grado erano state chiuse da qualche settimana.

Quando intellettuali e politici di ogni schieramento cominciarono a invocare il ritorno della scuola in presenza, fondamentale baluardo di civiltà. Qualcuno arrivò persino a distorcere le statistiche per dimostrare che le scuole aperte non avrebbero aumentato il contagio: o forse un po’, ma non così tanto; e comunque ne valeva la pena. I ragazzi avevano bisogno della scuola, molto più di quanto tutti avessimo bisogno della salute. E doveva essere una scuola reale, di cemento, con lavagne in ardesia e gessetti: un simulacro virtuale non avrebbe funzionato. Per quanto ogni cosa ormai si possa fare on line, la scuola no: la scuola doveva prendersi i vostri figli verso le otto e restituirli dopo mezzogiorno. Fu un periodo complicato, ma esaltante, in cui forse molti colleghi si illusero di avere recuperato un minimo di dignità: inoltre, se la scuola era davvero così importante, forse i governi si sarebbero decisi a rifinanziarla.

Cinque anni dopo, è chiaro che le cose non sono andate così. Ce ne accorgiamo ogni giorno, mentre aderiamo alla spicciolata agli scioperi che i sindacati non riescono a organizzare nello stesso giorno. Ci hanno calato lo stipendio, anche se non si può dire perché la cifra in busta è un po’ aumentata: però il bonus docenti è bloccato da settembre, un trucco contabile che ci fa sospettare che il governo non sappia più dove raccattare risorse. Sui giornali più di tanto non se ne parla; per un mese la notizia più chiacchierata è stata quella di una famiglia che piuttosto di mandarci i figli li lasciava nel bosco, in balia di animali selvaggi e funghi velenosi. Molti liberi pensatori ne hanno apprezzato la scelta; sembrano gli stessi che quattro anni ci intimavano di riaprire subito le scuole, ne andava della salute mentale dei ragazzi. Nel frattempo la camera ha approvato il disegno di legge che ci proibisce di attivare progetti di educazione sessuale/affettiva senza il consenso dei genitori. C’è una battaglia culturale in atto, e noi siamo un obiettivo, semplicemente perché facciamo il nostro lavoro, o almeno ci proviamo. Scopriamo di essere i nemici dell’istituzione famigliare, che sulla sessualità dei propri figli ha l’ultima parola. Come succede in battaglia, c’è una differenza sostanziale tra la propaganda – aneddoti piccanti di lezioni tenute da drag queen e pornoattori – e la situazione sul campo: un campo dove i ragazzi l’educazione sessuale se la fanno da soli, vivendo negli stessi ambienti per cinque ore al giorno; con risultati insoddisfacenti, se gli esperti ci dicono che le malattie sessualmente infettive sono in aumento nella fascia dei più giovani.

Così se mi domando cosa vuole da me la società, la risposta è la stessa: prendermi i loro figli alle otto e restituirglieli dopo mezzogiorno. Il fatto che per queste quattro o cinque ore si ritrovino assieme, in aule non troppo spaziose, a contatto con coetanei di sessi e culture diversi, è un nodo che devo sbrigliarmi da solo, sapendo che in qualsiasi momento potrei dover fare rapporto ai genitori. Potrò portare i miei studenti al consultorio? Solo se sono d’accordo: e dovrò organizzare un’attività a costo zero per gli studenti che restano a scuola: la legge mi obbliga a farlo, ma per ora non stanzia un soldo. Se ne staranno su un divanetto a trescare, magari qualcuno qualche cosa la imparerà. Molto spesso i genitori che non firmano l’autorizzazione sono quelli che provengono dai contesti in cui la sessualità degli adolescenti è un tabù. Valditara ha un bel da insistere che il suo decreto non nega a nessuno l’educazione sessuale: nei fatti la sta togliendo proprio alle famiglie che non osano parlarne, ai figli che vivono in famiglie abusanti che quell’autorizzazione non la firmeranno mai; alle ragazze a cui i genitori hanno già combinato un matrimonio (sì, succede, molto più spesso di quanto ne parlino i giornali), ai ragazzi che vivono in un contesto violento e non hanno strumenti per gestire la propria rabbia. Che sia questo che la società mi chiede, senza avere il coraggio di metterlo per iscritto?


L’ossessione gender della destra: primo sì al consenso informato

Michele Gambirasi  04/12/2025

Papà non vuole Passa alla Camera il ddl sull’educazione sessuoaffettiva a scuola vincolata al parere delle famiglie. Pro Vita: «È solo il primo passo»

le opposizioni davanti a Montecitorio – foto X

Una legge con il chiaro marchio di «Dio, patria e famiglia». Lo ha detto ieri con grande sincerità il deputato leghista Rossano Sasso a Montecitorio, mentre l’aula si apprestava ad approvare il disegno di legge sul «Consenso informato» preparato dal ministro Valditara. Lo slogan, ha ribadito Sasso «per il mio gruppo e penso tutti i colleghi del centrodestra è un credo che guida la nostra azione politica».

Il testo ha ricevuto dunque il primo sì alla Camera e andrà ora al Senato, ed è il dispositivo con cui la maggioranza ambisce a mettere la pietra tombale sul dibattito riguardo l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, vietandola per le primarie e vincolandola al «consenso informato» dei genitori per le medie e superiori.

AL FONDO del provvedimento c’è l’ossessione per la «teoria gender» ben sedimentata nella maggioranza di governo, così come nelle destre globali. Ieri in Aula il frontman della maggioranza è stato il deputato leghista Rossano Sasso, relatore del provvedimento. «Con questa legge diciamo basta all’ideologia gender, alla bolla woke, non sarà più consentito agli attivisti politici di fare propaganda politica a scuola. Che se la facciano nelle loro sedi di partito» ha detto Sasso. Secondo cui, senza un adeguato controllo, la sinistra continuerebbe a portare nelle scuole «drag queen e pornoattori, gente che dovrebbe continuare, secondo loro, a poter parlare a bambini di fluidità sessuale, utero in affitto, confusione sessuale, tutto documentato per centinaia di casi».

Così come per altri temi, uno su tutti la sicurezza, anche l’emergenza educativa legata a fenomeni di «indottrinamento» è costantemente rilanciata attraverso casi di cronaca enfatizzati (l’ultimo riguarda una puntata della serie Rai «Il collegio» di metà novembre) da associazioni come Pro Vita, tra i maggiori sponsor del disegno di legge, per il quale hanno promosso la campagna «Mio figlio no. Scuole libere dal gender». Ieri l’associazione era davanti Montecitorio a rivendicare il voto, che ha salutato con entusiasmo: «Questo è solo il primo passo: il nostro obiettivo è impedire del tutto che attivisti politici travestiti da esperti del nulla entrino nelle scuole per trasformare le classi in sezioni di partito, circoli transfemministi o sedi Lgbt» ha detto il portavoce Jacopo Coghe. Stesse reazioni sono venute anche dai gruppi del Family Day: «Questo risultato è il massimo della democrazia in ambito scolastico».

DOPO AVER SBRAITATO contro le opposizioni nel corso della discussione poche settimane fa, ieri il ministro dell’Istruzione (e merito) Valditara ha tenuto un profilo più basso, facendo l’acrobata sui termini da usare: «Una regolamentazione innovativa che ha a cuore la crescita equilibrata dei nostri giovani e garantisce la serietà scientifica della trattazione di problemi eticamente delicati nel rispetto dei valori costituzionali» ha detto. Il testo tiene al riparo dall’autorizzazione delle famiglie solo le attività previste dalle Indicazioni nazionali, il contestato documentato licenziato dal Mim in estate. Per cui è al riparo l’«educazione del cuore», come viene presentata, che avrebbe l’obiettivo di insegnare ai bambini empatia e rispetto.

LE OPPOSIZIONI hanno attaccato il progetto di legge, accusandolo di essere oscurantista e antiscientifico, nonché di minare l’autonomia scolastica. Alle critiche Sasso ha risposto bollandole come mosse da una visione ideologica «per la quale lo Stato deve pensare all’educazione, come succede a Cuba, come succede in Venezuela, come succede in Iran. Lo Stato viene dopo, perché noi crediamo nel primato educativo della famiglia». Il ddl sul consenso informato è solo l’ultimo di una serie di provvedimenti in materia scolastica promossi dalla maggioranza e dal ministro Valditara con l’obiettivo di rafforzare il ruolo delle famiglie rispetto al sistema educativo. Se la difesa a spada tratta della famiglia nel bosco di Chieti è stato l’ultimo episodio in ordine di tempo, vi si possono sommare il decreto di febbraio con cui è stata rimessa alle famiglie la decisione di confermare o meno l’insegnante di sostegno e la reiterata proposta di istituire un «buono scuola» per l’iscrizione a istituti paritari, ritornata sotto forma di emendamento anche nella manovra in discussione al Senato. «L’autonomia scolastica è un principio giusto, sacrosanto, ma mi chiedo è autonomia scolastica quando si giustifica, con la diffusione di fumetti, l’abominio della compravendita di bambini, sfruttando povere donne proletarie che utilizzano la propria maternità per vendere figli a gente che confonde i diritti con i propri capricci?» ha detto ancora Sasso. Che poi ha concluso rivendicando lo slogan «Dio, patria e famiglia»: «per il mio gruppo e penso tutti i colleghi del centrodestra è un credo che guida la nostra azione politica».

AL TERMINE della seduta le opposizioni hanno dato vita a un flash mob davanti a Montecitorio. «È il contrario di quello che servirebbe per contrastare e prevenire la violenza di genere. Al liceo Giulio Cesare di Roma è comparsa una lista degli stupri (ieri una scritta analoga in una scuola di Lucca, ndr). È la dimostrazione che la cultura dello stupro è già nelle scuole» ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein, cui Sasso ha risposto definendole «fandonie», dicendo a proposito della segretaria dem di essere «nota per i suoi balletti sui carri del gay pride». «Volgare e omofobo» hanno risposto le deputate Pd.

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