LA MACCHINA DELLA PROPAGANDA EUROPEA da LA FIONDA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA MACCHINA DELLA PROPAGANDA EUROPEA da LA FIONDA

Edward Bernays Propaganda: il Libro che ha cambiato la storia

Nel 1928, Bernays pubblica il libro “Propaganda”.

Non è un romanzo. Non è un saggio accademico astratto. È un manuale operativo su come controllare le masse.

E la cosa più inquietante è che Bernays non si nasconde.

Lo dice chiaro e tondo fin dalle prime pagine:

“La manipolazione consapevole e intelligente delle opinioni e delle abitudini organizzate delle masse è un elemento importante della società democratica. Coloro che manipolano questo meccanismo invisibile della società costituiscono un governo invisibile che è il vero potere dominante del nostro paese.”

Bernays sta dicendo: in democrazia, le masse sono troppo stupide per autogovernarsi.

Servono “noi”, le persone illuminate, per guidarle verso le scelte giuste. E lo facciamo manipolando i loro desideri inconsci.

Non lo dice come una cosa terribile. Lo dice come un servizio necessario.

Ammettiamolo: questo è inquietante quanto brillante.

Anni ’50

Negli anni successivi Bernays divenne uno dei più potenti Public Relators d’America, lavorò per la maggior parte delle principali società e collaborò con molti politici, tra cui il presidente Dwight D. Eisenhower. Come lo zio Sigmund, Bernays era convinto che gli umani erano dominati da forze irrazionali e l’unico modo di relazionarsi col pubblico passava attraverso i suoi desideri e paure. Egli osservò che invece di ridurre la paura del Comunismo, nella gente si poteva addirittura incoraggiarne la paura, e manipolarla, per farla diventare un’arma nella Guerra fredda. Discorsi più razionali, secondo lui, non potevano dare frutto.

Bernays aveva manipolato il popolo americano, e lo aveva fatto perché credeva, come molti altri all’epoca, che gli interessi del mondo degli affari e quelli della nazione americana fossero indivisibili, specialmente se minacciati dal pericolo del comunismo. Ma Bernays era convinto dell’impossibilità di spiegarlo razionalmente agli americani, perché li riteneva non razionali. Sosteneva che fosse necessario andare a toccare le loro paure interiori e manipolarle nell’interesse di una verità superiore. Bernays chiamò questo approccio “ingegneria del consenso“. Bernays era profondamente convinto dello stile di vita americano, ma non credeva nell’intelligenza degli americani. Se non si lascia la gente libera di scegliere e la si costringe, per quanto sottilmente, a scegliere qualcosa di prestabilito, non c’è più democrazia ma un vecchio concetto autoritario.

La macchina della propaganda europea

Thomas Fazi    17 Aprile 2026

Introduzione dell’autore al libro La macchina della propaganda europea. Il lato oscuro di ONG, media e università, Guerini, 2026.

A partire dagli anni Dieci del nuovo millennio, cioè dalla cosiddetta crisi dell’euro e dagli sconvolgimenti economici e sociali che ne sono conseguiti, si è diffusa – soprattutto nel nostro paese – una vastissima letteratura critica sull’Unione europea e in particolare sull’unione monetaria, a cui chi scrive può dire di aver offerto il suo modesto contributo. Tuttavia, la pressoché totalità di queste analisi si è concentrata sulle caratteristiche istituzionali e sulle implicazioni economiche, politiche e sociali del processo di integrazione europea (e di unificazione monetaria in particolare): sul modo in cui il trasferimento progressivo di quote crescenti di sovranità – fino alla sovranità monetaria, elemento cardine dell’indipendenza statale – dal livello nazionale a quello sovranazionale, insieme all’adesione a un ordine politico-istituzionale strutturalmente tecnocratico e antidemocratico, nonché a una costituzione economica europea di matrice radicalmente neoliberale, abbiano inciso negativamente sullo sviluppo economico e sociale, sulla salute democratica e sugli equilibri di classe nei Paesi membri, con effetti particolarmente rilevanti nel caso italiano.

Queste analisi hanno insomma privilegiato la dimensione dell’hard power dell’integrazione europea: l’insieme dei vincoli giuridici, economici e istituzionali formalmente codificati nei trattati, nelle regole di bilancio, nei meccanismi di sorveglianza macroeconomica e nell’architettura dell’euro, e più in generale le politiche economiche e sociali promosse dalle istituzioni europee. Negli ultimi anni, poi, l’attenzione si è progressivamente concentrata sulle scellerate politiche belliciste sostenute da Bruxelles. In altre parole, la letteratura critica finora si è focalizzata, comprensibilmente, sul contenuto sostanziale delle politiche e dell’architettura europee: sugli aspetti più visibili, concreti – e più manifestamente coercitivi – del vincolo esterno.

Scarsa o nulla attenzione è stata però dedicata alla dimensione del soft power europeo: ossia all’insieme di strumenti culturali, comunicativi, formativi e simbolici attraverso cui l’ordine europeo viene legittimato, interiorizzato e reso “naturale” nel dibattito pubblico e nell’immaginario collettivo. Eppure in questo ambito si gioca una partita meno visibile ma altrettanto decisiva. Nessun regime o ordine politico-istituzionale, infatti, può reggersi esclusivamente su strumenti coercitivi o su meccanismi tecnico-amministrativi, e l’Unione europea non fa eccezione: al pari di qualunque altro regime politico, anche essa necessita di cornici simboliche e narrative capaci di conferire senso, giustificazione e legittimità al proprio esercizio del potere.

In questa prospettiva, l’UE, nel corso degli anni, ha progressivamente affiancato ai tradizionali strumenti di integrazione funzionale (mercato unico, moneta comune, regolazione tecnica) un articolato apparato discorsivo volto a legittimare simbolicamente il proprio progetto: a costruire un “senso comune” europeo teso a presentare l’attuale assetto dell’Unione non come una configurazione storicamente determinata e politicamente contestabile, ma come l’orizzonte inevitabile della modernità politica ed economica. In sostanza, se l’hard power opera attraverso regole e vincoli espliciti, il soft power agisce attraverso la produzione di consenso, la definizione delle cornici interpretative, la selezione dei paradigmi ritenuti scientificamente e moralmente legittimi.

Tuttavia, se è vero che l’Unione ha progressivamente intensificato la propria produzione simbolica e narrativa, è altrettanto vero che – soprattutto negli ultimi anni – tale sforzo non si è tradotto in un confronto aperto con l’opinione pubblica europea. Non si è assistito a una vera politicizzazione deliberativa del progetto europeo, fondata su un dialogo trasparente e paritario con la società civile, bensì a una modalità più indiretta, strutturalmente asimmetrica e in ultima analisi autoritaria di costruzione del consenso.

Anziché mettere in discussione a “viso aperto” le proprie scelte strategiche e il proprio impianto istituzionale, l’UE ha teso a veicolare le proprie narrazioni attraverso strumenti di legittimazione diffusa, spesso poco visibili al grande pubblico. Ciò è avvenuto principalmente mediante l’uso sistematico di programmi di finanziamento rivolti a ONG, think tank, media, enti locali, reti accademiche e istituzioni culturali. Formalmente, tali finanziamenti sono pubblici e tracciabili; sostanzialmente, però, restano opachi nella percezione collettiva, poiché raramente il pubblico è consapevole del legame finanziario tra determinate prese di posizione “indipendenti” e fondi europei.

Si configura così una modalità di influenza che non assume la forma classica della propaganda diretta – dichiaratamente istituzionale e facilmente identificabile – ma quella di una disseminazione reticolare di cornici interpretative, “valori” e priorità politiche attraverso attori formalmente autonomi. Le narrazioni europee non vengono soltanto comunicate dall’alto verso il basso; vengono “innestate” nel tessuto sociale tramite una molteplicità di intermediari che operano nei campi dell’educazione, dell’informazione, della cultura e dell’attivismo civico.

In questo senso, l’UE non rappresenta un’eccezione nel panorama contemporaneo. Le forme di legittimazione e di influenza politica nel XXI secolo si sono evolute ben oltre il modello novecentesco della propaganda veicolata esclusivamente dai media mainstream o dagli apparati statali. Sempre più spesso si adotta un approccio “whole-of-society”, in cui la produzione e la diffusione di determinati frame narrativi coinvolgono molteplici livelli: istituzioni pubbliche, società civile organizzata, università, piattaforme digitali, influencer culturali, enti territoriali e reti transnazionali.

In tale modello, la comunicazione politica si intreccia con la governance e con la distribuzione di risorse. Il finanziamento diventa uno strumento di orientamento strutturale del dibattito pubblico: non necessariamente attraverso censura o repressione del dissenso – che tuttavia avviene – ma tramite la promozione selettiva di determinati temi, prospettive e sensibilità. La linea di confine tra sostegno alla società civile e cooptazione indiretta tende così a sfumare, spesso fino a scomparire del tutto.

Il risultato è un ecosistema discorsivo in cui l’agenda europea appare spesso come il prodotto spontaneo di una pluralità di attori, quando in realtà essa è sostenuta – e talvolta resa possibile – da un’infrastruttura finanziaria e istituzionale che ne favorisce la riproduzione. Ciò contribuisce a ridurre la visibilità del conflitto politico reale: il consenso non è costruito attraverso un confronto esplicito tra alternative, ma attraverso la normalizzazione progressiva di un determinato orizzonte normativo e strategico.

Entrando più nel dettaglio, il testo in questione analizza criticamente l’evoluzione del bilancio dell’Unione europea e il suo impiego crescente non soltanto come strumento economico o di coesione, ma come mezzo politico e culturale volto a promuovere l’agenda politica di Bruxelles. Negli ultimi anni, programmi e fondi europei sono stati progressivamente orientati alla diffusione dei cosiddetti “valori europei” – e spesso e volentieri alla promozione della UE e del progetto integrazionista in quanto tali – attraverso il finanziamento diretto di ONG, think tank, istituzioni accademiche, media e progetti educativi, con l’effetto di offuscare il confine tra sostegno alla società civile, comunicazione istituzionale e vera e propria propaganda politica.

Il testo mostra come strumenti di bilancio quali il programma CERV, Erasmus+ e altre linee di finanziamento vengano utilizzati per rafforzare narrazioni favorevoli all’integrazione europea, marginalizzando al contempo posizioni critiche o euroscettiche, con il risultato che molte organizzazioni formalmente indipendenti finiscono così per operare come cinghie di trasmissione delle priorità della Commissione europea, trasformando la società civile da spazio di mediazione tra cittadini e istituzioni a veicolo di legittimazione delle politiche di Bruxelles. Ciò che emerge è un vero e proprio complesso UE-ONG-media-accademia: un ecosistema autoreferenziale in cui finanziamenti, produzione culturale e advocacy si rafforzano reciprocamente. È per certi versi il volto nascosto del vincolo esterno: se l’hard power restringe lo spazio delle decisioni, il soft power tende a restringere lo spazio delle alternative immaginabili.

Un elemento centrale dell’argomentazione del libro riguarda il rischio democratico insito in tali pratiche: il modo in cui l’uso di fondi pubblici per sostenere in modo selettivo determinate visioni politiche alteri il pluralismo del dibattito pubblico e possa configurarsi, soprattutto nei Paesi governati da forze euroscettiche, come una forma di “ingerenza estera” negli affari interni degli Stati membri.

In sintesi, il testo sostiene che la progressiva politicizzazione del bilancio europeo abbia trasformato strumenti formalmente finalizzati a promuovere cooperazione, diritti e partecipazione civica in leve di influenza ideologica e di consolidamento del progetto integrazionista, sollevando interrogativi cruciali sulla legittimità democratica, sulla trasparenza e sul ruolo stesso delle istituzioni europee nello spazio pubblico.

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