LA GUERRA COME PRIMO LINGUAGGIO DELLA DIPLOMAZIA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA GUERRA COME PRIMO LINGUAGGIO DELLA DIPLOMAZIA da IL MANIFESTO

La guerra come primo linguaggio della diplomazia

Francesco Strazzari  08/07/2026

Ankara atlantica Per gli europei si tratta dell’architettura della propria sicurezza, per Washington invece è un dossier da chiudere, anche congelando il fronte, con sfere d’influenza travestite da realismo pacificatore

Quando un’ex portavoce Nato, interrogata su cosa costituisca un successo del vertice di Ankara, risponde «nessuno scatto d’ira del presidente Trump», si può comprendere la misura del mutamento in atto. L’Alleanza nata per dissuadere Mosca si ritrova oggi a dover contenere, prima di tutto, il proprio socio di maggioranza, in arrivo da Washington. I 31 soci di minoranza sono convenuti in Turchia con l’obiettivo esplicito di presentare, parola del segretario generale Rutte, piani «chiari, concreti e credibili» verso il 5% del Pil, e con quello implicito di attraversare indenni 48 ore di liturgia atlantica.

La pedagogia del tributo ha i suoi rituali. Il mese scorso Rutte si è presentato nello studio ovale con cartelloni illustrati per mostrare il “Trump Trillion”, ovvero la spesa aggregata degli alleati da quando il Grande Capo inveisce contro lo scroccone europeo. Trump è atterrato in Turchia con un seguito di 1400 persone, inclusi gli addetti al rimpatrio dei suoi reflui fisiologici, affinché nessun servizio segreto possa analizzarne la salute: il corpo del re viaggia su un nuovo Air Force One gentile omaggio dell’emiro del Qatar. Il fatto che una trasferta così imponente sia letta come un segnale rassicurante («almeno è venuto») ammettendo che senza Erdogan avrebbe disertato, dice molto della soglia di aspettative.

Dietro la coreografia, la sostanza è il trasferimento del fardello: una riallocazione unilaterale più che condivisa. A fine maggio gli alleati sono stati informati (non consultati) dei tagli al dispositivo americano in Europa: un terzo in meno di caccia F-15 e F-16. Nel frattempo, il ministro della guerra Hegseth, che ha definito «vergognoso» il rifiuto delle basi europee per i bombardamenti sull’Iran, promette una revisione che colpirà maggiormente chi spende di meno. La spiegazione però, prima ancora che politica, è materiale: impegnata su tre teatri, la base industriale americana è al momento satura. Sbandierata da Rutte, la «rivoluzione industriale transatlantica» prende atto di come il rapporto centro-periferia non regge più neanche sul piano manifatturiero.

Così gli alleati, guardinghi, rispondono nel solo linguaggio che il sovrano riconosce, la grammatica della fiera degli affari. Al Defence Industry Forum, che ha aperto il vertice con musica techno e video patinati, il big reveal: il rimpiazzo degli obsoleti Awaks e nuovi programmi multinazionali per aerocisterne e trasporti. «Soldi spesi bene» secondo Rutte, decine di miliardi esibiti come prova che la spesa si trasforma in potenza di fuoco. Ecco il nuovo cemento politico dell’atlantismo trumpiano: considerare la produzione industriale come funzione strategica dell’Alleanza. È la “Nato 3.0”, con filiere e approvvigionamenti congiunti elevati a strumenti di deterrenza e il mercato delle armi come primo linguaggio della diplomazia.

Sull’Ucraina il castello mostra subito crepe. Trump arriva dopo 90 minuti di telefonata con Putin: entrambi, assicura, vogliono la pace, tanto per cambiare «più vicina di quanto si pensi». Nelle stesse ore, Mosca respinge la proposta di mediazione turca per un cessate il fuoco, minaccia la Polonia per le sue fabbriche di droni e, nell’arco di una settimana, riversa sull’Ucraina 2200 droni, 1700 bombe plananti e oltre 120 missili, dei quali 29 balistici piovuti su Kiev lunedì, nessuno intercettato. Kiev risponde con 400 droni sulla regione di Mosca, colpisce raffinerie fino alla Siberia e infligge un blackout alla Crimea. Trump promette pace a Zelensky e F-35 a Erdogan, ignorando Netanyahu. In agenda anche il siriano al-Sharaa, mentre a Damasco due ordigni salutavano la storica visita di Macron, esplosi a un quarto d’ora dal passaggio del suo convoglio. Tra i segnali contraddittori dei leader la guerra continua ad allargarsi e approfondirsi, lambendo il territorio dell’Alleanza.

Il vertice preferisce ignorare la lezione: la deterrenza, per quanto potenziata del 5%, agisce sulla guerra futura e non ha effetto su quella in corso: da sola, una politica non basta. I settanta miliardi di aiuti per il biennio riconfezionano perlopiù impegni già presi verso un Paese cui l’adesione resta preclusa. Per gli europei si tratta dell’architettura della propria sicurezza, per Washington invece è un dossier da chiudere, anche congelando il fronte, con sfere d’influenza travestite da realismo pacificatore.

Dicono che il comunicato finale sarà breve, «probabilmente una pagina» a riaffermare l’impegno «ferreo» all’articolo 5. Quando l’alleanza più forte della storia sente il bisogno di mettere per iscritto ciò che per settant’anni è stato dato per scontato, è perché scontato ha smesso di esserlo. Il resto è Trump-proofing, ovvero l’arte di blindare i testi contro gli umori di chi dovrebbe garantirli.

Quanto a noi, la presunta sintonia ideologica tra palazzo Chigi e Casa bianca ha ricevuto in queste settimane la sua sanzione più eloquente. Resta l’imbarazzo dell’aspirante mediatrice che scopre quanto poco valga la fedeltà nel nuovo ordine. La premier si ritrova in coda con gli altri, fra fantasie annessionistiche (Canada, Groenlandia), ire funeste per mancati bombardamenti, e intimazioni al papa.

Il paradosso di Ankara è che la divergenza politica convive con una convergenza di fatto: l’Europa dovrà difendere il continente con meno America. La domanda che il vertice eviterà di porsi è: quale Europa dovrà farlo? Quella dei calendari industriali negoziati lontano dai parlamenti o un soggetto politico in grado di decidere quale difesa costruire e per quale società? Finché il successo si misurerà sull’assenza di scatti d’ira presidenziali, la domanda appare retorica.

Rutte sferza l’Europa: lo sforzo bellico non basta

Andrea Valdambrini  08/07/2026

BRUXELLES

Poveri ma bellici Il segretario dell’alleanza sulla linea di Washington

Riarmarsi per assumersi una quota maggiore della difesa dell’Alleanza, nel solco della linea tracciata da Washington. Infilata l’Europa in una simile strettoia, alla vigilia del vertice Nato di Ankara, i leader del Vecchio Continente, in attesa del probabile show di Trump, mettono sul tavolo il consistente aumento della spesa militare realizzato negli ultimi mesi. Il segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte, può così rivendicare i risultati del percorso avviato al precedente vertice dell’Aja, un anno fa. In quell’occasione gli alleati, sotto la pressione di Trump, avevano promesso di portare progressivamente la spesa per difesa e sicurezza fino al 5% del Pil entro il 2035. Un impegno ingente, rispetto al quale ogni governo nazionale deve provare a far quadrare i conti.

OGGI È BERLINO, con il maxi piano nazionale per l’industria bellica, a guidare lo sforzo nel riarmo europeo. Il governo del cancelliere Merz ha appena varato il bilancio per la difesa 2027, con un incremento del 33% in spese per la difesa, che toccheranno i 110 miliardi di euro. Invece il premier spagnolo Pedro Sánchez, che pure aveva annunciato lo stanziamento di oltre 10 miliardi di euro aggiuntivi per raggiungere il 2% del Pil, arriva al vertice con l’intenzione di respingere l’obiettivo del 5%.

Rutte ha voluto rivendicare il cambio di passo dell’Europa, attribuendone il merito al presidente americano. «Trump è stato estremamente forte nell’incoraggiarci», ha affermato l’ex premier olandese. Anzi, il tycoon può essere considerato il primo presidente degli Stati uniti dai tempi di Eisenhower ad aver portato gli alleati europei e canadesi sulla strada di una spesa per la difesa di tali dimensioni, con dovuto riequilibrio tra le due sponde dell’atlantico, insiste Rutte. Il riconoscimento politico che va ben oltre i consueti ringraziamenti al “paparino”, daddy come Rutte appellò Trump, accredita la linea sostenuta dalla Casa Bianca: l’Europa deve farsi carico della propria sicurezza.

LE PAROLE DI ELOGIO verso la Casa Bianca sono arrivate dalla conferenza stampa di apertura del vertice di Ankara. Dal podio, il segretario generale Nato non ha risparmiato neppure un richiamo ai paesi arrivati in ritardo all’appuntamento con il 2%. «L’anno scorso Spagna, Italia, Belgio e Canada hanno raggiunto il 2% e questo è stato in parte merito di Trump», ha osservato ancora, aggiungendo che gli alleati investono ormai circa il 4% del pil tra difesa e sicurezza. Una stima al rialzo, frutto di elementi aggregati e di una media generosa, ma forte del fatto che nel solo 2025 la spesa militare tradizionale è cresciuta di quasi il 20%. Si tratta di un incremento di 258 miliardi di dollari nel biennio 2025-2026. Per rafforzare l’argomento, Rutte sottolinea che il modello precedente non era più sostenibile: «Non si può chiedere a un paese di 350 milioni di abitanti, distante otto ore di volo, di sostenere il peso principale della difesa di un continente di 600 milioni di persone».

Anche ammesso che Washington continuerà a garantire deterrenza nucleare e capacità strategiche (dalla logistica all’intelligence), saranno gli europei a doversi assumere un ruolo molto più incisivo nella difesa convenzionale.

ECCO PERCHÉ NEL VERTICE di Ankara il focus si sposta dai bilanci e dalle percentuali ai prodotti effettivi dell’industria bellica. Il tema sarà al centro del Forum dell’industria della difesa in programma oggi, quando la Nato annuncerà nuovi contratti per decine di miliardi di dollari. È in sostanza la direzione imboccata dalla Commissione europea con il programma Safe, il fondo da 150 miliardi di euro finanziato attraverso debito comune per sostenere acquisti congiunti, cui hanno già aderito con i rispettivi piani nazionali 19 Stati membri (con Italia che per ora resta a guardare). Si aggiunge poi Edip, il programma Ue destinato a rafforzare la produzione continentale attraverso grandi progetti comuni nei settori della difesa aerea, dei droni, della sicurezza marittima, dello spazio e della mobilità militare.

RESTA IL NODO dell’autonomia industriale europea, che sembra ancora lontana. Come mostrano dati dell’istituto Sipri di Stoccolma, le importazioni di armamenti dei Paesi europei della Nato sono aumentate del 105% nel periodo 2020-2024 rispetto al quinquennio precedente. Eppure oltre il 60% di queste importazioni continua a provenire dagli Stati Uniti. È questo il problema irrisolto per Bruxelles, che punta a costruire una filiera europea della difesa. Senza sapere realmente a che prezzo e chi lo pagherà davvero.

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