IL PARADOSSO DELLA POLITICA MONETARIA da IL MANIFESTO
Il paradosso della politica monetaria
Marco Bertorello, Danilo Corradi 20/06/2026
Nuova finanza pubblica La rubrica settimanale di politica economica. A cura di autori vari
L’inflazione torna a mordere. A maggio negli Usa raggiunge il 4,2% e nell’eurozona il 3,2%. La causa principale viene ricondotta alle guerre mediorientali. Molti analisti sostengono che con la pace, piuttosto precaria, tra Usa e Iran il fenomeno si dovrebbe ridimensionare. Ma le ragioni di un’inflazione tendenzialmente elevata (negli Usa supera il doppio del target della banca centrale) non sono riducibili all’ultima guerra in ordine cronologico, ma vanno ricondotte al ritorno più generale di una geopolitica aspra e muscolare, di cui l’ultimo conflitto rappresenta solo la punta dell’iceberg, insieme al conflitto russo-ucraino che sembra addirittura intensificarsi.
Il conflitto è militare, ma riguarda anche le tensioni sui dazi, i tentativi di rilocalizzazione delle produzioni, quello su risorse energetiche e materie prime, la ricostruzione di un dominio nazionale su imprese ritenute strategiche. Segno di un ritrovato ruolo di Stato e politica nella gestione delle rispettive economie nazionali. Ragioni strutturali, dunque, che spingono verso l’alto costi e prezzi e che non potranno esser risolti con la fine di uno dei conflitti se permane un quadro di instabilità generalizzata. E che il problema sia strutturale lo dimostra nelle ultime due settimane il fatto che la Fed a guida di un nuovo presidente trumpiano non abbassa i tassi di interesse, nonostante pressioni e insulti ricevuti dal predecessore. E addirittura che in Europa la Bce decida di aumentare di 25 punti base il tasso d’interesse. Una scelta che se da un lato segnala preoccupazione per il fenomeno inflattivo, cercando di mettere al riparo la stessa Bce dalle accuse ricevute nel 2023 di essersi attardata nella scelta di raffreddare l’economia, favorendo l’esplosione dei prezzi, rivela anche una precisa opzione politica: privilegiare la stabilità monetaria rispetto alla crescita economica.
Il problema è che l’inflazione odierna non nasce da un eccesso di domanda o dalla crescita dei salari reali (che oggi diminuiscono), come accadeva in altre epoche storiche. È alimentata soprattutto da fattori di offerta: frammentazione della globalizzazione, costi energetici, politiche industriali competitive e riorganizzazione delle catene produttive. In questo contesto l’aumento dei tassi rischia di incidere poco sulle cause dell’inflazione e di raffreddare ciò che risulta già freddino. L’eurozona continua, infatti, a registrare tassi di crescita deboli, investimenti stagnanti e una domanda interna fragile. Raffreddare il contesto assomiglia più a un esercizio di ortodossia monetarista che a una risposta efficace ai problemi attuali. Si rischia di comprimere investimenti, consumi e occupazione senza intervenire sulle vere radici dell’aumento dei prezzi.
La scelta della BCE appare quindi paradossale, ma non del tutto irrazionale. Accettare di favorire una tendenza alla stagnazione, pur di tenere più bassi possibili i prezzi, risponde alla necessità di sostegno ai rendimenti finanziari, fondamentali per la tenuta dell’assetto dell’attuale capitalismo costruito intorno a questi. Dai rendimenti finanziari dipendono gli utili di molte aziende produttive, le pensioni private, l’effetto ricchezza che condiziona investimenti e mercato immobiliare. Un meccanismo sempre più ingolfato, ma al momento senza alternative concrete.
Il neoliberismo doveva portare crescita, iniziativa privata, dinamismo, bassa inflazione, concorrenza e stabilità; i risultati sono invece stagnazione, tendenze inflattive, concentrazione, dipendenza dallo Stato, bassi investimenti, capitalismo parassitario e impoverimento del mondo del lavoro. Contenere l’inflazione deprimendo l’economia, infatti, comporta anche il mancato aumento dei salari in proporzione all’aumento dei prezzi, riducendo il potere d’acquisto dei lavoratori e delle lavoratrici. Il paradosso è doppio, una politica monetaria spuntata per difendere un meccanismo di accumulazione ingiusto che genera crescenti squilibri sociali.
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