IL “DUAL USE” A SENSO UNICO, SPAZIO VIETATO PER TEHERAN da IL MANIFESTO
Il “dual use” a senso unico, spazio vietato per Teheran
Francesca Suriano 26/04/2026
Iran Come il nucleare, anche il programma spaziale è off limits
Nelle scorse settimane, le forze di difesa israeliane, durante una serie di raid notturni condotti sulla città di Teheran, hanno distrutto il principale centro di ricerca spaziale iraniano, insieme ad alcuni impianti di produzione di sistemi di difesa aerea. Il centro colpito, secondo le forze israeliane, avrebbe ospitato un complesso di laboratori di rilievo strategico per lo sviluppo di satelliti. Gli attacchi hanno colpito decine di siti infrastrutturali con l’obiettivo dichiarato di degradare le capacità militari iraniane. Ma che cosa significa, nel quadro di una guerra regionale che si è da tempo saldata a un orizzonte globale di conflitto, colpire un’infrastruttura spaziale?
IL PROGRAMMA spaziale iraniano cambia matrice giuridico-politica – e diventa proliferazione di armamenti – quando gli Stati Uniti estendono il regime delle sanzioni con l’iscrizione dell’agenzia spaziale di Teheran e di due dei suoi principali organismi di ricerca nella Specially Designated Nationals (SDN) list, formalizzando la loro designazione, con un atto ufficiale sul Federal Register, nell’alveo dell’Executive Order 13382, il quadro riservato ai soggetti ritenuti materialmente connessi allo sviluppo di armi di distruzione di massa. La notazione subject to secondary sanctions va a esacerbare questo effetto di isolamento, poiché non si limita a colpire direttamente gli enti designati, ma estende il rischio sanzionatorio ai terzi che intrattengano rapporti con essi, innalzando il costo finanziario, operativo e reputazionale di qualunque operazione con quel perimetro tecnologico. Al regime sanzionatorio si sovrappone il livello della regolazione internazionale di fatto, incarnato dal Missile Technology Control Regime (Mtcr), che include espressamente i lanciatori spaziali nel novero dei sistemi completi a razzo, strutturando un sistema di controllo che limita la circolazione di tali tecnologie. Il regime di interdizione finisce per spostare all’interno il baricentro dello sviluppo tecnologico. È in questa torsione che il programma si trasforma, ben oltre la sua dimensione simbolica, nel linguaggio più visibile di una promessa di autosufficienza.
LA TRAIETTORIA SPAZIALE iraniana si compie attraverso il passaggio da un programma strategico-statale a una filiera in via di industrializzazione. La prima fase è segnata dalla statalizzazione in senso pieno della capacità spaziale. Il lancio di Noor, il primo satellite militare di osservazione, rappresenta il momento in cui il paese, attraverso un successo che segna un cambio di passo, inserisce apertamente il proprio programma nell’orizzonte della capacità sovrana. La sequenza che si apre, una successione irregolare di test, fallimenti e ripartenze, fino alla messa in orbita di Noor-2, conta più per la persistenza del processo che per la linearità del successo. La seconda fase vede affermarsi una modalità ibrida di accesso allo spazio. Il lancio di Khayyam, avvenuto a bordo di un vettore russo, rende visibile la costituzione di una via non occidentale. Da quel momento, l’autonomia iraniana cessa di coincidere con la fantasia autarchica dell’autosufficienza, assumendo la forma più concreta di una filiera ibrida, nazionale nella progettazione, nella manifattura e nella sedimentazione del know-how, ma innestata, quando necessario, su un’infrastruttura di lancio esogena capace di compensare i colli di bottiglia prodotti dall’isolamento sanzionatorio.
LA TERZA FASE coincide con il momento in cui la traiettoria spaziale iraniana comincia a lasciar intravedere i lineamenti di una razionalità industriale. Il lancio di Sorayya, un satellite di ricerca collocato a 750 chilometri di quota, segna per il paese l’accesso all’orbita più alta mai raggiunta con successo da un proprio lancio. La successiva messa in orbita di tre satelliti, Mahda e due nano-payload, lascia affiorare una dimensione proto-industriale. Il programma, oltrepassata la soglia della dimostrazione, comincia a misurarsi con la logica del multi-payload, la validazione di piattaforme satellitari differenziate e una prima forma di ripetibilità dell’infrastruttura di lancio. Ma è con le missioni di Pars-1, Chamran-1 e Saman-1 che l’Iran tenta di tradurre la propria sovranità tecnologica in una space industry a basso costo, rivolta ai mercati non occidentali, in grado di competere sulla resilienza della filiera, sul prezzo e sulla capacità di offrire servizi dentro una economia orbitale sempre meno monopolizzata dall’Occidente. La traiettoria spaziale iraniana non è soltanto il racconto della parabola di un programma strategico, ma è la forma storica che la resistenza tecnologica alle sanzioni ha assunto nello spazio.
MA QUANDO QUESTA traiettoria acquista spessore industriale, il nodo del dual use torna a mostrarsi come terreno di contesa politica. Gli Stati Uniti e i paesi europei sostengono da anni che lo sviluppo di vettori satellitari iraniani sia indistinguibile dall’acquisizione di capacità missilistiche, poiché incorporano tecnologie suscettibili di concorrere allo sviluppo di sistemi balistici a lungo raggio, che in futuro potrebbero essere impiegate anche per lanciare testate nucleari. L’Iran respinge questa ricostruzione, rivendicando il proprio diritto allo sviluppo pacifico delle tecnologie spaziali. Il problema che emerge è che, in questo caso, il dual use smette di operare come una categoria descrittiva, valida per ogni grande programma spaziale, diventando un dispositivo di delegittimazione. E lo sviluppo spaziale iraniano viene ricondotto senza scarti al preludio missilistico.
Il Trattato sullo Spazio del 1967 formula un principio apparentemente universalistico: lo spazio extra-atmosferico, compresi Luna e altri corpi celesti, è libero all’esplorazione e all’uso da parte di tutti gli Stati, senza discriminazioni e su una base di uguaglianza. Il caso iraniano porta questa contraddizione alla sua forma più nuda. Esso mostra come l’eguaglianza proclamata dal diritto conviva, nella pratica, con una distribuzione asimmetrica della legittimità. E che, nello spazio come in ogni altro ambito, non tutti gli stati possono esercitare la medesima ambivalenza tecnologica senza che questo diventi automaticamente un capo d’accusa.
LA CRONACA INIZIALE si lascia finalmente decifrare. Quando, in una guerra regionale che ha esteso il suo perimetro al di fuori dei propri confini, il bersaglio dichiarato è il principale centro di ricerca di un’agenzia spaziale, a essere sotto attacco è la sovranità tecnologica di un paese. E colpire un’infrastruttura spaziale significa soffocare il tentativo di un paese sanzionato di costruirsi un margine di futuro con mezzi propri.
No Comments