FHARENHEIT AI. PERCHÈ LE AZIENDE DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE COMPRANO (E DISTRUGGONO) I LIBRI RARI da ALTRAECONOMIA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
24733
wp-singular,post-template-default,single,single-post,postid-24733,single-format-standard,wp-theme-stockholm,wp-child-theme-stockholm-child,cookies-not-set,stockholm-core-2.4.6,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.13,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-8.2,vc_responsive

FHARENHEIT AI. PERCHÈ LE AZIENDE DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE COMPRANO (E DISTRUGGONO) I LIBRI RARI da ALTRAECONOMIA

Fahrenheit Ai. Perché le aziende di intelligenza artificiale comprano (e distruggono) i libri rari

 Nicola Villa  10 Agosto 2026

Volumi introvabili e manoscritti secolari acquistati in blocco, tagliati e scansionati al solo scopo di alimentare con i nuovi dati i modelli linguistici “avanzati”. Sono i roghi 2.0 della Silicon Valley che però svelano i limiti di una tecnologia spesso erroneamente presentata come molto vicina all’umano. La minaccia di trasformare la nostra memoria storica in un monopolio privato gestito da pochissimi attori è invece reale perché, scomparsi gli originali, ci si potrà rivolgere solo alle Big Tech

Le aziende di intelligenza artificiale stanno acquistando in blocco libri rari per scansionarli ad alta velocità. Il processo è irreversibile perché si usano scanner piani: il dorso viene tagliato e l’originale distrutto. A facilitare queste operazioni è un provider chiamato ISBNdb, capace di gestire ordini fino a un milione di volumi garantendo l’anonimato dei clienti, con tanto di accordi di non divulgazione inclusi. Maggiormente richiesti i testi precedenti al 2022, considerati migliori proprio perché privi di alcun “inquinamento” da testo generato da Ai. Anthropic, inoltre, ha ingaggiato l’ex responsabile di Google Books con un obiettivo dichiarato: ottenere “tutti i libri del mondo”. 

La notizia, lanciata da 404 Media, riguarda da vicino anche l’Italia. A confermarlo è Michele Bella, titolare di Libreria Libr’Aria a Fiumefreddo di Sicilia (CT), uno dei più grandi negozi di libri nuovi e usati con un catalogo di quasi 500mila volumi. Bella ha segnalato un’impennata anomala negli acquisti: “Di recente la società britannica Nimbus ha ordinato 67 titoli del tutto casuali in un solo giorno e continua a effettuare piccoli ordini a ritmo quasi quotidiano”.

Nimbus è una società assicurativa controllata da Marsh Risk, leader mondiale nella mediazione assicurativa e consulenza sui rischi, che si è dedicata negli ultimi tempi alla costruzione e allo sviluppo di grandi data center e infrastrutture digitali legate all’Ai e al cloud. Come rivelato da un altro libraio a 404 Media nel tritacarne finiscono volumi di rara reperibilità, alcuni vecchi di secoli: opere sopravvissute a guerre, incendi e banalmente introvabili anche in archivi pubblici vengono polverizzate solo per addestrare un modello linguistico a scrivere meglio.

I testi pre 2022 rappresentano infatti la vera pepita d’oro di questa corsa al riarmo informativo. Sul valore di queste opere si esprime chiaramente Luna Bianchi, giurista con un background da manager esperta in proprietà intellettuale, amministratrice delegata e co-fondatrice di Decentral e Immanence: “La corsa delle Big Tech ad accaparrarsi opere create prima del 2022 smentisce la narrazione secondo cui il testo umano e quello generato dall’Ai siano ormai indistinguibili. Se i modelli hanno disperato bisogno di contenuti pre 2022 per addestrarsi senza avvelenarsi significa che l’opera umana possiede un valore unico: vi risiede l’impronta autorevole, la tensione concettuale e l’identità dell’autore estratte ‘in purezza’. L’ingegno umano non è affatto sostituibile”.

Stefano Borroni Barale, attivista del software libero dagli anni Novanta, autore per Altreconomia di “Come passare al software libero e vivere felici” (2003) e “L’intelligenza inesistente” (2023), chiarisce che non si tratta di una semplice digitalizzazione ma che le imprese che sviluppano i Large language model (Llm) vogliono “posizionarsi come gatekeeper (guardiani e/o proprietari, ndr) dell’informazione. Una volta distrutti gli originali, infatti, a chi potremo rivolgerci nel momento in cui vorremo compiere studi sulla conoscenza contenuta in quegli antichi manoscritti? Non avremo alternativa se non rivolgerci al monopolio che li ha distrutti”.

Proprio in virtù della grande quantità di materiale convertito in dati, questi software diventeranno presto privi di alternative, avverte Borroni Barale. L’esperto mette in guardia anche dalla loro tendenza a generare risposte statisticamente false ma verosimili in una minoranza di casi e definisce miopi i recenti appelli, come quello di Bernie Sanders, alla nazionalizzazione dell’Ai. Il motivo? “La precondizione per tecnologie davvero orientate al bene comune dovrebbe essere un’azione politica molto forte contro questo progetto totalitario. Affermandosi come gatekeeper tali imprese non lasceranno alcuno spazio, nemmeno per l’intervento pubblico di un attore sovranazionale come l’Ue. Questa cosa è chiara agli Usa di Trump, che infatti hanno dichiarato da subito una guerra commerciale a difesa dei voleri della Silicon Valley”.

Situazioni simili a quelle verificate nel mercato dei libri dell’usato italiano sono state segnalate nei Paesi Bassi, in Svizzera, in Spagna e in Germania come rilevato dal sito olandese NL Times. I librai raccontano di aver ricevuto ordini con elenchi di migliaia di codici Isbn -spaziando dalla geomeccanica alle fiabe irlandesi nel tentativo di garantire una copertura ad ampio raggio- o email automatizzate da parte di intermediari come la singaporiana 2077AI e la canadese Zoom Books.

Sullo sfondo del dibattito resta l’impronta aggressiva delle grandi aziende di Ai, un aspetto sottolineato da Gino Roncaglia, docente di editoria digitale a Roma Tre, filosofo dell’informazione e autore per Laterza di “L’architetto e l’oracolo. Forme digitali del sapere da Wikipedia a ChatGPT” (2023): “La costruzione di corpora di addestramento ricchi e differenziati viene affrontata con la tipica logica del capitalismo d’assalto, senza particolari scrupoli. Se ci fosse un intervento pubblico, ad esempio da parte dell’Unione europea, per creare corpora ampi, rappresentativi e controllati con criteri diversi, si potrebbero selezionare i libri di pregio ed effettuare su di essi una digitalizzazione rispettosa del loro valore storico”.

Un’idea, quella dell’alternativa pubblica, che incontra la visione di Luna Bianchi sulla natura della conoscenza che alimenta l’intelligenza artificiale: “L’intelligenza artificiale è, per sua stessa natura, un’opera collettiva. Nasce dai dati che l’umanità ha generato in secoli di scrittura, dialogo, studio e pensiero: appartiene a noi. Quello a cui stiamo assistendo è un processo di recinzione e privatizzazione analogo a quello dell’acqua: una risorsa pubblica e libera che viene appropriata da pochi per poi esserci rivenduta a caro prezzo”.

Sulla scia di questa riflessione, la giurista traccia la rotta per un cambiamento strutturale attraverso il concetto di “Public Ai“ nell’ottica di una redistribuzione del valore estratto: “Il movimento per la Public Ai è fondamentale per restituire la tecnologia all’interesse pubblico. Non si tratta di escludere le aziende private ma di pretendere un’alleanza guidata da un’idea reale di progresso: un futuro in cui l’innovazione migliora la società nel suo insieme, anziché concentrare un livello incalcolabile di ricchezza nelle mani di una manciata di persone”.

A rendere la situazione ancora più grottesca è una vecchia decisione di un giudice federale statunitense che ha fatto rientrare, oltre dieci anni fa, questa pratica nel “fair use”: distruggendo l’originale, sostiene la sentenza, la copia in circolazione resta teoricamente una sola. Il principio legale citato si basa direttamente sul precedente giurisprudenziale della causa “Authors Guild v. Google” del 2015. Nelle recenti cause promosse da autori ed editori musicali contro le aziende di intelligenza artificiale, Anthropic (insieme a OpenAI) ha costruito la propria linea difensiva proprio su questo principio.

Sempre Roncaglia ricorda che la digitalizzazione dei testi è un processo ormai decennale che Google non ha saputo sfruttare: “Molti di questi libri erano già stati digitalizzati per il progetto Google Books. In teoria, la combinazione tra questa biblioteca digitale e l’indice del suo motore di ricerca dovrebbe garantire a Google un vantaggio competitivo enorme. Se finora non è riuscita a mandare fuori mercato concorrenti come Anthropic o OpenAI è perché la partita non si gioca solo sulla quantità dei dati a disposizione, ma anche sull’efficienza e sulla qualità dell’architettura dei modelli”.

Abbiamo già visto l’Ai saccheggiare il web, piratare biblioteche e archivi, oltre che la musica. Ma qui siamo oltre i roghi di libri o immaginari distopici alla “Fahrenheit 451”: un libro bruciato si poteva ristampare. L’ultima copia rimasta di un manoscritto del XVIII secolo, per esempio, una volta distrutta per ricavarne materiale di ammaestramento, è persa per sempre. 

No Comments

Post a Comment

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.