ECCO LA DEMENTOCRAZIA CHE CHIEDE SUDDITI DOCILI da IL FATTO e IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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ECCO LA DEMENTOCRAZIA CHE CHIEDE SUDDITI DOCILI da IL FATTO e IL MANIFESTO

Ecco la Dementocrazia che chiede sudditi docili

Paolo Ercolani  8 Maggio 2026

“Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra il vero e il falso, non esiste più”. A scrivere ciò era la filosofa tedesca, naturalizzata statunitense, Hannah Arendt, nella sua analisi magistrale dei regimi totalitari (1951). A conti fatti, questa frase parla più dell’oggi che non dei regimi di Hitler e Stalin. Sì, perché a quel tempo la maggior parte delle persone in fondo conosceva l’essenza violenta e liberticida dei regimi in cui viveva, ma chi per convenienza e chi costretto dal terrore della forza poliziesca, finiva col sottomettersi al Duce di turno e a un’ideologia totalizzante. A pensarci bene, la democrazia che si è sostituita a quei regimi infausti, ha significato anzitutto la formazione e l’informazione di cittadini liberi, soprattutto di studiare e conoscere, potendo giudicare i propri governanti con pensiero critico.

La costituzione di un’opinione pubblica capace di scegliere i governanti più credibili e preparati, ma anche di frenare gli istinti autoritari sempre dietro l’angolo, è stata possibile grazie a tre strumenti fondamentali: un sistema scolastico costituito da docenti validi perché selezionati; un’informazione composta da professionisti per quanto possibile liberi e competenti; una classe politica e dirigente istruita e autonoma – soprattutto rispetto al potere economico – quindi capace di coltivare quelle visioni a lungo termine che distinguono uno statista da un politicante.

Tale sistema, per comodità chiamato “democrazia”, è stato sostituito da un altro che ne rappresenta la versione trasfigurata. Possiamo definirlo “dementocrazia”, ed è sostenuto da tre pilastri distorti: un sistema di istruzione degradato e composto da docenti spesso mediocri, piazzati lì dal barone di turno; un sistema di informazione popolato da figure poco professionali e sottopagate, da editori a loro volta genuflessi al potere economico; una classe politica ignorante e incompetente, scelta appositamente con queste caratteristiche in modo da sentirsi miracolata e, così, eseguire senza fiatare i diktat del vero potere (quello tecno-finanziario).

Si tratta di un sistema coscientemente costruito almeno a partire dal 1975, quando negli Usa venne pubblicato uno studio – commissionato dalla Commissione trilaterale, think tank statunitense fondato dal plurimiliardario David Rockefeller – che si intitolava “Crisi della democrazia” (in italiano uscito con la prefazione di Gianni Agnelli). Perché crisi della democrazia? Calava già l’affluenza alle urne? I governi non facevano gli interessi dei popoli? Macché, crisi della democrazia perché – questo scrivevano gli autori del rapporto – c’erano troppe persone istruite e fornite di pensiero critico, specie nei confronti di un capitalismo che stava tornando predatorio. Nelle edicole c’erano troppe riviste culturali e giornali con inserti scientifici, nelle librerie troppi testi di livello elevato. Nelle università troppi professori alternativi e in televisione troppi programmi a carattere culturale. Del resto, il Sessantotto aveva messo in evidenza che la popolazione si stava radicalizzando in senso critico. Ma il potere, qualunque potere, ai cittadini critici preferisce sudditi docili. Quindi bisognava intervenire, sostanzialmente per abbassare il livello culturale e cognitivo dell’opinione pubblica, la stessa da cui poi emerge la classe politica.

Non è un caso che il quoziente intellettivo medio della popolazione, sempre salito dal 1907 – quando si iniziò a misurarlo – ha fatto registrare un calo costante dal 2009 (anno in cui sono comparsi gli smartphone), mentre ormai il 40% della popolazione soffre di analfabetismo funzionale (sa leggere, ma non coglie il messaggio contenuto in ciò che ha letto).

Quale realistica speranza di avere a che fare con una popolazione che nel suo complesso sappia distinguere tra vero e falso, quando l’informazione mainstream non tocca più i potenti, quando il sistema di istruzione è stato trasformato in distruzione delle menti e quando le principali figure politiche sono composte da individui ignoranti e imbarazzanti? Il totalitarismo incapace di distinguere vero e falso è stato sostituito dallo “spettacolo” di cui parlava Guy Debord: quello in cui il vero diventa un momento del falso e viceversa. In un futuro temo vicino, non ci saranno più libri di storia su cui leggere che la vicenda di Epstein – specchio in grande del bunga bunga italico – racconta di un Occidente al tramonto. Mentre l’aristocrazia finanziaria se la ride impunita e in sottofondo si ode la battuta del Marchese Grillo: “Perché io so’ io, e voi non siete un cazzo!”.

PhD Filosofia – Università di Urbino Carlo Bo

Scuola in sciopero: la riforma di Valditara è «classista»

Luciana Cimino  08/05/2026

Sciopero In 60 città presidi e cortei contro il “4+2” per i tecnici, «istruzione in mano alle imprese»

«Nelle piazze è stato usato un linguaggio di 60 anni fa, da vetero comunismo fuori dalla storia». Il ministro dell’Istruzione (e merito) Giuseppe Valditara ha commentato piccato lo sciopero della scuola di ieri. Ma non con parole inaspettate: il leghista ha costruito tutta la sua azione contro presunti pericoli derivanti da un’educazione «sessantottina», difesa da un sindacato che «fa indottrinamento» (la Flc Cgil) e devastata da studenti «violenti» che vanno puniti e controllati.

LA MOBILITAZIONE di ieri aveva, quindi, tutte le caratteristiche per far saltare i nervi al ministro. Sindacati (oltre alla Flc Cgil anche Cobas Scuola, Usb, Cub Sur) e organizzazioni di studenti, dalla Rete dei medi a Osa, hanno manifestato in tutta Italia contro l’avvio della riforma degli istituti tecnici e professionali voluta dal governo e «contro la militarizzazione della cultura e un futuro di guerra, riarmo e leva», come c’era scritto su uno striscione a Torino.

La legge sul 4 + 2, che secondo Valditara «nei consessi internazionali apprezzano», è stata criticata fin dalla sua presentazione per l’approccio classista. L’idea non è nuova: l’intenzione di restaurare la vecchia scuola di avviamento per i figli delle famiglie a basso reddito era già stata manifestata nei governi Berlusconi e Renzi. Quello di Meloni ci è riuscito, anche se finora senza successo, come dimostrano le iscrizioni, e il tour che il ministro sta effettuando con Confindustria, diretta sponsor del provvedimento, nelle regioni.

IL MODELLO VALDITARA prevede meno tempo scuola, meno ore dedicate agli insegnamenti curriculari come geografia, italiano, arte e scienze, meno docenti, sostituiti con “esperti” delle industrie, più privati nell’istruzione (con le imprese che potranno decidere con gli enti locali gli indirizzi di studio in base alle loro esigenze di personale), e più formazione scuola-lavoro. «Si tratta di una scelta politica precisa – ha spiegato la segretaria della Flc Cgil Gianna Fracassi – subordinare l’istruzione alle esigenze delle imprese, indebolendo il valore nazionale del titolo di studio e accentuando le disuguaglianze territoriali, svuotare il ruolo della scuola come presidio costituzionale di formazione critica e libera per ridurla a strumento del mercato».

E COSÌ IERI, dopo la protesta dei sindacati di base di martedì contro i test Invalsi, in 60 città si sono tenuti picchetti o cortei. Adesioni record negli istituti dell’Emilia Romagna con punte dell’80 e del 90% a Ravenna e Bologna e del 60 nel resto delle province. «Quando si inizia a pensare ai saperi come utili, si è già perso e soprattutto si sono persi i ragazzi che in questa polarizzazione ci rimettono – ha detto una docente di Bologna della Rete nazionale degli istituti tecnici – Non riuscirei a guardarmi più allo specchio se non provassi almeno a fermarla».

Nella Capitale, gli studenti hanno infilato fiori nei fucili giocattolo davanti al ministero dell’Istruzione. Cortei a Pisa, Milano, Torino, Roma. Presidi in Veneto e anche a Catanzaro, davanti l’ufficio scolastico nazionale: «La riforma rischia di colpire duramente una regione già fragile come la Calabria, ridurre le ore di insegnamento significa ridurre le opportunità per gli studenti e aprire nuovi scenari di precarietà e perdita di posti di lavoro per il personale scolastico, ampliando il divario territoriale tra le regioni», ha affermato Alfonso Marcuzzo, segretario della Flc Cgil Calabria. Proteste anche a Cagliari: «La Sardegna sarà penalizzata, chiediamo la revoca della controriforma e le dimissioni di Valditara», hanno detto i Cobas. «L’attacco ai tecnici sta provocando una reazione diffusa – il ragionamento dell’Usb – le piazze hanno espresso la condanna per un modello di scuola reazionaria e conservatrice, che esalta il mercato ed è funzionale alle logiche di guerra».

«CI SI OCCUPI di cose serie, come il clamoroso fallimento dello sciopero nella scuola», ha replicato ieri Valditara, rispondendo alle polemiche sulla sua gaffe, quella sì «clamorosa» su PierSanti Mattarella ucciso dalle Br e non dalla mafia. «Sono inutili i tentativi maldestri di derubricare il problema o minimizzare la mobilitazione, il ministro tenta di difendere l’indifendibile», ha contrattaccato la Flc Cgil. Per il sindacato, che annuncia altre iniziative nelle prossime settimane, come il blocco degli scrutini, la lotta «non si fermerà fino al ritiro della riforma, non ci accontenteremo di operazioni di facciata».

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