“DALLE PAROLE SI PASSI AI FATTI: IL BOICOTTAGGIO DI ISRAELE” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“DALLE PAROLE SI PASSI AI FATTI: IL BOICOTTAGGIO DI ISRAELE” da IL MANIFESTO

Anna Foa: «Dalle parole si passi ai fatti: il boicottaggio di Israele»

Roberto Della Seta  22/05/2026

Israele/Palestina Intervista alla storica Anna Foa: «È solo un piccolo esempio di cosa capita ai palestinesi. Gran parte della diaspora si è identificata con Israele. E se Israele come motore dell’ebraismo crolla, è facile che tu ebreo diasporico ti aggrappi al crollo »

Nablus, l’arresto di un palestinese nel campo profughi di Balata durante un rastrellamento dell’esercito israeliano – Ayman Nobani/Ap

«Il trattamento riservato agli attivisti rapiti da Israele in acque internazionali, il video girato e diffuso da Ben Gvir che li calpesta e dileggia, mi mettono i brividi nella schiena. Ma rappresentano solo un piccolo esempio di quanto capita tutti i giorni a migliaia di palestinesi nelle carceri israeliane. Ho apprezzato le reazioni indignate di tanti nel mondo, ho apprezzato particolarmente le parole di Mattarella. Ora mi auguro che dalle parole di condanna si passi ai fatti: e i fatti devono essere il boicottaggio economico di Israele».

Sulla conversazione con Anna Foa, pensata per raccontare il suo rapporto ricco e complicato con l’essere ebrea, è piombato come una bomba lo spettacolo raccapricciante del fascista Ben Gvir che tortura in diretta video centinaia di persone disarmate catturate illegalmente dallo Stato israeliano.

Ma il filo delle parole autobiografiche di Foa non è così lontano dalla tragica attualità di questi anni. Comincia ricordando: «Se venivano amici miei a casa, anche nei primi anni del liceo, mio padre chiedeva sempre: è ebreo? E io non capivo: perché domanda se è ebreo?». «Mio padre» era Vittorio Foa, ebreo non credente, la madre di Anna era Lisa Giua, non ebrea.

«Io nasco non ebrea da un punto di vista rabbinico, però mia madre non era cattolica perché era figlia di vecchi socialisti che non l’hanno neanche battezzata, dunque non ho mai avuto influenze familiari cattoliche. Mi sono sempre sentita ebrea, da piccola ho passato molto tempo con i nonni Foa. Mia nonna mi faceva mettere di profilo e mi diceva: i nazisti con questo naso ti avrebbero mandato subito a Auschwitz. Era una nonna sarcastica. A sei anni ci siamo trasferiti da Torino a Roma, per me è stato un cambiamento molto forte. Nel mio ambiente familiare torinese si parlava tutti i giorni di resistenza, di ebrei antifascisti, a Roma erano temi sconosciuti. Per me essere ebrea voleva dire stare dentro un’ottica di memoria soprattutto antifascista: le leggi razziali, i miei zii scappati in America».

Anche tuo padre si sentiva ebreo?

Aveva un legame molto complicato con l’ebraismo. Nipote di rabbino, figlio di una donna sostanzialmente atea e pure lui non credente, fratello di un’altra che animava un gruppo di giovani ebrei torinesi religiosi ma anticonformisti. Era decisamente critico su Israele, non ci andò mai fino a quando venne a trovare me che ci vivevo. Venne con la sua seconda moglie Sesa Tatò e la figlia di Sesa, Daniela, mentre loro se ne andavano in giro mio padre mi chiese di accompagnarlo al muro del pianto: lì si è commosso. Vittorio era decisamente un ebreo diasporico, non è mai stato sionista.

Tu a un certo punto hai “scoperto” Israele.

Ho cominciato ad andarci perché avevo un compagno israeliano e a metà degli anni ’80 mi sono convertita. Facevo la spola tra Italia e Israele, lì passavo tutto il tempo in biblioteca: la mia adesione completa all’ebraismo è passata dalla storia, dal mio mestiere. Nei primi tempi in Israele abitavo a Gerusalemme in una casa vicino ai quartieri arabi. Mi accorsi allora di andare d’accordo solo con gli ebrei israeliani non religiosi, quelli religiosi mi sembravano appartenere a un mondo del tutto estraneo al mio. Del resto la mia è stata una conversione non nata da motivazioni religiose, ma dettata da un desiderio di identità e anche dal bisogno di sentirmi dentro una dimensione fatta di regole con cui misurarmi. Ricordo che una volta ne parlai con Natalia Ginzburg sotto l’ombrellone su una spiaggia a Sperlonga. Era molto curiosa, mi chiese «tu allora credi in Dio?». Risposi «no, perché dovrei credere in Dio? Nessuno mi ha chiesto se credo in Dio». E anche da ebrea convertita che passava tanto tempo in Israele non ho mai spesso di considerarmi un’ebrea della diaspora. L’ebraismo della diaspora pensa il mondo in modo abissalmente distante da quello degli ebrei d’Israele, il dramma è che la diaspora è finita con la Shoah, ha perso non solo sei milioni di esseri umani ma cultura, prospettiva politica, nella sua larga maggioranza si è identificata con Israele. E se Israele come motore dell’ebraismo crolla, è facile che tu ebreo diasporico ti aggrappi al crollo, perché non hai più niente a cui aggrapparti fuori.

Come hai vissuto il 7 ottobre e quanto successo dopo?

Il 7 ottobre è stato un grande trauma anche per me, ma poi subito ho vissuto come un trauma altrettanto grande quello che Israele faceva a Gaza. Non ho mai creduto che la reazione di Israele fosse giustificata, e lì ho cominciato a pensare di scrivere questo libro, Il suicidio di Israele, un libro su Israele per la prima volta in vita mia. Ho riflettuto a lungo sulla storia del sionismo, il mio giudizio si è «radicalizzato». È evidente che c’è stato anche un movimento sionista democratico, per esempio con Brit Shalom che sognava un mondo straordinario, una specie di paradiso in terra. Però poi se ti fermi un attimo sul ‘48 resti sconvolto dai modi della Nakba, dell’espulsione dei palestinesi dalla loro terra, sconvolto dal fatto che gli arabi espulsi non sono mai potuti tornare, sconvolto dalle case rubate e con ancora il cibo sulla tavola. Dopodiché io credo che i palestinesi come gli ebrei dovrebbero smettere di guardare indietro, alla Nakba come alla Shoah: dovrebbero guardare avanti, dovrebbero rinunciare a un eccesso di vittimismo.

Tra i paradossi su cui si fonda Israele c’è che mio figlio che ha un quarto di sangue ebraico ha il diritto costituzionale di diventare cittadino e uno che nasce e cresce lì ma non ha una goccia di sangue ebraico no. È razzismo?

È razzismo, ed è razzismo da subito. Basti pensare alle leggi militari imposte ai «cittadini palestinesi» – gli arabo-israeliani, ma li chiamavano così per sottolineare che erano “altro”- fino al 1966. Da subito lo Stato di Israele ha coltivato l’idea che “gli altri”, i palestinesi, siano irrimediabilmente nemici. Non si consente al figlio di venire a salutare la madre morente, e così si costruisce un muro incrollabile di odio. Fatico a dire che il sionismo è tutto coloniale, forse bisogna metterci dentro qualche diversa impronta, però difficilmente poteva andare in un’altra direzione.

Davvero non poteva andare diversamente?

Occasioni ce ne sono state: ci sono state nel ’67 se Israele avesse deciso di non prolungare l’occupazione della Cisgiordania, ci sono state nel ’48 e anche prima. Sicuramente però il disastro del «suicidio di Israele» ha radici lontane. Oggi la possibilità di un «altro sionismo» mi sembra morta, forse è morta definitivamente con l’omicidio di Rabin. Restano in Israele, e vanno sostenute con tutte le forze, persone che credono ancora nella possibilità di vivere insieme e con pari diritti ebrei e palestinesi: i gruppi di ebrei per esempio che si organizzano per proteggere i palestinesi dai coloni in Cisgiordania. Poi però c’è il grosso della società israeliana che non sembra capace di reagire.

Temi un’ondata di antisemitismo in Europa?

Di sicuro c’è una marea montante e crescerà ancora se Israele continuerà le sue aggressioni. Una via decisiva per contrastare questa minaccia è sottolineare di più il rapporto fra razzismo e antisemitismo. Vengono spesso raccontati come problemi separati, questo consente alla destra che è razzista di ergersi a campione della lotta all’antisemitismo e poi alimenta un suprematismo ebraico vittimista per cui colpire un ebreo è più grave che colpire un nero per razzismo. Così si conferma l’idea degli ebrei privilegiati, una radice dell’antisemitismo.

Per salvare Israele va accettata la realtà

Gad Lerner  22/05/2026

La fascistizzazione dello Stato ebraico La trasfigurazione fascista d’Israele è un processo avvertibile prima dal basso che dal vertice delle istituzioni

La società israeliana è malata nel profondo. Magari bastasse sanzionare il ministro Ben-Gvir, divenuto indispensabile al premier più longevo della storia di un paese intriso di violenza, dal quale sempre più numerosi emigrano quelli che possono e al quale iniziano a voltar le spalle perfino le destre nazionaliste che ne ammiravano la brutalità.

Non era un destino segnato, ma sta accadendo.

Per quanto sia doloroso ammetterlo, la trasfigurazione fascista d’Israele è un processo avvertibile prima dal basso che dal vertice delle istituzioni. Lo cogli nello scherno diffuso per gli aravim (pochi chiamano i palestinesi col loro nome); nella tracotanza dei coloni che ormai inquina l’operato dei giovani militari; nello sfoggio impunito della crudeltà vissuta come manifestazione di potenza, nel disprezzo misogino per l’Europa femmina sottomessa; nel gusto di offendere le religioni altrui.

Sono comportamenti di una minoranza soltanto degli israeliani? È vero. Quasi certamente il prossimo settembre si svolgeranno elezioni democratiche che potrebbero spedire a casa Netanyahu? È vero. Sono falliti i tentativi di minare per legge le funzioni di garanzia della Corte suprema? È vero. Ma la dissennatezza con cui il governo ha concepito una sequenza di guerre senza fine nel tentativo di saziare il bisogno di sicurezza degli israeliani angosciati dalla minaccia esistenziale del 7 ottobre lascia presagire quel che i regimi fascisti hanno sempre fatto quando restano isolati e sfiduciati: rivolgere le armi contro il nemico interno. Una guerra civile scatenata dai coloni e dalle milizie di Ben-Gvir non sarebbe eventualità remota allorquando una nuova leadership israeliana – a ciò costretta da Usa e Ue – decretasse concessioni territoriali in favore di un nascituro Stato palestinese.

Se e come la fascistizzazione sia reversibile è dunque l’interrogativo del momento. Di fronte al quale non possiamo rimanere solo spettatori. Sono necessarie pressioni efficaci dall’esterno – stop a rifornimenti militari e accordi commerciali – da parte dei governi alleati la cui benevolenza ha indotto fin qui Israele a concepire un progetto di egemonia regionale al tempo stesso delinquenziale e irrealizzabile. Ma è dentro al mondo ebraico che si gioca la partita determinante sul futuro di uno Stato che – persistendo nell’espansionismo suprematista e nella persecuzione dei palestinesi – altra scelta non avrebbe che trasformarsi definitivamente in regime autoritario. Mi ha colpito verificare, durante una visita recente, quanto sia diffuso anche fra gli oppositori di Netanyahu (che sono la maggioranza) e fra gli illuminati cercatori di pace con i palestinesi (che oggi sono una minoranza) l’istinto di negazione dei crimini perpetrati dalle forze armate israeliane. Assumere consapevolezza di quanto Israele sia caduto in basso significherebbe veder crollare l’idea che ti eri fatto del luogo a te più caro, spesso l’approdo cui la tua famiglia era giunta dopo immani sofferenze. Dal quale andarsene per molti è impossibile e, per chi può, equivale comunque a un fallimento.

Per quanto faticoso, il superamento dell’istinto di negazione della realtà è indispensabile a rafforzare le difese immunitarie, di fronte al degrado di civiltà. Non è un problema nuovo quello del fascismo e del fanatismo in Israele. Nuovo semmai è il pericolo di risultare sprovvisti di anticorpi. Già nel 1934, appena fuggito a Tel Aviv dalla Germania nazista, lo psicanalista Erich Neumann scriveva a Gustav Jung: «Tutto spinge verso il fascismo, indipendentemente dal punto di partenza. Gli ebrei si stanno amalgamando in una società orribile». Ma lo stesso Neumann fornì poi un apporto culturale prezioso all’edificazione di una società aperta. Il 7 giugno 1967, quando il primo reparto israeliano si aprì un varco nella Città vecchia di Gerusalemme, Shlomo Goren, rabbino capo dell’Idf, lanciò l’idea di demolire le moschee edificate sulla spianata in cui sorgeva l’antico Tempio: «Così ci libereremo del problema una volta per tutte», spiegò. Ma fu minacciato di arresto immediato, se avesse osato divulgare il suo folle proposito. Quella dotazione di laicità rischia di essere venuta meno nell’Israele i cui governanti idolatrano la santità della terra conquistata.

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