DAGLI AMERICANI AL PRESIDENTE. IL POTERE È DEL “RE” da IL MANIFESTO
Dagli americani al presidente. Il potere è del «re»
Marina Catucci 30/06/2026
NEW YORK
Corona Virus Trump esulta, la Corte suprema allarga il suo già vasto raggio d’azione: potrà licenziare a piacimento nelle agenzie federali
In chiusura di sessione la Corte suprema ha emesso due sentenze che ampliano i poteri di Donald Trump sulle agenzie federali, bloccando però, almeno per ora, la rimozione della governatrice della Federal Reserve Lisa Cook, e respingendo il tentativo repubblicano di restringere il voto per posta.
La prima sentenza riguarda il potere del presidente di licenziare a piacimento i vertici della Federal Trade Commission, l’autorità che vigila sulla concorrenza e tutela i consumatori negli Stati uniti. Trump non ha aspettato un minuto per commentarla, definendola su Truth Social «una delle sentenze più importanti mai emesse rispetto ai poteri presidenziali» e rivendicando l’onore di essere il presidente che ha ottenuto «questa decisione storica e senza precedenti ». Dato che, ha aggiunto, «90 anni di precedenti sono stati completamente e inequivocabilmente annullati».
SUL FRONTE repubblicano, la sentenza è stata applaudita come la prova che la Corte sta finalmente smontando il sistema di «stato amministrativo» che per decenni ha sottratto potere al presidente eletto, restituendolo a chi ha vinto le elezioni. Il giudice Neil Gorsuch, nella sua opinione concorrente, ha sintetizzato lo spirito della maggioranza scrivendo che «le agenzie indipendenti non sono poi così indipendenti», una frase che ha già cominciato a circolare come slogan tra i commentatori vicini alla Casa bianca.
Sul fronte opposto, il senatore Dick Durbin, numero due democratico in commissione giustizia al Senato, ha denunciato che la Corte «ha appena ribaltato un precedente consolidato per dare il via libera alle minacce di Donald Trump contro le agenzie federali indipendenti», aggiungendo che «ora questo presidente può licenziare chiunque percepisca come nemico in queste agenzie, senza nemmeno doverne indicare il motivo».
SULLA STESSA LINEA Rebecca Slaughter, la commissaria licenziata al centro del caso, che alla Cnbc si è detta «delusa», osservando che la sentenza «sottrae una quantità enorme di potere al Congresso, consegnandolo al presidente, per orientare le decisioni economiche a vantaggio dei ricchi, a spese degli americani comuni». Slaughter ha aggiunto che, da ora in poi, le scelte della Ftc diventeranno “inevitabilmente più politiche”, un problema che a suo dire “non è nemmeno il peggiore” tra quelli aperti dalla sentenza.
Dentro la Corte, è stata la giudice Sonia Sotomayor a rompere il silenzio, leggendo il proprio dissenso direttamente dal banco, mossa riservata solo ai casi giudicati più gravi: la decisione, ha scritto, «ribalta, piuttosto che sostenere, la separazione dei poteri», concedendo al presidente «un potere ignoto persino alla Corona inglese contro cui i Padri fondatori si sono ribellati».
SULLA SENTENZA che invece nega a Trump, almeno per il momento, la possibilità di rimuovere la governatrice della Fed, il presidente ha scelto un inusuale silenzio, letto da diversi osservatori come la spia di una sconfitta che brucia più delle altre, proprio perché riguarda l’istituzione che decide il costo del denaro, su cui Trump gioca molto del suo capitale politico in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.
La senatrice Elizabeth Warren, da sempre critica delle pressioni di Trump sulla Fed, ha scritto su X: «Anche una Corte suprema modellata da Donald Trump concorda sul fatto che il suo tentativo di licenziare Lisa Cook sua illegale», promettendo di «continuare a combattere» contro ogni nuovo tentativo di controllare la banca centrale.
SULLA CONTRADDIZIONE tra le due sentenze, firmate lo stesso giorno dallo stesso giudice capo John Roberts, Steve Vladeck, docente di diritto costituzionale alla Georgetown Law School, ha osservato che una svuota la tutela delle agenzie indipendenti, mentre l’altra la preserva solo per la Fed, un tentativo di distinguere i due casi che giudica «generosamente definibile come poco convincente».
Sul caso del voto per posta, Watson v. Republican National Committee, le reazioni sono speculari: democratici e associazioni per i diritti di voto parlano di una vittoria importante per gli elettori, mentre i repubblicani, che avevano puntato sulla causa in vista del voto di midterm, hanno già archiviato la sconfitta con un certo distacco.
A COMPLICARE la posizione repubblicana c’è anche una frattura interna emersa proprio durante il processo: il segretario di stato del Mississippi, repubblicano, si è ritrovato costretto a difendere in tribunale la stessa legge sul voto per posta che il suo partito stava cercando di fare dichiarare incostituzionale. La sconfitta, comunque, pesa relativamente poco per il Gop, se messa sulla bilancia insieme alle vittorie ben più consistenti ottenute dalla stessa Corte nelle ultime settimane, a partire dallo svuotamento del Voting Rights Act, che ha già permesso a diversi stati del sud di ridisegnare le mappe elettorali a proprio favore, pro domo repubblicana. Ancora una volta questo è lo schema che si ripete da mesi: ogni battuta d’arresto isolata per il Gop, viene riassorbita in un bilancio complessivo che pende ancora a favore dell’amministrazione.
La «seconda rivoluzione» Maga
Luca Celada 30/06/2026
LOS ANGELES
Corona Virus L’esistenza di authority con raggi d’azione indipendenti è un principale intralcio al disegno di superpresidenza con cui il regime Trump torna al potere
C’è un vecchio detto: il Regno unito è una repubblica travestita da monarchia, gli Usa sono una monarchia che finge di essere una repubblica. L’allusione è alla reggenza formale del sovrano sotto cui opera di fatto la democrazia parlamentare inglese e al modo in cui, di contro, la repubblica presidenziale Usa declina in modo più assolutista il potere.
Con l’avvento del regime Trump la presidenza imperiale sta dando forma come non mai concreta a questa nozione. Le ultime sentenze della Corte suprema come dimostra come potere esecutivo e giudiziario stiano mettendo in pratica un progetto per stravolgere, alla vigilia del 250mo anniversario della sua fondazione, l’ordinamento politico del paese. Per farlo la Corte ha elevato a dottrina costituzionale il concetto di unitary executive, ovvero un presidente plenipotenziario con immunità preventiva (sancita con una sentenza del 2024) e libero dai lacci del sistema di contrappesi dei tre rami di governo. L’impianto è predicato sulla concezione di un super presidente come strumento della volontà popolare di cui lo ha investito il plebiscito elettorale.
IL CASO DELLE AGENZIE indipendenti è paradigmatico. Tecnicamente esistono oltre 50 enti governativi – dalla Nasa alle poste – che godono di relativa autonomia. Dall’istituzione della prima agency (nel 1887, per regolare le ferrovie), il criterio è stato di isolare gli interventi tecnici dalle interferenze politiche per garantire il miglior esito in ambiti di interesse nazionale. Le agenzie si sono moltiplicate sotto Roosevelt per la regolamentazione economica e sindacale, e ancora negli anni 70 in tema di ambiente, protezione dei consumatori e problematiche tardo capitaliste.
Ma proprio l’esistenza di authority con raggi d’azione indipendenti è un principale intralcio al disegno di superpresidenza con cui il regime Maga torna al potere. Se nel primo mandato Trump aveva ripetutamente cozzato con i limiti costituzionali al proprio potere, nel Project 2025 l’assetto normativo viene definito un impedimento «anticostituzionale» al supremo potere di cui i fondatori vollero investire il capo dell’esecutivo.
Con la dottrina originalista lo stravolgimento di questo sistema, ripetutamente ribadito da precedenti Corti supreme, viene rubricato sotto il ripristino delle «intenzioni originali» dei padri costituenti. È il cuore dell’idea reazionaria che considera due secoli di riformismo un inaccettabile affronto dello stato profondo a cui l’amministrazione Trump intende rimediare con l’eufemistica «decostruzione dello stato amministrativo» e la «seconda rivoluzione americana» perorata da Project 2025.
LE PRIME AZIONI dimostrative sono i licenziamenti in massa di lavoratori ministeriali (oltre 250.000) condotte dal Doge di Elon Musk. Teoricamente gli statali dovrebbero essere protetti da esoneri arbitrari ma la Corte suprema sostiene una nuova prerogativa presidenziale. Con lo stesso criterio, Trump licenzia già a gennaio oltre 20 ispettori generali preposti alla supervisione di appalti e gestione di enti governativi. Le sentenze di ieri si inseriscono quindi nel più ampio progetto di potere insindacabile del presidente/sovrano di cui i togati hanno confermato l’autorità di agire su ogni aspetto del governo nell’avanzamento del proprio programma.
IL CONTROLLO delle agenzie indipendenti fa parte di un progetto di tutela degli interessi industriali, quelli degli oligarchi tech che vogliono impedire ogni sfida antimonopolista al loro predominio economico, ad esempio, o dei petrolieri che ambiscono a sfruttare risorse ambientali protette.
L’eccezione che conferma la regola riguarda il Fed, definita caso speciale come regolatore di interessi del capitale che meritano protezione speciale dalle intemperanze politiche. Mai lontano dai criteri della Corte, però, è anche l’integralismo religioso della componente della coalizione che intravede il trionfo nelle guerre culturali, i teocrati apertamente sostenuti da togati militanti come Samuel Alito e Clarence Thomas.
L’originalismo prevede che tutte le leggi si debbano conformare alla lettera della costituzione del 1789 ma anche che «non introducano valori estranei allo spirito originale». È l’antitesi che implicitamente rifiuta il concetto lincolniano di «unione perfettibile» e il progresso storico iscritto in ventisette emendamenti costituzionali.
LA PROPOSTA di abrogazione delle norme di laicità dello stato formalmente presentata venerdì scorso dalla commissione presidenziale per «la libertà religiosa» presagisce decreti e sentenze a venire.
Ogni epocale modifica è stata effettuata senza dibattito parlamentare ma con azione esecutiva avallata dal massimo tribunale ed ogni sentenza ha legittimato l’esautorazione del ramo legislativo, un Congresso ormai ammutolito in un sostegno bulgaro assicurato dalla supina maggioranza Gop.
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