QUALE SOCIALISMO PER IL NOSTRO TEMPO? da LA FIONDA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
25332
wp-singular,post-template-default,single,single-post,postid-25332,single-format-standard,wp-theme-stockholm,wp-child-theme-stockholm-child,cookies-not-set,stockholm-core-2.5,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.15,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-9.0.1,vc_responsive

QUALE SOCIALISMO PER IL NOSTRO TEMPO? da LA FIONDA

Quale socialismo per il nostro tempo?


Ugo Boghetta  30 Ottobre 2026    

Il 17 ottobre, a Roma, si è tenuto un incontro organizzato da Network per il socialismo. Vi sono stati presentati e discussi l’ultimo libro di Barba e Pivetti, La libera marcia del capitale (Rogas, 2026), e la Bozza di programma socialista per l’Italia, elaborata, sulla base di un testo di questi autori, da un gruppo di cui hanno fatto parte Boghetta, Lang, Porcaro, Somma e Turci. Il documento si basa sulla necessità/eventualità di un’esplosione, implosione o uscita dall’Unione Europea e indica proposte per affrontarne i nodi cruciali. Proposte che non riguardano solo un ipotetico futuro, ma che retroagiscono anche sull’attualità. Si tratta della centralità del lavoro e del salario, del controllo dei capitali e delle merci e di uno Stato adeguato a gestire un cambiamento che sarà comunque tempestoso.

L’incontro è stato assai positivo, poiché ha evidenziato condivisioni, proposte aggiuntive, ma anche critiche e difficoltà.

Antonella Stirati e Michele Prospero sono intervenuti su varie questioni di merito. In primo luogo, sono state avanzate proposte specifiche, come l’uso delle partecipate, e integrative, come gli standard di qualità dei prodotti o l’uso di forme di moneta fiscale.

A tal proposito, il problema non sta tanto nelle singole proposte, quanto nel quadro in cui le si colloca. Vale a dire, se siano pensate in quanto compatibili con il quadro unionista oppure inserite in una transizione socialista. In buona sostanza, si tratta di valutare se le proposte siano utili ed efficaci per passare attraverso le crune dell’ago del superamento dell’Unione e determinare una strategia di cambiamento radicale.

Allo stesso tempo, è stato posto il tema della sconfitta del movimento operaio a causa di un capitale divenuto troppo grande con la libera circolazione dei capitali e la globalizzazione. Abbassati i livelli di controllo dello Stato, i conflitti sono stati depotenziati, così come la democrazia. È stato altresì sottoposto a critica il modello della governance, per passare o tornare al governo come ripresa della politica e della democrazia.

Gabriele Guzzi, nel suo intervento, oltre a esprimere posizioni completamente convergenti, ha avanzato alcune domande e critiche che hanno messo pepe alla discussione e che meritano una risposta articolata.

È stata posta la questione se il socialismo costituisca ancora oggi un riferimento teorico e politico sufficiente o se sia necessario ripensarne e ampliarne gli orizzonti: con il socialismo, oltre il socialismo, in un certo senso. E non solo per ragioni di comunicabilità, ma anche per motivi storico-filosofici. A questo si è poi aggiunto l’invito a una riflessione più ampia sul «soggetto» della liberazione, che vada oltre il perimetro della classe operaia.

Il tema della dicibilità o meno del termine socialismo è pertinente e viene affrontato sottotraccia da tempo. Questa problematica, tuttavia, va affrontata in modo più ampio. Nell’introduzione avevo posto la questione della necessità di una revisione politico-lessicale per addivenire a un vocabolario in cui le parole corrispondano ai concetti, poiché da tempo non è più così: sinistra, socialismo, riforme, rivoluzione, ad esempio. Termini che sono stati oggetto di stravolgimenti come frutto della sconfitta epocale del movimento operaio. L’egemonia liberal-liberista, infatti, inquina scientemente i pozzi della lotta di classe. Va compreso che anche le parole devono essere oggetto di lotta politico-ideologica. Certi svuotamenti o trasformazioni semantiche non possono essere accettati supinamente. La rigenerazione linguistica di cui giustamente parla Guzzi, però, non può essere solo un nuovismo fine a se stesso.

Per altro verso, l’esperienza di Sanders e compagni ci dice che il termine e i suoi contenuti, per quanto socialdemocratici (negli USA questo è già troppo), hanno successo e incidono anche nel corpo vivo del Partito Democratico. Ciò al netto di una politica estera che, a parte la Palestina, non si distingue dal variegato sciovinismo yankee. Il problema è che in Italia, riguardo al socialismo, c’è un silenzio che dura da quasi mezzo secolo, a causa della sconfitta epocale e del «tradimento dei chierici». La più grande sinistra d’Europa ha volutamente cancellato la sua storia. Mentre, per motivi storici e culturali, il socialismo con caratteristiche cinesi non viene percepito in Occidente come un’alternativa.

Per quanto riguarda, invece, gli aspetti teorico-filosofici, è sicuramente necessario eliminare i rami secchi, ovvero concetti e teorie che si sono dimostrati sbagliati o non sono più storicamente attuali. Vari ripensamenti sono necessari anche in funzione di un Capitale che continuamente «rivoluziona» le cose, come diceva Marx, pur rimanendo sempre se stesso.

Tuttavia, è sbagliato non fare riferimento a una storia che ha cambiato il mondo, ha mobilitato miliardi di persone e che, per la prima volta, ha tentato, come si usa dire, l’assalto al cielo. Non si ricomincia mai da zero, ma almeno da tre, come diceva Troisi. Il socialismo, infatti, è l’unica formulazione e sperimentazione storica alternativa al modello capitalista, a prescindere dalle singole esperienze. Finché c’è il capitalismo, il socialismo è la risposta, pur da riformulare nei contesti storici determinati. Tertium non datur. Per certi aspetti, effettivamente, dobbiamo tornare alle origini, dove, accanto alle critiche riguardo al modello economico e sociale (divenute spesso economicismo e sociologismo), il socialismo prospettava non solo un modello di società nuovo, ma anche un senso della vita alternativo. Vi erano profondi aspetti culturali, esistenziali, «spirituali» nel cambiamento per cui si lottava. Per questi motivi abbiamo scelto scientemente di togliere la questione del socialismo dall’oblio e dalle bocche di bugiardi e opportunisti.

Il socialismo, poi, a mio modo di vedere, deve essere ripensato da noi europei anche come alternativa per l’Occidente e nell’Occidente, dove c’è una crisi epocale consustanziale al Capitalismo e all’Occidente stesso. Crisi che può sfociare in guerre sempre più devastanti. L’economia e la tecnologia sono sempre più orientate in questo senso. Inoltre, la guerra è diventata ibrida alla massima potenza e, in quanto tale, diventa totale. Ciò aumenta la possibilità che sfugga di mano, anche rispetto a conflitti in apparenza circoscritti.

Il tema del «soggetto della rivoluzione-liberazione», come è noto, è lungo e complesso. Tanto più che il capitalismo non solo crea le classi in sé, ma le cambia anche in continuazione. I soggetti centrali, dunque, sono sempre diversi. Poi ci sono le fasi e gli aspetti politici, geopolitici e culturali. Non a caso, varie rivoluzioni sono state contadine o indigene. Mentre l’uso del termine classe operaia è una torsione del periodo industrialista. Il termine analitico corretto dovrebbe essere: proletariato. Anche oggi, come è evidente, la forza lavoro è infatti in vendita come merce, anche in modi nuovi, diversi e perversi. E non riguarda solo il lavoro direttamente dipendente. Per altro verso, la lotta per il socialismo è stata un grande fenomeno di identificazione che superava anche le provenienze sociali.

Tuttavia, il lavoro rimane il fattore fondamentale nella relazione fra gli esseri umani, nella determinazione delle gerarchie sociali e nel rapporto con la natura. Fondamentale non vuol dire certo unico. C’è il «soggetto», ma ci deve essere anche il progetto. E in questo non c’è nulla di automatico. A ogni modo, o l’obiettivo è impedire che le persone si vendano come forza lavoro, oppure si producono solo rattoppi al modello attuale.

Del resto, quale sarebbe l’alternativa al «soggetto» prodotto dal capitale: il cittadino, il popolo inquinato, i ceti cognitivi, il popolo? Questi concetti sono anche utilizzabili, ma parziali e necessariamente ambigui.

L’altro aspetto introdotto da Guzzi è la necessità dell’uso del populismo, cosa in sé condivisibile. L’elaborazione di parole semplici, efficaci, simboliche, lo scontro alto-basso, però, non sono affatto prerogativa del populismo. Sono state già caratteristiche della lotta per il socialismo. Il populismo, tuttavia, è uno strumento politico di mobilitazione e condensazione delle masse e del popolo. Non può essere l’alternativa al socialismo e alla lotta di classe. Inoltre, il populismo «alla Laclau» si fonda su «significanti vuoti», mentre il socialismo su «significati pieni», anche se, di volta in volta, un tema può sussumere tutti gli altri. Per questi motivi, il populismo è utile e necessario, ma può funzionare sul piano politico-comunicativo, stante la crisi della politica e un’enorme frammentazione, solo per una certa fase. Poi, siccome il Capitale esiste, i nodi vengono al pettine. Bisogna infatti interrogarsi sui fallimenti degli Indignados, di Podemos, di Occupy Wall Street e del M5S. Le destre, invece, sono una cosa diversa. Queste utilizzano il populismo fingendo gattopardescamente di cambiare tutto per non cambiare nulla. Mentre una parte delle persone le vota per esprimersi contro, non avendo alternative. In realtà, questa asimmetria fra voto ed espressione politica dei partiti esiste sempre. Per votare non è necessario condividere interamente un programma. A volte si vota strumentalmente. Ciò che è interessante è invece il livello dell’asimmetria fra condivisione e uso strumentale. Non da meno vi è la necessità di sottoporre a critica le forme teoriche, politiche e culturali anarchiche e liberali che sono parte del bagaglio teorico del populismo.

In buona sostanza, le esperienze populiste «progressiste» di cui sopra hanno sommariamente fallito per non aver interpretato il populismo anche quale forma di espressione della lotta di classe nel tempo della sua sconfitta.

Per questo, scientemente, abbiamo scelto di riproporre non solo un programma, ma anche la parola socialismo. Per toglierla dall’oblio e dalla bocca dei chierici traditori. E anche per superare un’alternativa più sensata al discorso del «né destra né sinistra». Concetto ormai un po’ farlocco, poiché la destra c’è, ma la sinistra non è più tale, essendo anch’essa liberal-liberista. Sono solo due facce del pensiero unico.

Più in generale, nella discussione si sono inevitabilmente riscontrati problemi causati dalla lunga assenza di dibattito sul tema dell’alternativa e del socialismo e dall’altrettanto grave assenza di veri partiti organizzati e dei relativi pensatoi o comitati scientifici. Per altro verso, si deve mettere a tema il fatto che la sconfitta del movimento operaio e la scomparsa dell’opzione socialista hanno prodotto anche la crisi dell’intellettualità. Motivi per cui risulta oggettivamente difficile pensare in termini strategici. Ora tutto sobbolle inutilmente nell’attualismo e nel commentismo. Digito ergo sum.

Un tema, ad esempio, rispetto al quale si riscontra grande difficoltà è il carattere sistemico della crisi della democrazia. Sebbene tutti sembrino accettare la definizione di Colin Crouch di postdemocrazia, non se ne traggono le conseguenze. Eppure, la Costituzione italiana è stata messa al confino dalla cosiddetta Seconda Repubblica, la cui costituzione materiale è infatti liberal-liberista-unionista. In buona sostanza, democrazia ed elezioni sono diventate divergenti. Solo l’astensionismo sembra averne una coscienza implicita. Infatti, la democrazia ridotta a elezionismo, per dirla con Gramsci, è una truffa. Vale a dire che è venuta al pettine la riduzione della democrazia alle sole elezioni.

Qui, di nuovo, torna la necessità del socialismo come ripensamento della democrazia e del suo dover essere sostanziale e non solo formale. La democrazia è tale solo se il potere è del popolo e per il popolo. Del resto, basta leggere il primo articolo della Costituzione e confrontarlo con la realtà: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Il lavoro, tuttavia, è sempre stato attaccato, svilito, negato: ora in particolare. Basti pensare alla precarietà, ai salari, al lavoro povero, alla perdita di controllo su orario, sicurezza e organizzazione del lavoro, alla democrazia nei luoghi di lavoro. Ergo, l’Italia non è una Repubblica democratica. Ma anche altri ambiti, come immigrazione, ambiente, sviluppo e controllo dell’IA, costo dell’energia, dovrebbero essere affrontati in un’ottica e in una prospettiva socialista.

Comunque la si veda, c’è molto lavoro teorico e politico da fare. E questo non può che essere fatto collettivamente e in modo finalizzato, organizzato, programmato. Senza ciò, tutto quello che nasce è già morto.

Non a caso, abbiamo messo a esergo della proposta una citazione di Seneca: «Non c’è nessun buon vento per il marinaio che non sa dove andare».

Le manifestazioni di questi giorni ne sono un’ulteriore conferma.

No Comments

Post a Comment

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.