UN PROPORZIONALE CON PREFERENZE: COSÌ TORNA LA CREDIBILITÀ da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
24445
wp-singular,post-template-default,single,single-post,postid-24445,single-format-standard,wp-theme-stockholm,wp-child-theme-stockholm-child,cookies-not-set,stockholm-core-2.4.6,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.13,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-8.2,vc_responsive

UN PROPORZIONALE CON PREFERENZE: COSÌ TORNA LA CREDIBILITÀ da IL FATTO

Un proporzionale con preferenze: così torna la credibilità

Saverio Regasto *  15 Luglio 2026

La lezione del referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, più correttamente, sulla riforma dei magistrati dovrebbe averci insegnato che quando le elettrici e gli elettori sono sollecitati su questioni fondamentali e quando le innumerevoli iniziative sono organizzate sul territorio coinvolgendo da una parte persone credibili (magistrati in primis, poi docenti e avvocati, “politicanti” pochi) e, soprattutto, dall’altra facendo leva sulla “Riserva della Repubblica” fatta di cittadini che non si recano più alle urne, i risultati e anche buoni arrivano.

Ora è il momento di ridare credibilità a quel popolo che si è mobilitato in massa per evitare l’inizio della fine, e per farlo occorre che il Parlamento risponda alle domande di rinnovamento, di trasparenza, di correttezza, di rappresentatività che provengono dal basso, tornando sui suoi passi e reintroducendo, dopo 25 anni, un sistema elettorale proporzionale (magari leggermente corretto con una clausola di sbarramento ragionevole), organizzato su circoscrizioni e liste ampie, soprattutto introducendo le preferenze (magari anche solo quella doppia di genere come nelle elezioni europee) e, infine, vietando le candidature plurime che sono apparse, negli ultimi anni, come uno specchietto per le allodole.

Questa credo sia l’ultima possibilità che viene data ai nostri rappresentanti prima che l’Italia sia oggetto di una torsione autoritaria fondata su slogan non compatibili con l’attuale assetto costituzionale. Mi si dice che questa proposta appare utopistica per due elementari ragioni, l’una tattica, l’altra di merito.

La prima riguarderebbe l’attuale volontà del Parlamento (che vede un sistema proporzionale con preferenze come fumo negli occhi, perché molto semplicemente metterebbe in discussione l’autoreferenzialità delle classi dirigenti dei partiti), la seconda, invece, ha a che fare col merito e riguarda le diverse (e per taluni impossibili) modalità di formazione dei governi. Mentre ora le maggioranze (e, conseguentemente, i governi) sono il frutto quasi automatico dell’esito elettorale (fondato su patti che precedono le elezioni), il sistema elettorale proporzionale non solo rimette al centro il presidente della Repubblica, vero arbitro degli equilibri costituzionali, ma “costringe” i partiti politici sulla base del loro peso parlamentare (vero e non presunto o drogato) a trovare un accordo per formare governi di coalizione.

Ma il vantaggio incommensurabilmente più significativo è rappresentato dal fatto che deputati e senatori saranno legittimati non dalla scelta che i segretari di partito hanno operato (collocando se stessi e loro in posizione utile nelle liste bloccate), bensì dagli elettori e dalle elettrici con le loro migliaia di preferenze. Che questa circostanza possa avere come conseguenza talune sorprese (candidati “autorevoli” trombati, sconosciuti eletti) non solo non è circostanza nuova, ma servirebbe a ristabilire un corretto rapporto fra elettori ed eletti.

Affidarsi alle esperienze di altri Paesi per provare a risolvere problemi esclusivamente nostrani non solo è sbagliato (e chi scrive lo dice ai propri studenti), ma può essere persino pericoloso. Al contrario, riprendere talune esperienze passate, forse troppo presto mandate in soffitta, rivedendole e correggendole, può rappresentare la soluzione semplice a un problema complesso e, soprattutto, incontrare il gradimento di chi andrà a votare.

* Ordinario di Diritto pubblico comparato all’Università di Brescia

Invisibili. Proletari senza rivoluzione: il Paese parallelo che non ci crede più

Alessandro Robecchi  15 Luglio 2026

C’è un numerino niente male, scritto in piccolo, tipo i bugiardini delle medicine, in fondo alle colonne dei sondaggi. Non lo legge mai nessuno: tutti troppo impegnati a scrutare il più-zero-virgola-uno di questo e il meno-zero-virgola-due di quell’altro, come fosse una corsa di cavalli. Lunedì scorso quel numerino nascosto diceva: “Non si esprime: 27 per cento”.

Ora, lasciamo perdere per un momento la credibilità di un sondaggio a cui più di una persona su quattro risponde “Non mi rompa i coglioni”, la fotografia è abbastanza credibile, visto che poi, quando ci sono le elezioni, quelli che non vanno a votare sono molto più del 27 per cento, sarebbero in effetti il partito di maggioranza relativa e anzi quasi assoluta.

Invisibili.

Se ne parla per qualche giorno, ci si strappa un po’ i capelli proforma, si deplora e poi si vota la volta successiva e gli invisibili sono sempre lì: semplicemente gente che non crede che mandare al governo questo o quell’altro cambierà qualcosa, avrà una qualche ricaduta sulla sua vita, sulla sua condizione, sul suo presente e sul suo futuro.

Ora, questa faccenda dei cittadini invisibili è piuttosto clamorosa, e si intreccia con altre centinaia di migliaia, milioni, di invisibili, di cui ci si occupa quando ogni tanto una ricerca, un rapporto, uno studio ci rivelano quel che sappiamo e fingiamo di non sapere: che una moltitudine di cittadini, italiani e non, vive ai margini, sopravvive in condizioni pietose, sotto la soglia di povertà, esclusa da diritti elementari come lo studio, l’abitazione, il cibo addirittura, per non dire del diritto a curarsi.

L’accusa, si sa, è quella di qualunquismo: se non voti poi non puoi lamentarti, e cose così, che è il prototipo perfetto del dito e della luna. Si guarda il dito (i cattivoni che non vanno a votare) e si ignora la luna: cioè il fatto che una notevole fetta della popolazione costituisce l’esercito del lavoro sfruttato, precario, sottopagato, ricattabile. Dice un recente studio di Polis Lombardia, per fare un esempio, che il 18,8 per cento di chi lavora nella ridente città di Milano – ah! Il modello Milano, che sciccheria! – è sfruttato ai limiti dello schiavismo: dalla filiera della moda alla logistica, dai rider ai fattorini e all’edilizia, dalle finte cooperative allo sfruttamento tout-court. Duecentomila persone, come minimo, che non hanno alcuna speranza di migliorare la propria condizione. Molti stranieri, molti italiani.

Attenzione: non si dice qui che il quaranta e più per cento di chi si astiene alle elezioni sia lumpenproletariat che possiede solo gli occhi per piangere (variante: ha da perdere solo le sue catene), ma è abbastanza certo che tutta quella componente della società, gli schiavi, non lo fa, non ci crede, non si fida, per il semplice fatto che sa perfettamente che non sarà la vittoria di questo o di quello a cambiare le sue sorti. Per farla breve, quello che si scambia per un errore del sistema è il sistema, e senza lo sfruttamento selvaggio del lavoro il Paese non sarebbe quello che ci dicono, e Milano non sarebbe la Milano che si decanta come esempio da seguire. Invisibili ma utili. Buoni per lo scandalo di un quarto d’ora – signora mia! – ma poi basta. Anzi: farabutti, non vanno a votare! Colpa loro! Che insensibili qualunquisti! In sostanza, cornuti e mazziati, e tutti gli altri col naso in su a guardare le piramidi, senza un pensiero minimo a chi le ha tirate su, da schiavo invisibile, da eterno perdente, da proletario senza rivoluzione.

No Comments

Post a Comment

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.