LA VETRINA DEL FUTURO da LA FIONDA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA VETRINA DEL FUTURO da LA FIONDA

La vetrina del futuro


Antonio Magariello   23 Ottobre 2026

«Spesso si parla dell’impulso di distruzione della massa: è la sua caratteristica più vistosa, quella che, innegabilmente, si ritrova ovunque, nei paesi e nelle civiltà più diverse. […] Certamente il rumore della distruzione, il frangersi del vasellame, il fracasso dei vetri, contribuiscono considerevolmente ad aumentare il piacere. Sono i forti suoni di vita di una creatura nuova, le grida di un neonato» (corsivo mio) [E. Canetti, Massa e potere].

Chi scrive queste parole non è certo un anarchico, né tantomeno un rivoluzionario. Elias Canetti, premio Nobel per la letteratura, è un pensatore animato anzitutto dall’esigenza di comprendere i fenomeni storico-sociali prima ancora di giudicarli, di celebrarli o condannarli. La sua riflessione ci invita a interrogarci sul significato della distruzione, senza fermarci alle sue manifestazioni più immediate. Il fragore dei vetri infranti, in questa prospettiva, non racconta soltanto la violenza di chi li ha colpiti, ma dice qualcosa anche della società nella quale quella violenza è maturata, delle sue contraddizioni e delle tensioni che la attraversano.

Quanto sta avvenendo a Milano in questi giorni è anche l’espressione di un’insofferenza crescente verso un governo nazionale che alle tensioni sociali risponde prevalentemente con la repressione. Un’insofferenza che si inscrive, peraltro, in un contesto internazionale sempre più dominato dalla logica brutale dei rapporti di forza, nel quale le ragioni della pace, del progresso e della giustizia sembrano progressivamente perdere ogni capacità di orientare le scelte politiche.

Non intendiamo certo giustificare né legittimare le azioni di quei facinorosi che, con i loro comportamenti, finiscono spesso per offrire argomenti alle letture etnico-razziali della destra. Basti pensare all’ipotesi, avanzata dal ministro Salvini, di un cosiddetto «decreto antimaranza». Ma la «maranzificazione» di queste giornate rischia di trasformarsi nell’ennesimo diversivo, funzionale ad alimentare le paure di quanti già avvertono la propria sicurezza minacciata dal moltiplicarsi degli episodi di violenza e criminalità nelle città. Si crea così un clima nel quale il governo può raccogliere il consenso necessario a introdurre misure ancora più repressive, discriminatorie e liberticide.

Coloro che hanno commesso reati, come furti e rapine, devono certamente risponderne davanti alla giustizia. Ma ridurre l’intero fenomeno all’azione di una banda di delinquenti significa rinunciare a comprenderne le ragioni e rischia, proprio per questo, di alimentare le condizioni di una nuova escalation di violenza. Appare infatti poco convincente la tesi di quanti riconducono questi episodi a semplici atti criminali, finalizzati a impossessarsi di beni di lusso per rivenderli e ricavarne un guadagno. Altrettanto riduttiva è l’interpretazione secondo cui si sarebbe trattato esclusivamente di atti vandalici, compiuti con il solo intento di arrecare danni alla comunità. Non perché simili motivazioni debbano essere escluse, ma perché nessuna di esse, considerata isolatamente, sembra sufficiente a restituire il significato complessivo di quanto accaduto.

Anche i luoghi in cui questi episodi si verificano meritano attenzione. Lo spazio urbano non è mai neutrale: custodisce e rende visibili gerarchie, disuguaglianze e rapporti di potere, assumendo una precisa valenza simbolica. Le violenze si sono concentrate nel centro di Milano, in particolare in alcune delle vie più ricche e lussuose della città. Senza attribuire necessariamente a tutti i protagonisti una compiuta consapevolezza politica, la scelta di quei luoghi sollecita una riflessione sul rapporto tra ostentazione della ricchezza ed esclusione sociale, tra la città che esibisce il proprio benessere e quella che, pur abitandone gli stessi spazi, ne rimane sostanzialmente esclusa.

La rabbia che esplode attraverso queste violenze sembra dunque eccedere il semplice desiderio di impossessarsi di un oggetto o di un bene particolare. È una rabbia che porta alla luce il vuoto nel quale sono state abbandonate le periferie, i sobborghi e le aree più marginali delle città. Anni di politiche regressive e repressive, di austerità e di riarmo, che hanno progressivamente impoverito il Paese, sacrificato le esigenze sociali alle priorità della spesa militare e allargato la forbice tra ricchi e poveri, tra centro e periferie, hanno contribuito a privare intere generazioni di una credibile prospettiva di futuro: dai giovani appena maggiorenni ai giovanissimi che ancora frequentano le scuole secondarie.

Le vetrine infrante diventano così la metafora di un futuro che, per anni, è stato esposto davanti agli occhi degli esclusi, degli ultimi, senza che questi potessero realmente appropriarsene. Un futuro da contemplare, desiderare, immaginare, ma non da vivere. La vetrina, del resto, racchiude in sé una contraddizione: rende tutto visibile, ma non tutto accessibile. Espone ciò che promette e, nello stesso gesto, ne sancisce l’inaccessibilità. Alimenta il desiderio proprio mentre ricorda a chi guarda la distanza che lo separa dal suo soddisfacimento.

Una frustrazione tanto più profonda perché prodotta e continuamente alimentata da una società che promette scorciatoie verso il successo, la ricchezza e l’affermazione individuale, salvo poi disattendere le aspettative che essa stessa ha suscitato. Una società che blandisce i desideri, moltiplica le immagini di un benessere facile e immediato e celebra il successo come un traguardo alla portata di chiunque, mentre occulta le disuguaglianze e gli ostacoli materiali che ne impediscono la realizzazione. Quando la promessa si rivela illusoria, la responsabilità del fallimento viene interamente scaricata sull’individuo, accusato di non essere stato capace di realizzare aspettative che la società stessa aveva contribuito a generare. La promessa è collettiva, ma il fallimento diventa una colpa individuale. Con la stessa facilità con cui promette, questa società tradisce.

L’espropriazione che il potere ha operato ai danni delle componenti più deboli della società, prima ancora che materiale, è dunque di ordine spirituale. A chi non gode di una posizione socioeconomica privilegiata non è stata negata soltanto la possibilità di accedere ai beni e alle opportunità di chi è nato «fortunato», ma qualcosa di ancora più essenziale: la possibilità stessa di sognare una vita diversa. È stata progressivamente erosa la capacità di credere e pensare un futuro di emancipazione, di concepire la propria esistenza come qualcosa che possa sottrarsi alle condizioni nelle quali si è nati e cresciuti.

E una società nella quale il futuro non appare che come la sordida prosecuzione dello stigma del presente è una società sull’orlo del caos.

Contrariamente a quanto evocato dalle parole di Canetti riportate in apertura, questi vetri infranti non sembrano ancora annunciare le grida di una creatura che viene al mondo. Somigliano piuttosto al gemito di una società che, privata della possibilità di immaginare il proprio futuro, rischia di consumarsi nelle sue stesse contraddizioni. E tuttavia, anche in questo fragore disperato, si può forse riconoscere qualcosa che non si lascia ridurre alla pura distruzione: una domanda di cambiamento ancora incapace di trovare una propria forma, una propria voce, un orizzonte collettivo nel quale riconoscersi.

Il fatto che tutto questo non accada soltanto in Italia, ma che da mesi fenomeni di protesta e tensione sociale attraversino anche paesi come la Spagna, l’Albania e la Francia, dovrebbe indurci a riconoscere una realtà sempre più evidente: i fenomeni nazionali e internazionali non appartengono a universi separati, destinati a incontrarsi soltanto occasionalmente. Sono piuttosto dimensioni differenti di una medesima realtà storica, attraversate da contraddizioni che si alimentano reciprocamente. Come i piani di uno stesso edificio, ciò che accade su uno di essi finisce inevitabilmente per ripercuotersi, in misura diversa, anche sugli altri.

Considerare le proteste degli studenti contro le deprecabili condizioni della scuola, gli scioperi della logistica e le manifestazioni contro il carovita come fenomeni isolati significa contribuire a quella frammentazione delle domande sociali che rende più difficile riconoscerne le radici comuni. Cambiano i soggetti, le forme della mobilitazione e le rivendicazioni immediate, ma riaffiora una medesima contraddizione: la distanza crescente tra le aspettative di una vita dignitosa e le condizioni materiali necessarie a realizzarla.

È proprio questa distanza che il potere ha interesse a rendere invisibile, separando conflitti che potrebbero riconoscersi come parte di una medesima questione sociale. Soltanto mantenendoci atomizzati, infatti, diventa possibile metterci gli uni contro gli altri, facendoci dimenticare che a non arrivare alla fine del mese possono essere tanto il giovane lavoratore che protesta quanto il carabiniere chiamato a contrastarlo. La contrapposizione tra gli uni e gli altri finisce così per oscurare la comune condizione di precarietà e insicurezza, fino a farci riconoscere come violenza soltanto quella di chi insorge, e non anche quella di chi imbavaglia.

Ed è proprio per evitare il ripetersi di episodi di violenza e guerriglia urbana che occorre affrontarne le cause profonde, anziché illudersi di poterli arginare con gli ennesimi decreti sicurezza. La repressione può colpire le manifestazioni più visibili del disagio, ma non può rimuovere le condizioni che lo producono. Il problema, allora, non è soltanto impedire che la rabbia esploda, ma comprendere come sottrarla alla spirale della distruzione, restituendole la possibilità di tradursi in una domanda collettiva di emancipazione. Finché continueremo a occuparci soltanto delle vetrine infrante, senza interrogarci sul futuro che quelle vetrine promettono e negano, continueremo a scambiare le manifestazioni del problema per le sue cause.

Torna allora alla mente una frase spesso attribuita a Bertolt Brecht: «Tutti a dire della rabbia del fiume in piena, e nessuno della violenza degli argini che lo costringono».

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