LA RIVOLTA DEGLI ULTIMI O DELL’UMANO NELLA SUA INTEREZZA da IL MANIFESTO e IL FATTO
La rivolta degli ultimi o dell’umano nella sua interezza
Lea Melandri 21/10/2026
Questa rivolta Se le più alte cariche mondiali hanno fatto saltare regole storiche di convivenza, perché meravigliarsi se esplode la rabbia di una generazione tenuta ai margini?
Sulla rivolta di giovani che in Italia, come in Francia e in Spagna, hanno dato fuoco a cassonetti, rotto vetrine, saccheggiato negozi, tirato bombe carta contro le forze dell’ordine, con azioni separate da manifestazioni pacifiche, ho letto e condiviso analisi interessanti.
Analisi indirizzate alla comprensione del fenomeno, più che a giudizi, condanne, prese di distanza. Perciò mi limito a una breve postilla.
Per chi, come me, ha vissuto la stagione dei movimenti antiautoritari degli studenti, degli insegnanti e delle donne, nel ‘68, il confronto viene spontaneo, così come la constatazione del contesto sociale e culturale diverso in cui viviamo. Se allora potemmo dire che «la rivoluzione come il desiderio è inevitabile e imprevedibile», tanto da sconvolgere «i custodi del terreno dei bisogni» (Elvio Fachinelli), oggi dobbiamo ammettere che, se un «desiderio dissidente» c’è, si ripresenta intrecciato e confuso con i bisogni più elementari: una casa, un lavoro, un salario che garantisca la sopravvivenza, una scuola per tutti, l’accesso alle cure per la salute, un’aria respirabile, un clima che non diventi di anno in anno sempre più minaccioso.
Qualcuno si è affrettato a fare delle distinzioni, tra manifestanti rispettosi dell’ordine e con un programma preciso di rivendicazioni «politiche», e l’azione scomposta, riottosa e vandalica di «teppisti», per non dire «delinquenti», senza alcuna valenza politica. In sostanza, si può dire che oggi vengono in primo piano aspetti dell’umano, esperienze essenziali del rapporto tra diversi, a partire da quello tra uomini e donne, culture e lingue diverse, figli e padri, poveri e ricchi, che sono stati a lungo considerati «non politici», frutto di quella separazione tra il corpo e la polis, il cittadino e la persona, che ci è stata consegnata dal lungo dominio maschile.
La differenza da quel passato rivoluzionario è che, partendo dal Sé più arcaico, da tutto ciò che è legato al corpo -pulsioni, desideri, emozioni, odio e amore, alla memoria dell’infanzia, alla vita intima, si pensò allora non di cancellare, ma di ridefinire la politica, dare «cittadinanza» alle «acque insondate della persona» (Rossana Rossanda), e con ciò riportare l’individuo alla sua «interezza».
Quello che abbiamo davanti oggi è un rovesciamento che non ci aspettavamo: le «viscere della storia», riportate allo scoperto in tutta la loro carica, creativa e distruttiva, si sono imposte tanto da mettere in crisi le impalcature di una convivenza che, per quanto incivile sotto il profilo del rapporto tra i sessi, si era potuto comunque considerare «democratica», rispettosa dei diritti e mossa da indiscutibili valori umani.
Sotto questo profilo, l’onnipotenza delirante di Trump, con cui si è venuta imponendo platealmente la legge del più forte nel rapporto con i propri cittadini e nella relazione con altri popoli, la inarrestabile criminalità genocidaria di Netanyau, la rivalsa imperialista di Putin, l’intrigo internazionale di sesso, denaro e potere, venuto allo scoperto con gli Epstein files, non sono così estranei e lontani dalla rivolta senza regole e dalla rabbia incontenibile che la parte più debole e oppressa della popolazione sta portando nelle piazze del mondo.
Se dal versante delle più alte cariche istituzionali sono saltate regole di convivenza di portata storica, organismi internazionali nati per il rispetto dei diritti umani, divieti che avrebbero dovuto impedire alle guerre di diventare massacri di civili, se hanno potuto riprendere spazio e voce populismi di stampo fascista, insorgenze arcaiche di violenza contro le donne, come i femminicidi, pulizie etniche, chiusure identitarie e nazionaliste, torture e genocidi, perché meravigliarsi se una generazione costretta al silenzio dalla gerontocrazia dominante, destinata alla povertà da un capitalismo feroce, senza scrupoli, lasciata ai margini della scuola e fatta oggetto di una campagna di odio razziale – quando si tratta di giovani nati in Italia da famiglie straniere -, rompe steccati tra periferia e città, indigenza e lusso, emarginazione e arroganza padronale, e porta la sua rabbia nel salotto buono della classe dominante?
Se la sfida ambiziosa del femminismo degli anni Settanta è stata l’idea di restituire alla cultura e alla politica esperienze universali dell’umano, sottraendole alla privatizzazione e naturalizzazione che hanno subito, si dovrebbe concludere che oggi è il «privato» ad essersi appropriato delle cariche più alte del potere, terremotando istituzioni che sembravano intoccabili.
Ma si può anche pensare che lo spalancamento della cittadinanza all’umano nella sua interezza sia anche l’opportunità di tornare a immaginare un cambiamento, non limitato, questa volta alla conquista di diritti, libertà, ma ispirato a forme non violente, giuste e solidali di convivenza.
Da sessantottino a prof, ora sì che torno a riconoscermi nei giovani
Ferdinando Boero 20 Ottobre 2026
Naturalista
L’ascensore sociale funzionava: ci si laureava e si trovava lavoro, ma si poteva migliorare anche senza laurea. Oggi formiamo laureati che emigrano perché non trovano prospettive
Sono nato nel 1951 e, dopo molto tempo, mi sento di nuovo giovane. Non «ancora»: di nuovo. Appartengo alla prima generazione per la quale la gioventù diventò un’identità collettiva, non soltanto l’anticamera dell’età adulta. Avevamo la nostra musica, la nostra moda, le nostre letture. Nel 1965 vidi i Beatles, nel ’67 gli Stones. Alla radio c’era Claudio Villa. Volevamo cambiare il mondo dei nostri genitori: tutto e subito. Ci furono cariche della polizia, strategia della tensione e violenza politica. Le conquiste non furono regalate. Le “lotte” contribuirono a ottenere diritti, mentre economia e istruzione aprivano opportunità. L’ascensore sociale funzionava: ci si laureava e si trovava lavoro, ma si poteva migliorare anche senza laurea. Ci dicevano: andate a lavorare, e noi ci andammo. Molti contestatori diventarono proprio quella classe media borghese contro cui avevano protestato, me compreso. Da una famiglia di portuali mi ritrovai professore universitario.
Dopo le conquiste le contestazioni si attenuarono. Subentrò l’edonismo degli anni Ottanta, del successo individuale, della televisione, poi del berlusconismo. Sembrava che i giovani avessero perso ideali e combattività: molti non avevano più bisogno di combattere per migliorare la propria condizione. Le aspirazioni si realizzavano senza rovesciare l’ordine esistente. Quando una società offre opportunità, diminuiscono le ragioni per contestarla. Non valeva per tutti, ma per molti sì. La voglia di scontro trovava sfogo soprattutto nelle tifoserie ultras.
Per decenni ho insegnato all’università, frequentando persone che avevano sempre vent’anni, mentre io invecchiavo. Ho visto cambiare aspettative e idee sul futuro. Non mi riconoscevo nella loro riluttanza alla contestazione. Se da giovani non si vuole cambiare il mondo, deviando dalla norma, si ferma il motore del progresso e ci si adagia. Oggi li ritrovo. Le manifestazioni studentesche (e operaie, non dimentichiamolo) in Italia e in altri paesi europei, i Fridays for Future, le proteste contro il riarmo segnalano una rinnovata aspirazione a un futuro diverso. Non tutti condividono le stesse idee, ma la mobilitazione va oltre gli estremismi. Per motivi diversi i giovani, e non solo, penso a camionisti, agricoltori e pescatori, si sollevano in Francia, Spagna, Albania e Italia.
E le devastazioni di domenica pomeriggio a Milano? Manzoni raccontava già gli assalti ai forni nei Promessi sposi: per la mancanza di pane si distruggevano proprio i forni. Le devastazioni vanno fermate, subito. Ma possono essere anche sintomi di un malessere. Come la febbre: quando sale troppo va abbassata, perché fa danni. Ma senza curarne le cause non si guarisce. Reprimere la violenza è necessario, non sufficiente. Non confondiamo chi saccheggia con chi manifesta per cambiare le cose. Perché le cose non vanno bene, anche se ci raccontano che è tutto a posto.
La mia interpretazione riguarda le possibilità di futuro. Formiamo laureati che emigrano perché non trovano prospettive adeguate in Italia. Lo Stato investe nella loro preparazione e altri paesi ne raccolgono i frutti. Intanto abbiamo bisogno di lavoratori immigrati, spesso malpagati e sfruttati. Ci preoccupiamo della denatalità, ma rendiamo difficile ai giovani conquistare autonomia, casa, lavoro e sicurezza. Chiediamo loro di costruire il futuro senza creare le condizioni per farlo.
E ora la prospettiva bellica. L’Europa, che aveva fatto della transizione ecologica una priorità, mobilita risorse enormi per il riarmo. Ho già scritto del passaggio dal benessere al “guerressere”. La sicurezza è un’esigenza reale e la difesa non coincide necessariamente con la guerra. Ai giovani prospettiamo meno opportunità e più spese militari, magari discutendo di reclutamento nell’esercito come occupazione, e dovremmo stupirci della loro rabbia? Che cosa dovrebbero difendere? Una comunità che investe nel loro avvenire o un sistema che li considera sacrificabili? “Organizzeremo la diserzione!” Erano decenni che non sentivo frasi così.
La mia generazione lottava per conquistare possibilità che non aveva. Quella di oggi si mobilita per non perdere possibilità che genitori e nonni consideravano normali. Non sono le stesse circostanze né gli stessi obiettivi. Ai giovani di allora non era ben presente il tema ambientale, ad esempio. Torna però la consapevolezza che il futuro non viene regalato. E, per questa voglia di un futuro diverso, torno a riconoscermi nei giovani.
Riconoscersi non significa pretendere di guidarli. Noi anziani non abbiamo il diritto di dire ai giovani che cosa debbano volere. A vent’anni non aspettavo indicazioni dagli adulti. Leggevamo Herbert Marcuse, che dava forma teorica alle nostre aspirazioni, ma ripetevamo: “Non fidarti di chi ha più di trent’anni”. Possiamo offrire conoscenze, esperienza, memoria, se ce le chiedono; non sostituirci a loro nel decidere il futuro, anche quando siamo d’accordo. Non considero esaurite le possibilità che mi restano di vedere il futuro. Da pennino, inchiostro e calamaio sono passato alle macchine da scrivere, ai computer. La musica e la fotografia sono diventate digitali, e poi internet, smartphone e intelligenza artificiale. Innovazioni definitive sono state superate. Quel “tutto” è subito cambiato!
Non considero il futuro una porta chiusa: potrei ancora assistere a cambi di paradigma, e sono curioso. Dopo una lunga parentesi, ritrovo giovani che vogliono cambiare il mondo. Una voglia analoga, non omologa, alla nostra: come le ali degli uccelli e quelle degli insetti, che permettono entrambe di volare, ma sono il prodotto di storie evolutive differenti.
Senza patto di cittadinanza, hanno ‘maranzizzato’ una generazione
Francescomaria Tedesco 20 Ottobre 2026
Professore universitario di Filosofia politica, Ph.D.
Anche i figli di italiani da generazioni vivano una condizione di anomia, di paradossale cittadinanza dimezzata, di non inclusione, di spaesamento. Ce ne sono tantissimi in piazza
Anomia. Con questo termine di etimologia greca (alfa privativo e nomos: senza norme) si è variamente designata una condizione che uno dei padri della sociologia, Émile Durkheim, ha applicato ai grandi rivolgimenti storici e che altri hanno invece ricondotto alla natura precipua del capitalismo: l’anomia, la percezione di agire in un contesto di assenza di regole, viene determinata dalla discrasia tra i desideri socialmente prodotti e i mezzi per conseguirli. In altri termini, il mondo mette – vien proprio fatto di dire – in vetrina delle cose che ti fanno luccicare gli occhi, ma che non potrai avere. Può questa essere una spiegazione alle violenze e alle devastazioni di piazza degli ultimi giorni in Italia? Le spiegazioni unifattoriali sono sempre insufficienti, soprattutto quando esse vengono date dalla ‘cattedra’ senza una adeguata analisi quantitativa e qualitativa volta a comprendere prima di valutare. Capire le motivazioni intime di migliaia di giovani non è compito banale, anzi è impresa che richiede la stesura di mappe borgesiane in scala 1:1. In altre parole, un’opera pressoché impossibile. Né è da escludere che queste spiegazioni risultino, a occhi maliziosi ma anche a persone non prive di buon senso, come assolutorie, indulgenti.
Attestiamoci dunque su questioni generalissime: se diamo per buono il tema della percezione dell’assenza di regole, occorre chiedersi se essa è prodotta solo dal capitalismo (e dunque, per semplificare, dalle condizioni materiali dell’esistenza), oppure a essa va associata, come chiave di lettura, una dimensione – non estranea certo alla prima, stante lo strettissimo rapporto tra empowerment e condizione economico-sociale – di negazione dei diritti? Si dice, in queste ore, che i ragazzi che si riversano nelle strade siano perlopiù ‘maranza’, termine spregiativo che traduce, vent’anni dopo, il racaille (feccia, canaglia) che l’allora ministro dell’interno francese Sarkozy proferì rispondendo a una donna durante una visita in una banlieue. Cosa gli manca, cosa produce la loro condizione di anomia? È lo stesso Durkheim a ricordare che “il compito dello Stato non è quello di riassumere, di esprimere il pensiero irriflesso delle masse, bensì quello di sovrapporre a questo pensiero irriflesso un pensiero più mediato che non può non essere sostanzialmente diverso”. Cosa vuol dire, applicato alla nostra generalissima analisi? Che lo Stato ha il compito di prendere con sé, di inserire, e – perché no – accogliere. Mi pare di poter dire che uno Stato che non conferisce cittadinanza a chi è nato qui, che lo chiama ‘maranza’ o ‘feccia’, rischia di produrre una sensazione di letterale ‘spaesamento’, ovvero di assenza di un Paese a cui fare riferimento come il proprio Paese. Quando questa assenza di cittadinanza – ché di questo stiamo parlando – non ti fa sentire parte di un progetto, siamo davanti a un disastro umano, al fallimento della pedagogia civile dello Stato.
Questa ‘crisi della presenza’ devasta i giovani a cui lo Stato non fornisce un appiglio per costruire il patto sociale, per consentirgli di sentirsi parte di un progetto comune da rispettare e difendere. Orbene, la ‘crisi della presenza’ riguarda solo i ‘maranza’? Perché a me pare invece che anche i figli di italiani da generazioni vivano questa condizione di anomia, di paradossale cittadinanza dimezzata, di non inclusione, di spaesamento. Ce ne sono tantissimi in piazza. Se il legame sociale trova la sua massima espressione nel patto di cittadinanza, abbiamo di fronte una generazione – non importa di chi sia figlia – che si sente esclusa, che è stata ‘maranzizzata’.
Non c’è nessuna indulgenza in questo discorso, nessuna giustificazione, nessuna estetica della violenza e del disagio sociale, nessuna cristologia ‘rivoluzionaria’. Non è affatto escluso che le proteste assumano le forme di un ‘carnevale’ che il capitalismo concede – seguendo sul punto Adam Smith – per far sfogare le passioni tristi e la noia. Non escludo che sia all’opera un nichilismo distruttivo e impolitico. Ma quello che di certo non sappiamo è cos’hanno in testa questi ragazzi, e non lo sappiamo perché non vogliamo e non sappiamo ascoltarli, laddove l’ascolto non è solo la composta postura di colui che presta attenzione al discorso piano ed educato del proprio figlio, ma è la capacità di tradurre la violenza e il disagio in domande per la società e per lo Stato che non siano solo domande di repressione, ma di inclusione e cittadinanza per tutti, italiani e stranieri.
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