UCRAINA, SU COSA SI FONDA IL NEGOZIATO TRUMP-PUTIN da IL FATTO e IL MANIFESTO
Ucraina, su cosa si fonda il negoziato Trump-Putin
Elena Basile 16 Febbraio 2025
Sarebbe esilarante osservare nei ministeri degli Esteri dei Paesi europei il graduale cambio di marcia. Bisognerà adeguare il linguaggio, impartire nuove direttive. Immagino l’imbarazzo degli ambasciatori europei in Ucraina e in Russia. Immobili e muti. Sarebbe esilarante se questo spettacolo non fosse in realtà tragico. L’ex ambasciatore italiano a Kiev, dopo quattro anni di soggiorno nel Paese e ancora oggi, ormai in pensione, ha difeso e difende il nazionalismo ucraino in un modo più che zelante che gli ha facilitato la promozione ad ambasciatore di grado. E continua a ignorare le infiltrazioni dei nazisti che idolatrano Bandera, la divisione di un Paese tra Est e Ovest, la violazione dei principi europei quali autodeterminazione dei popoli, non ingerenza negli affari interni di un altro Stato, protezione delle minoranze linguistiche.
Mi accusano di essere intollerante e di permettermi di giudicare gli altri. Il problema è che non siamo di fronte a una discussione neutra. Si tratta invece di scelte politiche che hanno implicato la distruzione di un Paese e la scomparsa di una generazione di giovani ucraini. Un diplomatico che ha tutti gli strumenti culturali per comprendere cosa avviene sulla scena internazionale difende una guerra per procura degli Stati Uniti contro la Russia che utilizza il popolo ucraino come carne da macello. Che lo faccia per opportunismo carrieristico oppure per fede nel nazionalismo ucraino e nelle politiche neo-conservatrici Usa, in ogni caso si rende complice di crimini insopportabili. E con lui una classe dominante e di servizio europea che dovrà ora, come già indica Maurizio Molinari, modulare il linguaggio e la policy in accordo col nuovo presidente Usa. Se invece la classe europea si distanzierà da Trump e continuerà la retorica bellicistica, tentando di sabotare la mediazione, dovrà spiegare ai propri elettori a quali apparati obbedisce. Poteri opachi del Deep State americano, oligarchie delle armi e finanziarie?
Il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha riassunto in modo chiaro la strategia Usa in Ucraina. Ha riconosciuto le legittime preoccupazioni di sicurezza della Russia di fronte all’espansionismo di un’alleanza militare offensiva, la Nato. Ha quindi considerato inevitabile andare incontro alle ripetute (dal 2007) richieste di Mosca per una Ucraina neutrale. Con realismo ha riconosciuto la situazione sul campo militare e la necessità di concessioni territoriali, ha affermato che il peacekeeping per salvaguardare un eventuale cessate il fuoco non avrà garanzie statunitensi, ma sarà compito europeo. L’articolo 5 della Nato infatti non si applicherà. Chissà se l’Alto rappresentante per la Politica estera europea, Kaja Kallas, una dirigente bellicista che ancora oggi sostiene una guerra che gli ucraini non vogliono combattere, vorrà schierare la sua Estonia al confine per fronteggiare la Russia.
Freniamo l’indignazione, occupiamoci dell’analisi di queste preliminari aperture statunitensi. Esse sono positive, ristabilendo il dialogo irresponsabilmente interrotto dall’amministrazione democratica. Il cammino è lungo. La Russia non rinuncerà alla sua vittoria e vorrà garanzie radicate in un’architettura di sicurezza europea che faccia venir meno gradualmente le sanzioni. La caduta del regime di Zelensky, fantoccio anglo-americano, è una condizione importante per realizzare gli obiettivi della cosiddetta operazione speciale. Il problema degli allargamenti Nato a Svezia e Finlandia, le armi nucleari in Romania e Polonia, il missile ipersonico Oreshnik e le armi nucleari in Bielorussia, il nuovo trattato Start dovrebbero far parte dei colloqui. Il presidente Usa è un imprenditore spregiudicato, incolto, un narciso a volte imprevedibile: uno sbocco necessario, un mostro partorito dal capitalismo finanziario e dall’illegalità dell’Impero supportato dai Dem e dai loro accoliti europei.
Esiste tuttavia un’anima negoziatrice che potrebbe considerare interesse degli oligarchi al potere negli Usa la liberazione del fronte in Europa, essenziale per concentrarsi sullo scacchiere indopacifico e sul contenimento della Cina. In Russia la giustificata mancanza di fiducia verso le élite occidentali è un dato di fatto. Putin potrebbe tuttavia essere indotto a concessioni territoriali (sull’oblast di Zaporizhzhia o sui territori a ovest del Dnepr), incentivato dalla cancellazione delle sanzioni, anzitutto quelle relative all’esportazione di petrolio via mare, e per timore dei metodi mafiosi di Donald Trump che già sta esercitando forti pressioni sui Brics, in particolare sul Sudafrica. Si tratterà di seguire gli sviluppi con la massima attenzione, senza facili illusioni, nella consapevolezza che l’etica nelle relazioni internazionali e il perseguimento degli ideali umanistici è lontana dalle due mafie internazionali al potere.
La Casa bianca e la quinta colonna dei partiti fratelli
Ultradestre Questa ostilità e la plateale discesa in campo di Washington al fianco della destra nazionalista in Germania (che presto si estenderà in forme altrettanto cogenti a tutte le analoghe formazioni […]
Marco Bascetta 18/02/2025
Questa ostilità e la plateale discesa in campo di Washington al fianco della destra nazionalista in Germania (che presto si estenderà in forme altrettanto cogenti a tutte le analoghe formazioni nazionalpopuliste nel resto d’Europa) sono strettamente connesse e funzionali a una politica che lavora non da ieri alla disgregazione dell’Unione europea, ma mai in forme così perentorie.
I rapporti tra gli Stati uniti e i gruppi dell’estrema destra eversiva in Europa hanno una lunga storia. Ma si è trattato, nella stagione della guerra fredda, di relazioni occulte, di reti ausiliarie destinate a entrare in funzione in particolari momenti di crisi e in chiave di repressione anticomunista. Non certo di una affinità ideologica baldanzosamente sbandierata, di modelli politici e culturali additati come valore comune ed esemplare. Chiunque sedesse alla Casa bianca prima di Trump, malgrado i più torbidi rapporti con golpisti e dittature, non poteva esimersi dal rimarcare una netta distanza tra la democrazia liberale e le dottrine autoritarie incistate nella tradizione dell’estrema destra.
Il quadro è ora completamente cambiato: Trump e il suo seguito si rispecchiano pienamente in una versione plebiscitaria dell’investitura popolare che non tollera ostacoli o limitazioni. Che pretende di incarnare la volontà del popolo e rivendica in conseguenza una pienezza di poteri senza regole e senza controlli.
È lo stesso ammodernamento del Führerprinzip, lo stesso strapotere dell’esecutivo cui aspira l’estrema destra europea. Dunque, per la nuova amministrazione statunitense, partiti come Afd in Germania, il Rassemblement national in Francia o il Fidesz di Viktor Orban in Ungheria, con le loro ossessioni xenofobe e identitarie e il patriottico rifiuto di ogni conflittualità sociale, rappresentano qualcosa di più di una sponda occasionale, quasi una sorta di «partiti fratelli» dai quali attendersi il superamento di quelle resistenze europee alla totale deregulation che non lasciano il campo sufficientemente libero ai colossi del capitalismo americano.
I centristi europei erano soliti discriminare queste formazioni della destra radicale accusandole, fra l’altro, di essere manovrate da Mosca. Ma dopo l’insediamento di Trump l’argomento deperisce: non sarebbe più Putin l’interlocutore privilegiato dei partiti nazionalisti, bensì proprio lo storico alleato d’oltreatlantico che li chiamerà semmai a fiancheggiare quel rapporto diretto con la Russia che non contempla il parere dell’Unione europea e ancor meno un qualche suo ruolo.
I nazionalismi europei sono in tutta evidenza lo strumento più adeguato allo scopo di spezzettare un’Europa già debolmente coesa a favore di interessi a dire il vero più americani che russi.
La minaccia che incombe su questa Unione, che avendo seminato molta retorica bellicista e poca intelligenza diplomatica non può aspettarsi un grande raccolto, non è un’improbabile espansione della Russia verso Ovest, da contrastare con una corsa al riarmo che dissanguerà i bilanci degli stati europei e rimpinguerà i profitti dell’industria bellica statunitense senza peraltro mettere davvero il Vecchio continente in condizione di difendersi dai giganteschi apparati militari delle superpotenze.
Il pericolo ben più reale e incombente sono le forze politiche dell’estrema destra dove già governano, dove condizionano i governi o dove si accingono a farlo. Sono queste forze che possono stravolgere completamente quel che resta delle democrazie del dopoguerra e mettere fine a ogni velleità di autonomia dell’Europa unita. Ed è proprio su queste formazioni che punta le sue carte la controrivoluzione trumpista.
Spostare risorse dal sostegno dei livelli di vita e di benessere della società civile europea, dai redditi e dal welfare all’escalation militare significa sguarnirsi sul fronte più reale e concreto del conflitto, quello contro il nazionalismo populista dell’estrema destra che si nutre della crisi economica e del malcontento popolare, per prepararsi invece a uno scontro immaginario e fuori dalla storia con l’armata bianca del nuovo Zar.
Non vi è saggezza né realismo nel lasciare a Trump il monopolio del dialogo diplomatico con Mosca per riservarsi il ruolo di falchi guerrieri. E Macron, prima di promettere truppe e armamenti sul fronte dell’est, dovrebbe preoccuparsi dei governi in ostaggio del Rassemblement national che insistentemente impone alla Francia. Perché è da lì che può arrivare il colpo mortale per l’Unione europea, così come da un grande successo, benedetto da Washington, dell’estrema destra in Germania. Tra pochi giorni.
No Comments