CI CREDERESTE? LE GUERRE POSSONO FINIRE, L’AI PUÒ ESSERE REGOLAMENTATA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CI CREDERESTE? LE GUERRE POSSONO FINIRE, L’AI PUÒ ESSERE REGOLAMENTATA da IL MANIFESTO

Ci credereste? Le guerre possono finire, l’Ai può essere regolamentata

Laura Pennacchi  18/09/2026

Big Tech Contro la rassegnazione e il primato della forza, siamo in grado di riscoprire la nostra inclinazione verso la «vita buona». Ma non possono più bastare gli appelli

Non deve cadere nel silenzio il grido del cardinale di Gerusalemme Pizzaballa che invoca un «cambiamento nel discorso pubblico» annichilito nella convinzione che «i rapporti di forza siano l’unica cosa che conta». Oltre alle guere, le minacce dell’Ai incontrollata.

Crescono e dilagano i timori sui pericoli sollevati dall’Intelligenza artificiale e con essi le richieste di una governance istituzionale e multilaterale che li contenga, come quelle avanzate da Mario Draghi che tuttavia sembra solo preoccupato della costruzione di company europee concorrenti con quelle americane e cinesi. Infatti, Trump risponde che si tratta di competizione per arrivare primi e dunque di uso legittimo della forza.

Anche per questo non deve cadere nel silenzio il grido del cardinale di Gerusalemme Pizzaballa che invoca un «cambiamento nel discorso pubblico» annichilito nella convinzione che «i rapporti di forza siano l’unica cosa che conta», generando così «un approccio che ha prodotto solo devastazione». Guidate dal dogma del primato della forza sono le guerre in atto, la distruzione ambientale, lo scatenamento dell’Ai peraltro sottoposta a un’incredibile militarizzazione.

CONTRASTARE il dogma del primato della forza significa anche mettere in causa le sue antiche scaturigini nella cultura occidentale risalenti a Machiavelli e ad Hobbes che, sancendo l’idea che gli esseri umani siano essenzialmente malvagi, ne legittimarono le indubbie pulsioni autodistruttive come unico motore delle faccende umane fino alle catastrofi delle guerre e ne ricavarono la legittimità della visione del «politico» fondato sull’arbitrio e sulla violenza.

Machiavelli per il quale la «mala contentezza» e la «malignità» sono endemiche negli esseri umani, mossi da appetiti insaziabili e pertanto solo da ingratitudine, volubilità, simulazione, vigliaccheria, cupidigia, tutte cose che rendono la morale non più universalmente impegnativa e giustificano la scissione tra etica e politica. Hobbes per il quale la cupiditas è il motore dell’homo homini lupus, in quanto «la competizione per le ricchezze, l’onore, il comando o per gli altri poteri, inclina alla contesa, all’inimicizia e alla guerra, perché la via che porta un competitore al conseguimento del proprio desiderio è quella di uccidere, sottomettere, soppiantare o respingere l’altro».

Invece che rivendicare come fanno gli agenti dell’Ai l’irrilevanza dell’etica, partire dall’attribuzione antropologica all’essere umano della «libertà di scegliersi» nega al male un’esistenza autonoma: per quanto esso sia radicale, il male non occupa il posto dell’originario, che è quello della disposizione al bene. Per il filosofo Paul Ricoeur che, sulle tracce di Kant, chiama questo paradosso quello della «quasi-natura del male», il male resta contingente, anche se da sempre qui, sopravanzato dal desiderio del bene e dalla propensione alla pace. Al contrario, la cupa antropologia di Machiavelli e di Hobbes oggi precipita nell’irresponsabilità che guida lo sviluppo dell’Ai e nel bellicismo dilagante, trainato da Trump che non esita ad inneggiare perfino alla filonazista AfD.

NELLA TRADIZIONE CRITICA, non solo occidentale, vi sono potenti anticorpi rispetto a tutto ciò. La correlazione dell’energia distruttiva al blocco dell’espressione spontanea delle capacità emotive, fisiche e intellettuali dell’essere umano è propria, in modi diversi, sia di Fromm sia di Marcuse. Quando «la tendenza della vita a crescere, ad essere vissuta, è minacciata – dice Fromm – l’energia così bloccata subisce un processo di alterazione» in termini distruttivi, palesando, pertanto, che la distruttività non è originaria e che essa «è il risultato della vita non vissuta». Ne segue che l’uomo «non è necessariamente malvagio, ma malvagio diviene soltanto se mancano le adatte condizioni» alla sua crescita e alla sua fioritura. Quindi per Fromm «il male non ha esistenza indipendente, esso consiste nell’assenza del bene, è il risultato del fallimento nel realizzare la vita».

Dunque, dobbiamo riscoprire la nostra inclinazione verso la «vita buona», verso il bene, verso l’eros intrinseco allo spirito autentico della democrazia. Le guerre possono e debbono finire, la diplomazia e le negoziazioni debbono prendere il primo posto. Non ci si può limitare ad accogliere con favore gli appelli in questo senso, come quello da ultimo lanciato da Pax Christi.

Perché non promuovere subito una grande mobilitazione mondiale per la pace e per il rinnovamento ambientale – dopo il caldo mortale di questa estate – come quella che nel 2003 pervase tutto il mondo con le manifestazioni contro la guerra in Iraq? E quanto all’Ai non possiamo non vedere che essa con i suoi enormi data center schiavizza milioni di lavoratori invisibilizzati e divora acqua ed energia, capitalizza in borsa per le Big Tech miliardi di risorse, sottrae capitali per molte altre attività, prepara una bolla che rischia di essere esplosiva. Perché gli illustri manager e scienziati che hanno chiesto ai governi di rallentare nello sviluppo dell’Ai per cui essi stessi lavorano, progettandola in modo che abbia sempre meno bisogno dell’intervento umano, non propongono all’Europa, invece di contrastarla, che essa vari immediatamente l’Act di controllo della Ai?

In realtà, le misure per contenerla dovrebbero essere molto più forti, analoghe a quelle che subito dopo la guerra vennero prese sull’energia nucleare, non solo imbrigliata ma sottratta alla possibilità che vi penetrassero e la comandassero poteri privati irresponsabili verso il bene comune.

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