CONTE SRACCIA LE POLITICHE DI MELONI&C: “SERVONO VERE RIFORME PROGRESSISTE” da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CONTE SRACCIA LE POLITICHE DI MELONI&C: “SERVONO VERE RIFORME PROGRESSISTE” da IL FATTO

Conte straccia le politiche di Meloni&C.: “Servono vere riforme progressiste”

Luca De Carolis  21 Settembre 2026

Alla festa del M5S. Il leader parla da premier e sfida Giorgia: “Ora tocca a noi”. Al Pd: “Non si può cedere di un millimetro”

Sul palco l’avvocato strappa pezzi di carta, uno dopo l’altro. Sono le leggi varate da Giorgia Meloni, “quelle che cancelleremo una volta al governo: faremo tabula rasa. Davanti alla platea a 5Stelle in una Milano ancora estiva, Giuseppe Conte trasforma la chiusura di Nova, l’evento sul programma, nel calcio d’inizio delle sue campagne elettorali. Parla già da sfidante della premier, ancora prima dei gazebo, cioè di quelle primarie che considera inevitabili ma che non cita nel suo discorso dai tempi castristi. Oltre un’ora di comizio, fatto di parole d’ordine, non solo per i suoi: “Serve una rivoluzione pacifica, una politica radicalmente progressista”. Cioè più dritta di quella del Pd e di Elly Schlein, che vuole battere nel primo tempo elettorale. L’altro vorrebbe giocarlo nelle Politiche contro Meloni, la capa di “quelli dall’altra parte”.

Ora “tocca a noi”, assicura, con la postura del leader di tutto il campo largo. Per questo, fa notare, “in sala il simbolo del Movimento non compare mai”. Sui pannelli color tortora disseminati per il World Join Center, stipato di schermi e quasi 2mila persone accreditate, c’è solo la sigla di Nova, “perché cambiare l’Italia viene prima di tutto, anche delle ambizioni singole”. Tradotto, perché lui vuole rappresentare tutto il centrosinistra. Alla sua maniera: “Siamo costretti a essere radicali, non possiamo cedere di un millimetro, accettare compromessi”. È un avviso a Schlein, che in tempi brevi dovrà incontrare nel tavolo sul programma dei progressisti. E il messaggio è che sul no al riarmo e all’invio di armamenti all’Ucraina non è disposto a concessioni. Almeno non qui, non ora. “Non possiamo proseguire in una politica fallimentare” rilancia l’avvocato. I risultati delle votazioni degli iscritti sui punti di programma – non partecipatissime, visto che si sono espressi in 45.340, ovvero il 42% degli aventi diritto – ribadiscono che la base sta con lui, innanzitutto sulla guerra. Il 91,7% approva il passaggio più delicato: “Continuare a inviare armi allontana la pace”. Ma sono plebiscitarie anche le votazioni sul “primato del diritto internazionale” – 98,3% – e sul “no al riarmo europeo” (94,1). Numeri che gli consentono di porre come prima delle urgenze “il no al riarmo”, seguito dall’esigenza di “stracciare gli accordi con il governo di Israele” e dal ripristino dell’abuso d’ufficio, altro punto che a diversi dem farà il mal di pancia. In sala ad ascoltarlo tutti i big. Per esempio il presidente della Regione Campania Roberto Fico, in polo e jeans come ai vecchi tempi, cercatissimo per i selfie. Il Fatto gli chiede cosa pensi dell’idea di Meloni di porre un tetto al numero di stranieri nelle classi. Lui sorride e scuote la testa. Lì accanto, il coordinatore di Milano, Stefano Buffagni stringe mani. Ma c’è anche Alfonso Bonafede, in completo azzurro. Volti, nella sala che riserva un’ovazione a Roberto Scarpinato, a cui è riservato uno spazio a parte. Ma ovviamente la giornata è centrata su Conte, che assalta Meloni: “Ha disonorato l’Italia sul caso Almasri e l’ha resa complice del genocidio a Gaza: una volta al governo riconosceremo lo Stato di Palestina e ci batteremo perché Israele venga privato dello status di partner speciale della Ue”. La ribattezza “Cettina Laqualunque” per la sospensione del bollo. E le rinfaccia l’infinita polemica sul superbonus: “Dice di aver trovato a Palazzo Chigi un buco di 209 miliardi per il superbonus, ma la verità è che ha trovato i 209 miliardi del Pnrr, che neanche aveva votato”. Poi elenca la sue proposte: da un ministero apposito per le politiche migratorie e l’integrazione, a misure per un lavoro dignitoso, fino a una profonda riforma fiscale e alla tassazione degli extraprofitti. Però prima sarà tempo di primarie, o almeno questo si attende Conte. “Non vi rassegnate alle decisioni prese nelle segrete stanze” esorta dal palco. E forse allude anche al no a terzi nomi, decisi da caminetti. Di certo Conte la sfida, per prendersi la coalizione che vorrebbe definire Alleanza per la Costituzione. Perché lui la sua rotta l’ha già chiara.

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