THE DONALD, L’OSCENO CARNEVALE DEL POTERE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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THE DONALD, L’OSCENO CARNEVALE DEL POTERE da IL MANIFESTO

The Donald, l’osceno carnevale del potere

Tempi presenti Un percorso di letture sulla figura e il portato politico del presidente Usa. Slavoj Žižek, «Trump e il fascismo liberale» (Ponte alle Grazie), Andrea Rabbito, «Pictorial Trump» (Mimesis), Enrico Deaglio, «La presa del potere in America» (Marsilio)

Guido Caldiron  27/06/2025

«Quando, di solito a tarda sera, Stalin confermava le lunghe liste di persone da fucilare, di tanto in tanto cancellava inspiegabilmente un nome (probabilmente senza nemmeno sapere chi fosse quella persona): l’opacità di questi atti rendeva la sua autorità assoluta». Non temendo di ricorrere sovente al paradosso o di flirtare giocosamente con quelle che possono apparire a prima vista come delle evidenti contraddizioni, Slavoj Žižek sembra trovarsi in una buona posizione, per non dire privilegiata, per riflettere sulla figura che meglio incarna attualmente proprio la capacità istrionica, contraddittoria e paradossale del potere, vale a dire il 47° presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Nella sua analisi del personaggio e del portato complessivo della politica che incarna, contenuta in una raccolta di interventi scritti sia prima che dopo la seconda elezione alla Casa Bianca – Trump e il fascismo liberale (a cura di Laura Berna, Ponte alle Grazie, pp. 160, euro 15) -, Žižek muove da questa sinistra immagine dell’era staliniana per sottolineare come sia proprio del potere assoluto, e di chi lo esercita, l’inventare e lo stabilire di volta in volta non solo il contesto e le regole del «gioco», tanto per restare ad un linguaggio caro all’ex star del reality show The Apprentice, ma il suo stesso contenuto. Non a caso, infatti, Trump non prova nemmeno a mascherare le contraddizioni o i continui cambiamenti di posizione. «Giorno dopo giorno – ricorda il filosofo sloveno – dice di getto ciò che gli passa per la mente – non (come pensano alcuni) a causa della sua confusione mentale, ma come risultato della sua (pienamente consapevole) assunzione del ruolo di Maestro al di là della legge e della logica, un maestro che afferma il proprio potere cambiando continuamente ciò che sostiene».

Per il filosofo sloveno, quelle di Trump non sono contraddizioni, bensì la volontà di affermare il proprio dominio assoluto in virtù della non sindacabilità dei propri cambi di linea

IN QUESTO SENSO, le forme nelle quali prende corpo questa continua reinvenzione del discorso pubblico sono tutt’altro che casuali e prive di un obiettivo preciso. Come annota scrupolosamente Žižek che affronta l’argomento in modo diretto e ricorrendo, come è suo costume, a strumenti analitici che vanno dalla Storia all’economia, dalla politica alla psicanalisi, «il discorso trumpiano (uso qui il termine non come parte di un gergo, ma nel suo rigoroso senso lacaniano di legame sociale sostenuto dalla parola) rappresenta una minaccia per la sostanza della nostra vita sociale, contribuendo direttamente alla disintegrazione sociale osservata dal molti analisti». Non solo il repentino cambio di idea o di posizione, ma anche «l’annullamento» dell’interlocutore e il suo non riconoscimento come «altro» da sé – si pensi alla ormai nota visita del premier ucraino Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca e l’umiliazione rimediata ad opera del duo Trump-Vance -, finiscono così per definire un orizzonte che per quanto incerto inizia piano piano ad emergere.

Il fatto che la traiettoria della nuova destra populista globale, di cui Trump è al tempo stesso un emblema e una drammatica variazione sul tema, sembri iscriversi all’interno dei canoni di un Carnevale reso osceno non già per le trasgressioni di cui si rende protagonista, bensì perché sono compiute in virtù del potere che esercita, non significa affatto che dopo «la festa» ci si risveglierà tutti nuovamente al sicuro. «La nuova destra populista tratta il comunismo e il capitalismo delle multinazionali come se fossero la stessa cosa – ma la vera coincidenza degli opposti risiede altrove», spiega Žižek prima di giungere al cuore della questione, affermando come Trump rappresenti la prova definitiva che liberalismo e fascismo funzionano assieme, come le due facce della stessa medaglia. Il presidente statunitense, precisa il filosofo, non è infatti «soltanto autoritario, il suo sogno è anche quello di consentire al mercato di funzionare liberamente nella sua forma più distruttiva, dal più brutale perseguimento del profitto al discredito per ogni moderazione etica (di tipo antisessista e antirazzista) sui mezzi di comunicazione come forma di socialismo».

PIUTTOSTO, in virtù di un progetto che vuole convincere i più poveri a votare per i più ricchi, l’elemento «carnevalesco» già evocato non ha a che fare soltanto con una sorta di cosmesi delle proprie reali intenzioni, quanto piuttosto con la ridefinizione dell’intero spettro politico. Non solo, ma in specie nel caso di Trump, una ancora una volta paradossale postura anti-establishment si fa largo all’interno di un fraseggio caratterizzato dalla denuncia della «dittatura del politicamente corretto», delle regole che sarebbero imposte dalle élite liberal e un’avversione esibita per la cultura e i suoi simboli. Eppure, proprio gli insulti seriali di Trump, le sue menzogne plateali, per non parlare del fatto che sia un criminale condannato, sembrano funzionare a suo favore, «il suo trionfo ideologico sta nel fatto che i suoi seguaci vivono la propria obbedienza (al capo, ndr) come una forma di resistenza sovversiva».

Accanto a questa dinamica, emerge poi la narrazione identitaria espressa dall’uomo che Trump ha voluto accanto a sé a Washington, il vicepresidente J.D.Vance, autore di quella Hillbilly Elegy (in Italia, Elegia americana, per Garzanti) che dà voce, attraverso «un coinvolgimento personale profondo», alle ansie e al risentimento dei lavoratori bianchi. A questo riguardo, è con un concreto presagio di sventura che Žižek conclude le proprie riflessioni. «L’oscenità trumpiana non è destinata a durare per sempre: serve un clown (Trump, Musk) per istituire un nuovo regime feudale, e una volta che questo regime inizierà a funzionare pienamente da solo, saranno i freddi robot (Vance, Thiel) a prendere apertamente il controllo. Non avremo più un’oppressione travestita da farsa clownesca, ma l’oppressione pura e semplice».

Il ruolo del linguaggio aggressivo e delle immagini per imporre un cambio radicale e postdemocratico.

SUL PIANO INCLINATO dove la cronaca si intreccia con l’analisi e «il reale» con l’immaginario, il ritorno di Donald Trump è osservato da Enrico Deaglio attraverso una parziale rielaborazione del «post-romanzo», secondo la definizione che ne ha offerto lo stesso autore, che al tema dedicò quattro anni or sono dopo l’assalto della moltitudine Maga al Campidoglio di Washington del 6 gennaio del 2021: Cose che voi umani (Marsilio). Il celebre giornalista, che da oltre un decennio vive tra Torino e San Francisco, torna ora sul luogo del delitto con La presa del potere in America (Marsilio, pp. 298, euro 18) dove prosegue l’indagine del suo alter ego narrativo, Anthony (Tony) Sanfilippo, un pensionato italoamericano di terza generazione che collabora con la New Orion, una società che raccoglie immagini e eventi, emozioni e sequenze di memoria proponendo ai propri acquirenti, un po’ come accade in Blade runner, di sognare i sogni d’altri, di «rivivere» emozioni che non gli appartengono. Se nel primo libro Tony cercava di comprendere come si era potuti giungere all’attacco a Capitol Hill, in questo caso a fare da sfondo alla sua ricerca sono i motivi che hanno condotto di nuovo Trump alla Casa Bianca.

Come frame digitali sfilano di fronte al lettore episodi e simboli della storia americana, mentre l’inquietudine sul presente monta progressivamente. Se la dimensione distopica del racconto sembra coincidere progressivamente con la realtà osservata oggi da Deaglio, è nel passato che paiono condurre le ipotesi di analisi proposte, al punto che l’emerge dell’«era Trump» pare avere più punti in comune di quanto si vorrebbe credere con l’America descritta nel 1935 da Sinclair Lewis nel suo famoso romanzo Qui non può succedere (Chiarelettere, 2024) che annunciava, dopo la sconfitta di Franklin D. Roosevelt ad opera del senatore populista Berzelius Windrip, la fine della democrazia e l’avvento del fascismo in America.

SE, COME DETTO, le immagini evocate dal linguaggio della nuova destra trumpiana puntano di per se a costruire molto più che uno spazio simbolico, resta poi da indagare il ruolo politico che le immagini vere e proprie svolgono in tali retoriche. A questo tema è dedicato lo studio di Andrea Rabbito, Pictorial Trump (Mimesis, pp. 176, euro 14) che riflette su quanto l’immagine, e le immagini, siano centrali «nell’armamento del tycoon newyorkese e sia usata con abilità nella comunicazione, non solo per la sua scalata verso il successo e il potere, ma anche per l’attivazione di un cambiamento sociale, politico, culturale. Per molti versi, un processo costituente che si è compiuto come una sorta di album di famiglia, di foto in foto.

Trump, l’araldo del tempo nuovo

Usa In politica la forma non è mai trascurabile, e vale la pena di riflettere su cosa distingua, sotto questo profilo

Mario Ricciardi  27/06/2025

Non è la prima volta che un presidente degli Stati uniti interviene per interrompere una guerra. Era già accaduto, proprio in Medio oriente, nel 1956, quando Truman costrinse senza troppe cerimonie Regno unito e Francia a porre fine all’operazione militare lanciata – dopo un accordo segreto con Israele – per riprendere il controllo dello stretto di Suez nazionalizzato dal presidente egiziano Nasser.

Qualcosa di simile è accaduto nei giorni scorsi, quando Trump ha interrotto la guerra (non dichiarata, ma ormai la regola sembra caduta in desuetudine) tra Israele e Iran. Trump ha annunciato una tregua tra i belligeranti via social. Poi, sempre attraverso post, ha fatto capire che non avrebbe accettato una forzatura da parte di Netanyahu. Israele aveva dato inizio alle ostilità, e le avrebbe certo continuate, perché convinto del sostegno Usa, dopo che Trump aveva ordinato ai bombardieri statunitensi di colpire gli impianti nucleari iraniani.

In politica la forma non è mai trascurabile, e vale la pena di riflettere su cosa distingua, sotto questo profilo, l’intervento di Truman nel 1956 da quello di Trump oggi. La prima cosa che colpisce è che tutto avviene in pubblico. Trump ha comunicato i termini di un cessate il fuoco che non è chiaro se fosse stato negoziato in precedenza (anche se è ragionevole pensare che qualche contatto, magari indiretto, tra le parti ci fosse stato). Poi, quando si è capito che la tregua rischiava di fallire, si è rivolto direttamente alle parti, non come farebbe il capo dell’esecutivo di un paese terzo, ma come qualcuno che si trova in una posizione superiore. In un certo senso, i post erano atti di imperio, ma privi delle forme tradizionali di un potere imperiale.

Ormai siamo abituati al modo di esprimersi di Trump, ma in questi messaggi egli ha assunto un tono sempre più minaccioso. Da «gangster» più che da politico. Qualche ora dopo queste vicende, un altro episodio ha rafforzato questa impressione. In viaggio per partecipare al vertice della Nato, Trump ha mostrato alla stampa un messaggio privato del segretario generale dell’alleanza, Mark Rutte, che gli comunicava di avere in tasca l’accordo sull’aumento della spesa da parte degli alleati nella misura richiesta. Di nuovo, a colpire è la pubblicità, e viene da pensare che ha sia parte del messaggio. Rutte si rivolgeva al presidente degli Stati uniti come un servo zelante si rivolgerebbe al padrone. Parlava dei paesi che dovrebbe rappresentare come «loro», e usava persino i modi di dire del suo interlocutore. Qualcuno avrà pensato: un messaggio privato non va preso troppo sul serio. A smentire questa ipotesi ha provveduto lo stesso Rutte dopo il summit, quando si è rivolto a Trump chiamandolo big daddy, attribuendogli nuovamente un ruolo da superiore, da boss, che va contro il buon gusto e le convenzioni.

Facciamo un salto indietro, all’inizio degli anni Novanta. Trump è una figura notissima e controversa della vita pubblica negli Stati uniti. Julia Bangold, una giornalista del New York Magazine, riporta una conversazione tra il tycoon e l’architetto Philip Johnson, ormai quasi novantenne. Trump sta cercando di convincerlo a accettare un incarico per disegnare l’ingresso di un albergo con annessa sala da gioco a Atlantic City. La conversazione tocca le ossessioni di Trump: i soldi, le donne, la vita vista come una lotta senza regole, la lealtà verso gli amici e il modo di trattare i nemici. Johnson non sembra del tutto convinto, e un certo punto gli dice: «Saresti un buon mafioso». La risposta, fulminea, è «uno dei più grandi». A richiamare questo episodio è John Ganz, nel suo recente libro sugli anni Novanta come il periodo in cui vengono poste le premesse per l’avventura politica di Trump, e nel quale l’imprenditore, tra un fallimento e l’altro, matura la sua visione del mondo (When the Clock Broke. Con Men, Conspiracists, and the Origins of Trumpism, Penguin 2025).

Ganz ci ricorda che, nello stesso anno, il 1992, in cui viene pubblicato il profilo di Trump, Murray Rothbard scrive un saggio-manifesto su Right-Wing Populism che per molti versi anticipa la miscela di nazionalismo, libertarismo selettivo (libertà per alcuni, repressione poliziesca per altri) e antiglobalismo che oggi associamo al trumpismo. In quello scritto, Rothbard invoca anche la figura di un leader carismatico in grado di mobilitare le masse al servizio di questo progetto. Molti anni dopo il movimento ha trovato il suo leader, che ha le caratteristiche per portarlo avanti. Sarebbe sbagliato, quindi, ricondurre ciò che sta avvenendo soltanto alla personalità di un uomo. Se un presidente si comporta come un gangster, e perché la cultura politica che fa da sfondo alle convenzioni costituzionali è cambiata profondamente, e dobbiamo prenderne atto se vogliamo opporci a questa tendenza con qualche speranza di combatterla in modo efficace. Trump ha colto un’occasione che non ha creato, e in questo senso, più che l’artefice è l’araldo del tempo nuovo.

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