SU ISRAELE E GAZA L’ONU PUÒ E DEVE FARSI SENTIRE da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
21599
wp-singular,post-template-default,single,single-post,postid-21599,single-format-standard,wp-theme-stockholm,wp-child-theme-stockholm-child,cookies-not-set,stockholm-core-2.4.6,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.13,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-8.2,vc_responsive

SU ISRAELE E GAZA L’ONU PUÒ E DEVE FARSI SENTIRE da IL FATTO

Su Israele e Gaza l’Onu può e deve farsi sentire

Gian Giacomo Migone  12 Settembre 2025

Per mesi il concerto mediatico dominante ha usato le presunte trattative, mediate dal Qatar, come antidoto alla crescente indignazione per il genocidio in atto. Dopo l’attacco israeliano a Doha, è stato eliminato ogni residuo dubbio, con evidente imbarazzo dello stesso presidente degli Stati Uniti. Ciò che avviene a Gaza e in Cisgiordania, sotto i nostri occhi, non è tollerabile. Questa consapevolezza è sempre più diffusa. A Doha, nelle acque tunisine, a Genova, al Circo Massimo, nel mondo intero. Noi tutti siamo corresponsabili delle vittime palestinesi, ma anche degli ebrei antigovernativi, ovunque alla testa di manifestazioni filopalestinesi, anche in nome dei quali il governo d’Israele, esso stesso principale generatore di antisemitismo, finge di agire, in nome dell’Ebraismo e della Shoah. E che accoglie le proprie vittime di un attentato cruento a Gerusalemme Est come occasione di sciacallaggio.

Non sono sufficienti le dichiarazioni di condanna, le drastiche misure di solito annunciate e mai assunte. Non bastano nemmeno le pur ammirevoli e preziose misure di lotta, le flottiglie, i rifiuti a spedire armi in Israele e le manifestazioni di protesta sempre più frequenti. Non sono sufficienti perché la morte per fame e sotto le bombe continua inesorabile. Gli ostaggi, da una parte e dall’altra, restano tali. Il governo d’Israele qualifica e ora attacca come terroristi coloro che, a proprio rischio e a proprie spese, cercano di soccorrere le vittime ancora in vita e che, come osserva Haaretz, non possono nemmeno fuggire dal processo di estirpazione che continua a colpirli.

Ma veniamo alle responsabilità nostre. Il governo Meloni risulta latitante, assicurando in sede europea la continuità dell’intesa con il governo Netanyahu, armi comprese. Il nostro governo, presunto sovranista, si rifiuta di tutelare in alcun modo i cittadini italiani impegnati nella Flotilla, dissociandosi dai portuali di Genova, e non solo, sostenuti dalle autorità cittadine segnando un’inversione di rotta che richiede ben altri di rapporti di forza.

Eppure vi è chi ha gli strumenti materiali, giuridici e istituzionali per assicurare viveri e medicinali a Gaza e anche per far cessare il massacro in pochi giorni. Non ci stancheremo di ripeterlo. Per questo occorre rivolgersi ai governi di Algeria, Cina, Corea del Sud, Danimarca, Francia, Grecia, Guyana, Pakistan, Panama, Regno Unito, Russia, Sierra Leone, Slovenia, Somalia. Membri attuali del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, detengono il potere di attivare il Capitolo VII del suo atto costitutivo, che prevede un intervento militare per porre fine a tragedie come quella in atto. Se, come scontato, essi provocassero il veto degli Stati Uniti – Trump, Blair e i coniugi Kushner stanno progettando un altro futuro per Gaza – basterebbe il ricorso anche soltanto di 7 di quei membri del Consiglio di Sicurezza per consentire entro 24 ore la convocazione dell’Assemblea Generale con poteri analoghi. Infatti, la risoluzione Uniting for Peace, n. 377A, introdotta dagli Stati Uniti il 3 novembre 1950, durante la Guerra di Corea, dota l’Assemblea Generale di pieni poteri politici e militari, a suo tempo ripetutamente applicati. Anche se qui invocati in ordine alfabetico, ove perdurasse la passività degli organismi delle Nazioni Unite, le responsabilità dei membri del Consiglio di Sicurezza non sono di pari livello. Purtroppo, quali europei, siamo male rappresentati, malgrado il riconoscimento della Palestina sia sempre più diffuso, mentre il governo di Washington, in una ennesima violazione della Carta, vieta la presenza a New York dei suoi rappresentanti. Una misura che richiederebbe lo spostamento dell’imminente Assemblea Generale a Ginevra o in altra sede ove siano rispettate le pertinenti regole istitutive dell’Onu. Il Regno Unito, non soltanto in Medio Oriente, si comporta come la mosca cocchiera di La Fontaine che s’illude di guidare Washington. La Francia, più indipendente, tentenna. Soltanto la Spagna, purtroppo non presente in Consiglio di Sicurezza, ha una posizione chiara e ferma. I casi più importanti, ma meno discussi, sono quelli di Cina e Russia. Due membri permanenti, tra i più potenti, che, in occasione della recente conferenza di Tianjin, hanno dichiarato la loro fedeltà all’Onu e ai suoi principi costitutivi. Eppure essi non sfidano in campo aperto gli Stati Uniti e non assumono la leadership che loro spetterebbe all’Assemblea Generale a favore di un intervento risolutore Uniting for Peace a Gaza. Probabilmente sono condizionati da altre priorità, rispettivamente Taiwan e Ucraina, oltre che da eventuali trattative tariffarie. Quindi, costoro non devono e non possono essere esentati dalla denuncia, dalle pressioni e dall’iniziativa di coloro che si spendono in prima linea nelle acque di Gaza e altrove.

No Comments

Post a Comment

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.