SANZIONI PER COSTRINGERE ISRAELE AL RITIRO DA GAZA da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
21423
wp-singular,post-template-default,single,single-post,postid-21423,single-format-standard,wp-theme-stockholm,wp-child-theme-stockholm-child,cookies-not-set,stockholm-core-2.4.6,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.13,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-8.2,vc_responsive

SANZIONI PER COSTRINGERE ISRAELE AL RITIRO DA GAZA da IL FATTO

Sanzioni per costringere Israele al ritiro da Gaza

Domenico Gallo  29 Agosto 2025

Crescono lo sgomento e l’indignazione internazionali per la nuova operazione militare avviata dall’esercito israeliano (i “Carri di Gedeone 2”) con l’obiettivo di occupare Gaza City, dove si troverebbero ancora circa 800.000 persone, e procedere alla deportazione forzata di tutti gli abitanti verso il sud della Striscia. Il ministro della Difesa, Israel Katz ha messo in chiaro le intenzioni di Israele, minacciando che se Hamas non si arrenderà “si apriranno le porte dell’inferno”, mentre il suo collega, il ministro delle Finanze Smotrich ha confermato l’obiettivo di ripulire la città di tutti i suoi abitanti ribadendo la necessità di “assediare Gaza city” e aggiungendo che chi non evacua “può morire di fame o arrendersi”.

Contemporaneamente all’annuncio della nuova offensiva militare su Gaza, Smotrich ha annunziato una ulteriore espansione degli insediamenti dando il via libera alla costruzione di 3.400 unità residenziali nell’area denominata E1, un’area a nord-est di Gerusalemme. In questo modo verrebbe ulteriormente frammentato il territorio della Cisgiordania creando un cuneo fra la zona a nord e quella a sud. “Lo Stato palestinese viene cancellato, non con gli slogan, ma con i fatti. È un altro chiodo nella bara di questa pericolosa idea”, ha dichiarato compiaciuto Smotrich. Se si mettono insieme questi due fronti, l’inferno di Gaza e la continua appropriazione della Cisgiordania, appare evidente che il governo teocratico israeliano sta accelerando verso l’obiettivo finale: portare a compimento la conquista della terra promessa adempiendo a una missione fondata sul diritto biblico. Il gruppo dirigente paranoico che guida il governo di Israele, è convinto di aver ricevuto un mandato divino per impossessarsi della terra che va dal fiume al mare liberandosi dei palestinesi, votati allo sterminio. Se Israele fonda la sua legittimità sul diritto divino, la sua vocazione messianica non può certo essere ostacolata dal diritto degli umani, né tantomeno da quella branca debole del diritto pubblico che è il diritto internazionale dei diritti umani.

Con la vicenda di Gaza, siamo alla violazione impudente della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio attraverso l’aperta ribellione alle misure imposte dalla Corte di Giustizia dell’Aja per impedire il genocidio. Le azioni genocidiarie da parte di Israele, si sono progressivamente aggravate fino all’ultima svolta. Aprendo questo ulteriore girone infernale, con l’assedio e la distruzione fisica di Gaza City, Israele dimostra di non avere intenzione di fermarsi, ma di puntare alla “soluzione finale” del problema palestinese.

In realtà, la soluzione finale non esiste, è un mito agitato da fanatici annebbiati dall’integralismo religioso. Anche se Israele ripulisse da ogni presenza palestinese la metà nord della Striscia di Gaza, rinchiudendo i superstiti nel Sud trasformato in un enorme lager, questa popolazione non potrebbe essere “smaltita”, né con la fame, né con le bombe, né con la deportazione. Una fetta della popolazione sopravviverebbe. Lungi dal diventare una riviera per ricchi, la Striscia di Gaza resterebbe come una ferita purulenta, impossibile da curare. Ugualmente in Cisgiordania, l’espansione degli insediamenti non potrebbe far sparire la popolazione palestinese. I chiodi nella bara dello Stato palestinese sono, in realtà dei chiodi che Israele ha inflitto a se stesso. La soluzione due popoli per due Stati, con uno Stato palestinese ridotto sul 22% del territorio della Palestrina mandataria, rappresentava una grande opportunità per Israele per assicurarsi la convivenza pacifica con la popolazione palestinese, senza pagare pegno per la Nakba. Aver cancellato la possibilità di uno Stato palestinese con la politica dei fatti compiuti, condanna Israele a diventare uno Stato di apartheid come lo fu il Sudafrica. È proprio la visione messianica abbracciata dai governanti di Israele, che rende impossibile qualunque soluzione della questione palestinese. Israele si è cacciato in un cul de sac da cui non può uscire, per conseguenza cresce la violenza e si aggravano le azioni genocidiarie. La Comunità internazionale deve far capire a Israele che i suoi obiettivi di fondo non sono materialmente praticabili. L’unica soluzione per salvare il salvabile, oltre all’immediato cessate il fuoco, è offrire a Israele la possibilità di tornare indietro e di ritirarsi dalla Striscia di Gaza, rimettendo in gioco l’Onu. Ciò può avvenire soltanto se delle robuste sanzioni spoglieranno i governanti d’Israele dell’arroganza dell’impunità. In questo contesto sarà possibile prefigurare l’invio di una forza di interposizione dell’Onu che assuma l’amministrazione provvisoria della Striscia con una missione civile e militare, com’è avvenuto per il Kosovo nel 1999, restituendo ai gazawi la speranza della vita.

No Comments

Post a Comment

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.