M5S: UNA MOZIONE PER L’EUROPA DI GUERRA? da LA FIONDA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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M5S: UNA MOZIONE PER L’EUROPA DI GUERRA? da LA FIONDA

M5S: una mozione per l’Europa di guerra?


Bruno Gravagnuolo   16 Settembre 2026 

Accadono cose strane sotto il cielo. Da una parte Conte attacca questa Europa di von der Leyen, l’Europa della guerra, che chiede l’abolizione del voto all’unanimità. Dall’altra, i Penta depositano alla Camera una mozione unitaria con Pd e Avs per il superamento del voto all’unanimità. È accaduto ieri.

E lo hanno già chiesto di recente 11 Paesi su 27, o meglio 11 governi favorevoli alla linea von der Leyen. Esclusa Melonette, si badi. E dunque si tratterebbe, ad oggi, di far decidere la cosa al Consiglio Ue e a quello dei ministri Ue. Eppure non c’è in ballo una riforma della rappresentanza, con quorum, regole e poteri del Parlamento europeo. Né un progetto di Assemblea costituente per uno Stato federale. Che appunto esprima un governo parlamentare!

Dunque un auspicio così, contro l’unanimità, nonché oligarchico, è anche politicamente scellerato. Perché darebbe mano libera a 14 Paesi pro guerra, eventualmente, di agire in senso diametralmente opposto a quel che i 5 Stelle reclamano: basta armi a Kiev. Linea magari schematica, ma precisa. E darebbe disco verde al riarmo al 5 per cento, che sia Pd sia M5S rigettano. E sarebbero i governi a decidere. Sulla testa degli europei.

Non che il diritto di veto sia il migliore dei mondi possibili. Ma, in questa situazione drammatica di guerra e forzature contro la nostra Costituzione, il diritto di veto resta una garanzia. La confusione è dunque grande sotto il cielo. Anche nel cielo delle 5 Stelle. E la situazione pure lì dentro è confusa. Qualcuno li avvisi che così sembrano più contraddittori degli altri. Più del Pd, a nome del quale anche Elly Schlein, esattamente il 3 settembre, invocava il voto a maggioranza nella Ue. Benché poi proprio in nome del voto a maggioranza la Commissione Ue chieda un riarmo faraonico pari al 5 per cento del Pil, imposto da Rutte e dalla NATO di qui al 2035. Per un totale di 6.800 miliardi annui a regime, che stravolgerebbe in senso militare la coesione e l’economia continentali. E se ne parla poco, visto che il giornalismo ormai è divenuto un vero e proprio regime massmediatico conformista.

Eppure il voto a maggioranza è direttamente collegato alla realizzazione di questo progetto di mega-riarmo. Che inevitabilmente suscita resistenze e rivolte a destra, contro una scelta strategica vissuta come ipoteca ferrea sull’interesse dei singoli Paesi, espropriandoli di ogni sovranità democratica, senza che venga delineata una sovranità federale alternativa, con regole e principi democratici sanciti dal voto popolare.

Infatti, per abolire il voto all’unanimità in Europa, come chiede a gran voce Schlein, e ora purtroppo anche il M5S, mancano alcune precondizioni.

Intanto, un dato essenziale. Nell’Unione europea la maggior parte delle decisioni viene già assunta a maggioranza qualificata: occorre il voto favorevole di almeno il 55 per cento degli Stati membri, purché rappresentino almeno il 65 per cento della popolazione dell’Unione. L’unanimità resta invece prevista in alcuni ambiti particolarmente sensibili: tra questi, la politica estera e di sicurezza, alcune materie fiscali e di bilancio e alcune decisioni relative ai diritti, ai Trattati e alle riforme istituzionali.

E allora la domanda è semplice: perché un Paese dovrebbe accettare, proprio su materie di questa portata, decisioni ritenute inique o ingiuste, magari in materia di guerra, diritti o bilanci, quando entrino in contrasto con la propria Costituzione o con un legittimo interesse pubblico nazionale? E questo, naturalmente, vale per tutti gli Stati membri.

Lo stesso quadro dei Trattati europei, del resto, conserva margini di autonomia degli Stati in materia di politica estera, sicurezza e difesa e contempla meccanismi che consentono, in determinate circostanze, di non partecipare a specifiche decisioni o iniziative.

Non si può dunque procedere su questioni di tale rilevanza con una grossolana demagogia europeista, immaginando che basti abolire l’unanimità per produrre una maggiore integrazione politica. Anche perché il risultato potrebbe essere esattamente opposto: alimentare, per contraccolpo, proprio quelle reazioni nazionalistiche che si pretende di combattere.

Proprio per questi motivi il superamento dell’unanimità non può avvenire nel vuoto. Richiederebbe precise condizioni politiche e istituzionali che oggi non esistono. Vediamole.

Primo: un’equilibrata rappresentanza dei singoli Paesi nella Ue a 27. Paesi più grandi e gruppi parlamentari più numerosi, con il voto a maggioranza, avrebbero un peso sproporzionato. Che si aggiungerebbe al loro peso economico ineguale e alla loro capacità di fare coalizione con altri Paesi più piccoli, come nel caso dei frugali, nel segno del rigore liberal-liberista. E a una loro maggiore capacità di fare lobbying, di imporre politiche fiscali ineguali e di dumping.

Manca cioè oggi un quadro di regole sulle maggioranze qualificate, sugli argomenti sensibili: diritti umani, diritti sociali, guerra, bioetica. Ancora. Diversi regimi di tassazione favoriscono i Paesi più ricchi. Diversi livelli di sviluppo sfavoriscono Paesi con morfologie economiche diverse. Né si possono espropriare del tutto i popoli dalle politiche economiche, già oggi squilibrate in senso rigorista, al passo con filosofie di bilancio anti-inflazione totale e orientate al pareggio zero. Nonché dimensionate sul primato assoluto dell’impresa privata.

Ciò priverebbe lo Stato nazionale della sua funzione intermediaria tra società civile e istituzioni. E consegnerebbe ancor di più tutto il potere a burocrazie tecniche fintamente neutrali, espressione degli interessi capitalistici forti. Ne nascerebbe il sovranismo egemone e coalizionale di un gruppo di Paesi trainanti. Come già oggi sull’asse import energetico e complesso militare-industriale.

Inoltre, il voto a maggioranza rischia adesso di consegnarci inermi a visioni geopolitiche di guerra, contrarie allo spirito e alla lettera della nostra Costituzione repubblicana. Ovvero all’art. 11.

E poi. Come s’è detto. Si è contro il riarmo Euro-NATO al 5 per cento del Pil? Schlein e il Pd lo hanno detto, eccependo anche sul carattere di questo riarmo «nazionale». E allora perché dovremmo rischiare di restare schiacciati da una scelta strategica, geopolitica e industriale che, d’altro canto, si rifiuta?

Infine. L’Europa con un Parlamento che decide a maggioranza implica tutt’altra architettura rispetto a una semplice ricaduta di quello che fin qui è stato solo un trattato fra Stati sovrani, relativo alla moneta e agli scambi. Ovvero: Maastricht 1992. Né il Trattato di Lisbona interstatale del 2009 è in sé una Costituzione. E, per di più, il voto a maggioranza auspicato da 11 Paesi si riferisce al Consiglio europeo, agli Stati, ovvero nemmeno al Parlamento! Una forzatura illegittima. Nulla a che fare con la sovranità del popolo europeo.

Occorrerebbe perciò, in sintesi, un’Assemblea costituente, per istituire un Parlamento sovranazionale che voti a maggioranza, come espressione di una sovranità generale europea. Con regole di rappresentanza bilanciate in relazione ai singoli Stati e che non rendano il voto di un italiano meno eguale del voto di un cittadino tedesco. E, di lì in poi, una vera e propria fase costituente.

Un simile modello federale, tuttavia, appare oggi assai difficilmente realizzabile. La sovranità, infatti, non si costruisce a tavolino né può essere prodotta per semplice ingegneria istituzionale né per via funzionalistica: è storicamente l’esito di processi profondi, spesso di eventi dirompenti, e richiede dosi consistenti di energia politica, oltre alla presenza di classi dirigenti di altissimo livello capaci di guidare e dare forma a un autentico processo costituente. Tanto più quando si tratta di costruire una sovranità europea a partire da Stati e popoli segnati da storie, interessi e identità differenti, in assenza cioè di determinati presupposti prepolitici.

Non si può certo procedere all’instaurazione di un super-Stato con strappi e colpi di mano. E questo lo sapevano sia Spinelli, Rossi e Colorni, sia Jacques Delors, che parlava di federazione di Stati sovrani. Posizione mediana tra federazione e confederazione di Stati.

In definitiva, il vero sovranismo è quello volontaristico e volenteroso, che vuol piegare i 27 alla volontà di 11 Paesi soltanto. Proprio quando l’Islanda ha bocciato questa Europa, e dopo che nel 2004 e 2005 il Trattato istitutivo della Costituzione per l’Europa fu sonoramente bocciato dal popolo olandese e francese.

E il nodo era e resta quello: non si istituiva un’Assemblea costituente. Si promulgava per trattato, dall’alto, una Costituzione bella e fatta! Ora invece 11 Paesi ci vorrebbero riprovare, istituendo ex auctoritate e a maggioranza un Parlamento già fatto, che decide a maggioranza ma senza regole, senza equa rappresentatività e senza garanzie. Per consegnare tutto il potere a una Commissione tecnica eletta su questa base arbitraria. E senza, peraltro, aver deciso il ruolo del Consiglio europeo e quello dei ministri, istanze internazionali e interstatali.

Sarebbe una sorta di decisionismo schmittiano, ordoliberale e illiberale. Ovvero un super-Stato senza popolo, governato dagli Stati più forti e agguerriti. Super-Stato senza popolo che può scatenare una vera ondata super-populista. Da subito. Le avvisaglie le abbiamo già viste in Sassonia-Anhalt, in Islanda. E le vediamo già in Francia, dove la super-sovranista Le Pen appare in testa nei sondaggi per l’Eliseo.

Ragion per cui il rischio e il paradosso dell’invocazione del voto a maggioranza, contro l’unanimità, è quello di produrre un effetto perverso: rinfocolare l’ondata sovranista e schiacciare la sinistra sul banco degli imputati. Con l’accusa di parteggiare per le élite tecnocratiche, rigoriste e riarmiste. Che strangolano l’economia e hanno già deciso per un’Europa militare-industriale, che ha rinunciato a ogni distensione con la Russia.

Lo ribadiamo. Il voto unanime in Europa non è il migliore dei mondi possibili, ma va difeso. Anche perché, in questa fase di tensioni drammatiche e senza un ipotetico (e oggi alquanto irrealistico) progetto costituzionale di Stato federale, con pesi e contrappesi, il voto a maggioranza può generare mostri e ulteriori divisioni. Nonché scelte geopolitiche di guerra irreparabili.

Stupisce, ma non troppo, che il Pd non abbia avviato una seria riflessione su tale questione politica e di principio. Ma ancor più stupisce che il M5S si schieri ora e subito per abolire l’unanimità in Europa. Senza soppesarne le conseguenze e in totale contrasto con le sue rigide posizioni contro la guerra e le armi in politica estera.

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