SANZIONI ANTIRUSSE, IL RISHIO DI UNA NUOVA CRISI GLOBALE da IL MANIFESTO
Sanzioni antirusse, il rischio di una nuova crisi globale
Matteo Bortolon 01/11/2025
Nuova finanza pubblica La rubrica settimanale di politica economica. A cura di autori vari
Niente sequestro delle riserve russe: questo l’esito del Consiglio europeo del 23 ottobre scorso. Com’è noto, all’indomani dello scoppio del conflitto in Ucraina sono scattate una serie di sanzioni contro la Federazione Russa, la cui lista sembra non finire mai; la più significativa è il congelamento delle sue riserve nelle giurisdizioni occidentali, in specie in Europea. L’idea di usare tali attività per finanziare lo sforzo bellico ucraino è stata ventilata spesso; finora esse sono state semplicemente congelate, evitando un vero e proprio sequestro. Ora che gli Usa di Trump si sono sfilati dal finanziamento di Kiev, lasciando l’onere ai governi europei, la prospettiva risulta molto accattivante.
Alla vigilia del Consiglio l’idea era di un prestito all’Ucraina di 120 mld garantito dalle riserve russe. Le cronache parlavano di un clima ottimista, rinfrancato dalla recente approvazione del 19mo pacchetto di sanzioni contro Mosca. Ed invece la proposta ha incontrato l’inaggirabile veto del Belgio.
La prospettiva di sequestro – che la proposta Ue avrebbe sostanzialmente comportato – è considerata pericolosa da molti. Fra cui la stessa Bce: ad aprile 2024 il Financial Times riportava il commento preoccupato di Christine Lagarde: «Una simile prospettiva minaccia di sconvolgere l’ordine internazionale e solleva molti interrogativi». Un mese prima un anonimo funzionario aveva esternato a Reuters timori ancora più radicali, evocando il rischio di una nuova crisi finanziaria globale.
Per capire da dove scaturisce tale rischio va chiarito che un possibile sequestro sarebbe privo di un quadro legale e infrangerebbe la prassi internazionale. L’Arabia Saudita nel 2024 ha discretamente avvertito che in caso di sequestro avrebbe potuto vendere le sue obbligazioni europee. Si tratta di una forma di pressione significativa: i sauditi non hanno un numero così grande di obbligazioni da destabilizzare il mercato europeo, ma si teme un effetto valanga che implichi che altri paesi seguano il loro esempio. Per una fonte della Bce i governi dell’eurozona avrebbero emesso titoli per 11186 mld € (dati fine 2024) di cui 2591 detenuti da soggetti non-residenti. L’acquisto di titoli da parte di soggetti esterni è considerato un segnale benefico di affidabilità e redditività, perciò una fuga dalle obbligazioni europee di simili dimensioni costituirebbe una pressione rilevante, anche aumentando i costi dell’indebitamento degli Stati europei.
Il secondo ordine di motivi di renitenza è più direttamente connesso alla opposizione del Belgio. Le riserve russe sono custodite da un organismo chiamato Euroclear, una infrastruttura finanziaria detta “central securities depository”, cioè un depositario centrale di titoli. In sostanza gestisce i registri di proprietà dei titoli finanziari e garantisce il trasferimento sicuro di fondi tra acquirenti e venditori dopo una transazione. Le autorità europee hanno strumentalizzato tale funzione per colpire la Russia, ma così facendo si espongono ad essere citate in ogni tribunale che Mosca riterrà di adire. E il Belgio sarebbe nel mirino dato che tale istituto è sotto la giurisdizione belga. Ovviamente vista la complessità estrema non è prevedibile l’esito di eventuali contenziosi, ma essi potrebbero avere vari effetti risarcitori. Infatti il premier belga per giustificare la sua opposizione in sede europea ha addotto le insufficienti garanzie dati dagli altri paesi Ue, intendendo che non vorrebbe affrontare la solo la collera di Mosca pagandone i costi.
Un’altra considerazione centrale è che Euroclear è una istituzione centrale per il sistema finanziario internazionale: gestisce registri per circa 37mila miliardi, oltre il 50% dei titoli pubblici internazionali. Le sue ramificazioni la rendono vulnerabile ad ulteriori contenziosi, per esempio attaccandola in giurisdizioni dove essa stessa ha i suoi asset, cioè a Hong Kong e Dubai. Un vasto documento del Fmi, ricostruendone il funzionamento e i meccanismi, lo considera una infrastruttura di mercato essenziale, la cui perdita di capitale potrebbe avere un possibile impatto a catena sui mercati globali. Certo lo scenario di una nuova crisi finanziaria è remoto ma possibile, e nella situazione attuale pare fuori misura esporsi a tali rischi per salvare le armate di Zelensky.
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