POVERI MA BELLICI. E L’INFLAZIONE DIVORA LA SPESA da IL MANIFESTO
Poveri, ma bellici. E l’inflazione divora la spesa
Roberto Ciccarelli 17/06/2026
Lavoro povero Il Report Caritas 2026 fotografa un’Italia in «permacrisi» tra record di richieste d’aiuto, anziani soli e il dramma dei lavoratori poveri. Le opposizioni attaccano il silenzio del governo: «Investe solo in armi e opere faraoniche, mentre l’inflazione al 3,2% divora i salari».
Crescono i lavoratori poveri, gli anziani soli, le famiglie con figli che non riescono ad arrivare alla fine del mese. Mentre c’è un governo che investe solo nel riarmo e in faraoniche opere come il ponte sullo Stretto. È il ritratto di un paese spezzato e indifferente quello che emerge dal rapporto statistico nazionale 2026 sulla povertà presentato ieri dalla Caritas. Per il presidente dell’organizzazione cattolica, monsignor Benoni Ambarus, è indegno che imponenti flussi di denaro pubblico vengano indirizzati verso il riarmo e le spese militari, anziché essere investiti nella tutela delle persone.
Nel 2025 la Caritas ha accompagnato 282.539 persone. Record nelle 206 diocesi italiane: +1,7% rispetto al 2024. È esploso il numero degli over 65 incontrati in cerca di aiuto: + 191%, a fronte di un incremento considerevole anche dell’utenza di altre età: + 48%. La povertà economica si intreccia con l’invecchiamento e la cattiva salute e drammi affettivi. Anche le persone sole e povere sono aumentate dal 23,8% al 32,9%. E cresce il bisogno di assistenza psicologica: +69%.
Il quadro è destinato a peggiorare alla luce degli ultimi dati Istat sull’inflazione comunicati ieri. Sta aumentando e si è attestata al 3,2% annuo. La fiammata dei prezzi è dovuta in larga misura ai rincari energetici causati dalla guerra di Trump contro l’Iran. Un aumento di circa 1.200 euro per una coppia con un figlio in un solo anno, secondo l’Unione Nazionale Consumatori. A Roma l’inflazione corre più della media nazionale. A maggio 2026 prezzi sono aumentati del 3,6% nella Capitale, sostiene Natale di Cola, segretario Cgil di Roma e Lazio.
Il crollo del potere d’acquisto si riflette sull’aumento dei lavoratori poveri alle mense della Caritas. Il 31,7% tra i 35-44enni, il 31% tra i 45-54enni. Persone che, pur avendo un’occupazione, non riescono a sottrarsi a situazioni di vulnerabilità economica e sociale. Nel 2015 questo fenomeno si attestava al 13,3%.
Il lavoro povero è aumentato considerevolmente negli anni del governo Meloni. Ma è una caratteristica strutturale perché è agganciato al progressivo calo dei salari reali. La Caritas ricorda le rilevazioni dell’Ocse: tra il 2019 e il 2024 le retribuzioni reali hanno subito una contrazione dell’8%. È il dato peggiore tra i principali paesi europei e posizionandosi al di sotto della media continentale.
«L’Italia ha bisogno di una misura nazionale di contrasto alla povertà che arrivi a tutti però – ha detto il direttore di Caritas italiana, monsignor don Marco Pagniello. Lo diciamo non per promuovere l’assistenzialismo ma per garantire che arrivi a tutti. È arrivato il momento di affrontare la questione del salario minimo. Questo lavoro povero uccide i sogni dei giovani».
Come sempre in queste occasioni dal governo e dalla maggioranza c’è stato solo silenzio. Restano in attesa dei prossimi dati Istat sull’occupazione da propagandare senza capire il senso e in maniera decontestualizzata. Le opposizioni hanno ribadito che il governo non fa nulla contro la povertà e fa la guerra ai poveri. «Pur di non pronunciare le parole “salario minimo” o aumento dei salari – ha osservato Susanna Camusso ex Cgil ora senatrice Pd – hanno inventato il “salario giusto” trasformando la questione in una battaglia ideologica contro la sinistra. Ma il problema è dare risposte concrete a chi lavora ma non riesce ad arrivare a fine mese, né a sostenere l’affitto o la spesa
Quello che i dati non dicono sulle povertà
Roberto Ciccarelli 06/02/2026
La denuncia Perché possedere una casa o avere un lavoro non basta più a proteggere dall’indigenza? L’analisi di Alleanza contro la povertà e Iref mette a nudo l’inefficacia delle misure attuali, create dal governo Meloni, e propone un cambio di rotta per superare la frammentazione istituzionale e la logica della condizionalità obbligatoria
Quello che i dati non dicono sulle povertà è che le attuali politiche del governo Meloni, basate sul «Supporto per la Formazione e il Lavoro» (Sfl) e sull’«Assegno di Inclusione» (Adi), hanno rafforzato un sistema a ostacoli dove requisiti amministrativi rigidi hanno escluso i più fragili. È la denuncia contenuta ne «L’Italia delle povertà», un’indagine realizzata dall’Alleanza contro la Povertà in collaborazione con l’Istituto di Ricerche Educative e Formative (Iref). Il documento, risultato di un lavoro autorevole fatto dall’interno del mondo cattolico e del sindacalismo confederale, sostiene che il racconto ufficiale sulla povertà oggi sia fondato sul «panico statistico» alimentato dai media. L’obiettivo di fondo è colpevolizzare i poveri.
L’analisi, presentata ieri a Roma, ribadisce che i soli dati ufficiali non riescono a cogliere la «multidimensionalità» delle povertà che non interessano solo il reddito, ma investono anche la casa, la salute, l’istruzione o i legami sociali. Già le cifre del 2024 delineano un quadro drammatico, con oltre 2,2 milioni di famiglie in «povertà assoluta» (8,4%) e 2,8 milioni in «povertà relativa» (10,9%), ma la realtà sommersa è ben più vasta. Esiste un mondo fatto di deprivazione e ristrettezze che vive sulla soglia di indigenza. pur avendo un lavoro o una casa. è il mondo dei «near poor», i «quasi poveri», per i quali la nascita di un figlio o una spesa imprevista determinano il collasso. L’Italia si conferma tra l’altro uno dei paesi più ostili per le «giovani coppie». E per i bambini: sono 1,3 milioni i minori in povertà, il valore massimo raggiunto negli ultimi dieci anni.
L’intreccio tra questi fattori viene solo in parte colto a partire dai tredici indicatori di riferimento utilizzati per misurare l’indigenza. Per esempio, le medie ufficiali non leggono come povero chi raziona il cibo pur di pagare le bollette, né colgono il disagio di chi possiede un immobile di scarso valore o di chi riesce a sostituire beni durevoli solo indebitandosi pesantemente tramite il credito al consumo (il «buy now, pay later»).
Il problema esposto dall’Alleanza contro le povertà è rilevantissimo in una società neoliberale che pretende di essere guidata dai dati e offrire una «scelta razionale» alla società. E invece usa la statistica in maniera unilaterale e strumentale. E, per questa ragione, adotta politiche sociali che fissano la vita in una condizione di marginalità. Per il portavoce di Alleanza contro la povertà, Antonio Russo, la povertà è «un problema strutturale, trasversale e i dati Istat non bastano a fotografarla». La povertà «è un processo, non uno stato, ed è il prodotto di condizioni che non sono mai state realmente prese in carico».
Bisogna superare la frammentazione istituzionale e la visione «work-oriented» che trasforma il sostegno in un obbligo e in una condizionalità punitiva. Per farlo è ritenuto necessario creare una «cabina di regia permanente» e il rafforzamento dei servizi sociali territoriali. Sempre che bastino per liberare i poveri, e non solo per governare le loro povertà.
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