PIÙ ARMI, RISERVA MILITARE E NATO: VADEMECUM BELLICISTA DI CROSETTO da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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PIÙ ARMI, RISERVA MILITARE E NATO: VADEMECUM BELLICISTA DI CROSETTO da IL FATTO

Più armi, riserva militare e Nato: vademecum bellicista di Crosetto

Giacomo Salvini  25 Maggio 2025

Il ministro vuol “ripensare l’esercito con chi non ha esperienza pregressa”. Spese al 2% coi fondi Ue

Istituire una “cultura della Difesa” al servizio del Paese. Divulgare l’importanza degli investimenti militari e dei sistemi d’arma perché “siamo dalla parte del giusto”. Avere un ruolo maggiore nella Nato sia a livello di spese che di partecipazione alle missioni internazionali. Oltre che ripensare l’esercito con una riserva che coinvolga anche chi non ha alcuna “esperienza militare pregressa”. È questo il contenuto del “Programma di comunicazione del ministero della Difesa del 2025”: un documento di 33 pagine, che Il Fatto ha letto, firmato dall’ufficio di comunicazione del ministero di Guido Crosetto che risale all’8 maggio scorso. Una sorta di vademecum per promuovere le iniziative e le politiche della Difesa e che traccia le linee guida per comunicare le scelte del ministero, come sulle spese militari. Un testo che si divide in diverse sezioni tra policy comunicative, allegati e schede di iniziative ma che ha un obiettivo: garantire che i cittadini “siano adeguatamente informati” alla luce di un contesto geopolitico “in continua evoluzione”, dalla guerra in Ucraina all’instabilità in Medio Oriente passando per le sfide sulla cybersicurezza, il dominio spaziale, il fronte Mediterraneo e l’Indo-Pacifico. In particolare, si legge, lo scopo principale è quello di presentare la Difesa e le Forze Armate “come elementi essenziali del sistema nazionale e internazionale di sicurezza, al servizio della protezione delle nostre libertà”. Per le campagne di comunicazione potranno essere ingaggiati privati, come associazioni e influencer.

Sei sono gli obiettivi individuati dal ministero e tra questi c’è lo sviluppo del termine “Difesa” che passa da eventi, iniziative editoriali, collaborazioni, patrocini e campagne di comunicazione. Per far questo, però, è necessario rendere “credibile” lo strumento della Difesa e il ministero vuole “perseguire lo sviluppo e la diffusione della cultura della Difesa” per aggiornare e modernizzare lo strumento militare. E qui il ministero dà un’indicazione su come divulgare gli investimenti in “ricerca e sviluppo”: spiega che non sono importanti solo per la Difesa ma anche “per tutto il sistema Paese” per l’occupazione, il sistema industriale, la leadership tecnologica e la crescita economica. A questo proposito il ministero indica anche come rispondere al disagio dei cittadini contrari a finanziare i sistemi d’arma. In primis ricordare che è “un dovere verso i nostri militari” anche all’estero, in secondo luogo “noi siamo, quando ci muoviamo, dalla parte del giusto”. Ovvero? “Non perché siamo i più bravi – si legge – ma perché la Costituzione è chiara, il Parlamento si esprime e vigila” e “l’impiego dei nostri militari è sempre stato e sempre sarà legittimo e rispettosi dei principi” del diritto internazionale. I pacifisti che hanno dei dubbi? “Siamo aperti al dibattito – spiega il ministero – ma su questo non si riesce a vedere un terreno fertile su cui intavolare una discussione produttiva”.

Così il ministero in un allegato indica tutte le iniziative di comunicazione per promuovere la cultura della Difesa. Tra gli obiettivi del ministero ci sono anche delle novità del 2025 che delineano il programma di Crosetto da qui a fine legislatura. La possibilità di estendere una riserva militare per rispondere alle carenze delle forze armate per contrastare gli “effetti dell’invecchiamento del personale militare”. Nel documento si parla esplicitamente di “revisione dello strumento della riserva” che coinvolga anche personale “privo di pregresse esperienze militari”. Infine, a proposito del rapporto con la Nato il ministero della Difesa spiega che l’Italia dovrà assumere un maggiore ruolo nelle decisioni sulle missioni all’estero smettendo di essere solo una troops contributing nation (nazione contributrice di truppe) rispettando gli impegni in termini di investimenti: per Crosetto è necessario arrivare al 2% (10 miliardi) nonostante sia un obiettivo “impegnativo” e solo attraverso lo “scorporo dai vincoli di bilancio europei”.

Varese, la provincia con le ali vola anche nei cieli del massacro di Gaza

Tommaso Rodano  25 Maggio 2025

Inviato a Varese – Varese è sobria, austera, ricca. Un decoro da provincia borghese, un’anziana signora che nasconde sporco e polvere sotto il tappeto. Gli spazi pubblici sono ben curati, il centro si specchia nelle vetrine di negozi e locali. Il livello della vita è alto, l’economia in salute. Ma sotto al velo di una superficie operosa e placida, con un po’ d’attenzione, si vede il profilo di uno dei maggiori poli militari d’Italia: una parte significativa di questo benessere esibito è costruito sulla guerra.
La chiamano “la provincia con le ali”, un nome che fa rima con il vecchio orgoglio industriale e con la geografia produttiva del presente. Attorno a Varese si concentra il 96% dell’industria aerospaziale lombarda e oltre la metà di quella nazionale. L’export nel 2023 ha sfiorato i 2 miliardi di euro, con una crescita dell’88% rispetto all’anno precedente. Aerei da guerra, elicotteri da combattimento, radar, droni, sistemi elettronici. Un distretto interconnesso, pienamente integrato nel mercato globale delle armi, che rifornisce direttamente o indirettamente le operazioni militari occidentali. In Ucraina, in Palestina, nel Mar Rosso: dove si combatte, spesso c’è un pezzo di Varese che vola.

La contraddizione però resta nascosta: la normalità armata di Varese scorre senza apparenti tensioni morali. Il cuore del sistema è Leonardo Spa: un nome che ritorna in tutti i viaggi nell’Italia delle bombe. La società a controllo pubblico è il tredicesimo gruppo al mondo per fatturato militare, il terzo in Europa. Qui ha la sua divisione elicotteri con stabilimenti a Vergiate, Cascina Costa, Sesto Calende, più un centro di addestramento dei piloti e due poli di ricerca. Gli aerei si producono a Venegono Superiore, sede della vecchia Aermacchi: la “casa” degli M-346, il caccia da addestramento usato anche dalle frecce tricolori. L’Italia li esporta in giro per il mondo (Qatar, Polonia, Grecia, ora anche Austria) e soprattutto in Israele: abbiamo continuato a venderli a Netanyahu anche dopo l’inizio del massacro di Gaza; nel cielo da cui piove il genocidio palestinese vola anche l’industria varesina.

Leonardo è troppo grande per essere contestata. Un attivista vicino ai sindacati di base, che sceglie l’anonimato, lo dice con poche parole amare: “Dà lavoro garantito, stipendi dignitosi, costruisce una forte fidelizzazione. Non ci sono conflitti”. Attorno a lei ruota un distretto di circa 70 aziende, piccole e medie imprese che prosperano nel suo indotto. Otto di queste sono esportatrici dirette autorizzate dal Ministero: Secondo Mona, OVS Villella, Rotodyne, Jointek, Riganti, Moog Italiana, Pariani, Acsa Steel Forgings. Le altre lavorano in subfornitura (fonte: Gianni Alioti e Carlo Tombola, The Weapon Watch). La componentistica parte da qui e arriva ovunque: Usa, Regno Unito, Unione Europea, Turchia. Nel complesso il cluster lombardo coinvolge oltre 200 imprese e circa 22 mila addetti: la filiera varesina – dalle officine di meccanica aeronautica alle società di componentistica – ha un profilo militare indelebile. E per non farsi mancare nulla, c’è anche una base Nato a Solbiate Olona. È tutto un decollo: dalla pista di Sesto Calende a quella di Venegono, dove si testano gli M-346 e gli altri aerei prodotti o modificati sul posto, il rumore dei motori è la colonna sonora di queste terre.
Il rombo arriva da lontano. Aermacchi apre nel 1912 in pieno centro città, trasforma lo scenario urbano di Varese e la rende un attore chiave nell’industria bellica italiana: gli aerei che combattono le due guerre mondiali sono costruiti qui. Aermacchi attraversa il Novecento, la bandiera viene ammainata nel 2003, assorbita prima da Alenia-Fincantieri, poi da Leonardo. Della grande fabbrica in via Silvestro Sanvito oggi resta solo lo scheletro e una solennità da cattedrale abbandonata. Sulla parete scrostata, un murale con la scritta “Rigenerazione” si distende come un ponte tra il passato grigio e un orizzonte verde. Un’idea di futuro, ma quanto realistica?

Per conoscere la parte di Varese che ha combattuto il dominio delle armi, bisogna parlare con Elio Pagani. Attorno a lui, dalla fine degli anni Settanta, un gruppo di operai di Aermacchi teneva alta l’attenzione sui costi umani delle attività della fabbrica. Parlavano di demilitarizzazione, organizzavano convegni, scioperi della fame, collette per i popoli bombardati con gli aerei costruiti dalle loro mani. Nel 1988 Pagani denunciò in un’intervista a Famiglia Cristiana le forniture militari al Sudafrica dell’apartheid. L’azienda aprì una linea di produzione civile, l’aereo Dornier 328 ed Elio riuscì a farsi spostare in quel reparto che non produceva morte. Sembrava l’inizio di una storia nuova. Invece nel 1991, al culmine di quella stagione di battaglie, lui e gli altri operai “riconvertisti” furono messi in cassa integrazione e allontanati dalla fabbrica. Fu la reazione a ogni ipotesi di cambiamento. “Nel 2000 metà dei lavoratori dell’Aermacchi lavorava nel civile – spiega Pagani. – Oggi sono rimasti in 50 su 1.700. La riconversione è finita, cancellata”. A Varese sopravvive una rete diffusa di pacifisti, li incontriamo in una sala del Castello dei missionari comboniani di Venegono Superiore, sede dell’associazione “Abbasso la guerra”. Ognuno porta la sua esperienza e il suo impegno, ma tutti riconoscono che la sproporzione tra le forze dell’industria bellica e della società civile è immensa: “La loro propaganda inizia dalle scuole – dice ancora Elio. – Leonardo ha progetti ‘formativi’ che coinvolgono migliaia di studenti. E ci sono istituti che promuovono l’alternanza scuola-lavoro all’interno della base Nato. Abbiamo di fronte un potere immenso, dalle mille facce. Loro sono Golia, noi Davide con la fionda”. Le battaglie di Pagani però furono fondamentali per creare le condizioni della legge 185 del 1990, che tutt’oggi vieta (sulla carta) l’esportazione di armi ai Paesi in guerra. Per lui non è sufficiente: “Il modello di difesa italiano consente di intervenire ovunque si ritengano violati gli interessi nazionali, con questa scusa le armi si vendono dappertutto. Il sistema va combattuto a monte”.

Giuseppe Musolino, insegnante di Locri trapiantato a Varese, è un altro punto di riferimento della comunità pacifista. Nemmeno lui nasconde le difficoltà di operare in un territorio così: “Partiti e sindacati sono allineati al potere dominante. Come fai a metterti contro un comparto che distribuisce lavoro e soldi? Con il civile si fanno meno profitti”. Ma non è tutto grigio: “Il massacro di Gaza ha scosso molte coscienze. Si affacciano soggetti giovani sulla scena, come Extinction Rebellion, Ultima Generazione. Si riuniscono qui, in questa sala. Varese non è solo quello che ci siamo raccontati”. La provincia con le ali, senza paracadute.

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