NEI BALCANI I RAID “UMANITARI”, A GAZA IL NON-INTERVENTO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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NEI BALCANI I RAID “UMANITARI”, A GAZA IL NON-INTERVENTO da IL MANIFESTO

Nei Balcani i raid «umanitari», a Gaza il non-intervento

Doppiopesismo La guerra di Israele a Gaza fa impallidire – quanto a dimensioni e caratteristiche di violazioni del diritto internazionale – sia la Bosnia del 1995 sia il Kosovo del 1999

Roberto Della Seta  24/07/2025

«Oggi più che mai in passato dobbiamo difenderci contro coloro che spingono all’epurazione etnica e religiosa come ideale politico e lo impongono perpetrando crimini contro l’umanità». «Si dovrà aumentare consistentemente numero e mandato delle forze internazionali e confidare loro il compito di fermare (…) – con i mezzi necessari – le aggressioni. Nelle condizioni attuali, l’Onu dovrà chiedere a chi può – alla Nato, in buona sostanza – di svolgere tale compito. E non c’è ragione perché paesi come l’Italia se ne sottraggano, se richieste dall’Onu».

«Oggi ci troviamo di fronte a una nuova causa di guerra: la difesa dei diritti umani. Se la forza è usata per sanzionare chi viola i diritti dell’uomo, viene meno il principio di non intervento».

No, queste frasi non si riferiscono al martirio dei palestinesi di Gaza. Sono della fine del secolo scorso, sono di due grandi intellettuali italiani scomparsi da tempo. Le prime due di Alexander Langer: le pronunciò nel 1995 pochi giorni prima di togliersi la vita, in un suo ultimo, disperato appello all’Europa perché intervenisse militarmente in Bosnia fermando il massacro dei bosniaci musulmani da parte delle forze serbe. La terza è di Norberto Bobbio, compare in un suo articolo sul quotidiano “La Stampa” del maggio 1999 in cui giustificava la guerra della Nato alla Serbia per costringerla a ritirarsi dal Kosovo dove stava conducendo una “pulizia etnica” contro la popolazione di etnia albanese (e religione musulmana).

Langer e Bobbio erano entrambi legati al mondo pacifista, ma davanti alle guerre interetniche nella ex-Jugoslavia entrambi sostennero le ragioni di quella che prese il nome di “ingerenza umanitaria”. Era, il loro, un pacifismo non assoluto, che raccomandava eccezioni davanti a violazioni indiscriminate del diritto umanitario.

Ecco, la guerra di Israele a Gaza fa impallidire – quanto a dimensioni e caratteristiche di tali violazioni – sia la Bosnia del 1995 sia il Kosovo del 1999. Ha causato la morte fino a oggi di almeno 50 mila civili, più della somma dei civili bosgnacchi e albanesi uccisi dai serbi. È stata condotta con metodi e perseguendo obiettivi – l’uso della fame come arma di guerra – ancora più efferati, ed espressamente annoverati dal diritto internazionale come “crimini contro l’umanità”.

Ad attestarlo non è Hamas. Lo storico israeliano Lee Mordechai, dall’inizio della guerra a Gaza tiene un diario online continuamente aggiornato, “Bearing Witness to the Israel-Gaza War”, nel quale riporta sulla base di stime “terze” attendibili i numeri dei morti e dei feriti palestinesi per i missili e le bombe israeliani. Secondo le valutazioni, non di parte, fornite da Mordechai, il dato di almeno 50 mila civili assassinati da Israele non solo è accertato ma è con ogni probabilità ottimistico.

Moshe Zuckermann, sociologo israelo-tedesco e professore emerito dell’Università di Tel Aviv, ha scritto giorni fa in un articolo intitolato “Orwell in Israele”, pubblicato in Germania e ripubblicato su il manifesto: «Il ministro della difesa israeliano Israel Katz ha un’idea: costruire (in accordo col primo ministro Netanyahu) una ‘città umanitaria’ nella Striscia di Gaza. In effetti, viene da pensare a una neolingua orwelliana, in cui il termine ‘città umanitaria’ intende nascondere nel migliore dei casi la realtà di un ghetto, un campo di concentramento nel caso più realistico».

Israele, dunque, sta commettendo da mesi un prolungato e continuato “crimine di guerra”. Un crimine privo di qualunque giustificazione – come ha detto lo scrittore israeliano David Grossman, davanti alla tragedia in atto a Gaza “il fatto che questa crisi sia stata iniziata da Hamas il 7 ottobre è irrilevante” – e che ricorda da vicino quegli altri crimini compiuti a fine Novecento dalla Serbia contro le popolazioni musulmane di Bosnia e Kosovo. Questa affinità è ulteriormente avvalorata dalla comune condizione di imputati internazionali per crimini contro l’umanità degli israeliani Netanyahu e Gallant (ex-ministro della difesa) oggi, destinatari di mandati di cattura insieme ai leader di Hamas, e dei capi serbi Milosevic, Mladic, Karadzic negli anni ’90. Per questo sarebbe non solo legittimo ma doveroso che i Paesi che si riconoscono nelle leggi internazionali sulla guerra intervengano militarmente a Gaza per fermare il genocidio messo in atto da Israele. Non mi auguro bombardamenti su Tel Aviv e Gerusalemme, come ce ne furono nel 1999 su Belgrado, per ragioni umanitarie ma anche personali – miei familiari, donne e uomini cui voglio bene, vivono in Israele -, vorrei piuttosto che una forza internazionale autorizzata dall’Onu, numerosa e bene armata, si frapponesse attivamente all’aggressione israeliana.

Naturalmente non accadrà mai. E però, io credo, il “non-intervento” a Gaza della comunità internazionale e specialmente dell’Occidente che basa le sue costituzioni sullo stato di diritto (uso volutamente un termine, “non-intervento”, che nel 1936 diede nome al rifiuto delle democrazie occidentali di sostenere la resistenza repubblicana contro i fascisti di Franco), sarà una sconfitta più sanguinosa e irreparabile di quella che rischierebbero “sul campo”. Israele ha già perduto la sua anima, ha già del tutto dissipato l’immenso patrimonio di simpatia ereditato dalla sua storia dolorosa e drammatica. Adesso in gioco vi sono la dignità, l’autorità morale in particolare dell’Europa che del diritto umanitario internazionale è stata levatrice. Concludeva Langer il suo ultimo scritto prima di suicidarsi: “L’Europa muore o rinasce a Sarajevo”. Oggi Sarajevo si chiama Gaza.

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