NATO: LONDRA GIÀ CON MAJOR E BLAIR INGANNAVA MOSCA SULL’ALLARGAMENTO da IL FATTO
Nato: Londra già con Major e Blair ingannava Mosca sull’allargamento
Cosimo Caridi e Sabrina Provenzani 16 Aprile 2026
“Troppo rapide e simultanee (adesioni all’Alleanza, ndr) metterebbero sotto pressione le strutture della Nato e antagonizzerebbero la Russia”. A scriverlo sono doc declassificati del governo britannico della metà degli anni 90 del Novecento, pubblicati ieri da Declassified Uk. Le carte restituiscono una linea precisa: consapevolezza dell’impatto su Mosca, gestione diplomatica della reazione russa, prosecuzione dell’allargamento a Est. Alla guida del governo britannico tra il 1990 e il ’97 c’è John Major che affronta la questione con la leadership russa. In un colloquio con Evgeny Primakov, allora ministro degli Esteri, afferma: “La Nato non ha alcuna intenzione di farlo e non stiamo cercando di circondare la Russia con membri della Nato”. Il punto, nelle comunicazioni britanniche, è disinnescare la percezione di accerchiamento senza modificare la traiettoria politica. Major scrive anche al presidente russo Boris Eltsin. Le preoccupazioni del Cremlino vengono definite “prive di fondamento”. Londra assicura che nei nuovi Stati membri non saranno dispiegate forze da combattimento rilevanti né armi nucleari. Sono le garanzie offerte durante il primo allargamento a Est e diventano parte della cornice negoziale con Mosca. Nei documenti interni il linguaggio cambia registro. L’obiettivo indicato è procedere comunque: allargare la Nato anche in assenza di consenso russo. La gestione del rischio politico viene trattata come una variabile da contenere, non come un vincolo. Quando Tony Blair, primo ministro dal 1997, succede a Major, l’impostazione non viene rivista. Il governo laburista sostiene l’ingresso di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, mentre prosegue il confronto con Mosca su basi diplomatiche. Sul fronte russo, la documentazione evidenzia posizioni non uniformi. Boris Eltsin, in contatti riservati, appare più flessibile rispetto alle dichiarazioni pubbliche. Viktor Chernomyrdin, allora primo ministro russo, adotta toni più espliciti e avverte Londra che l’allargamento “creerebbe una situazione fragile che potrebbe esplodere”. Aggiunge che la Russia “non è un nemico ora, ma potrebbe diventarlo”. Il dossier si colloca nel biennio 1996-97 e riguarda soprattutto l’Europa centrale. Nei report britannici emerge già una distinzione netta: Ucraina e Paesi baltici sono considerati molto più sensibili per Mosca. Un conto è Varsavia o Praga, un altro è Kiev o le ex Repubbliche sovietiche affacciate sul Baltico, percepite come parte dello spazio strategico russo. Per contenere le reazioni del Cremlino, Londra e gli alleati lavorano a un quadro parallelo di cooperazione. Nasce così il Nato-Russia Founding Act, l’atto istitutivo delle relazioni tra Alleanza atlantica e Federazione russa. L’obiettivo è offrire a Mosca un canale stabile di comunicazione e rendere più sostenibile, anche sul piano interno russo, il processo di espansione. I documenti riservati descrivono l’allargamento come un passaggio necessario per consolidare l’architettura di sicurezza europea dopo la fine della Guerra Fredda. Le obiezioni russe vengono considerate prevedibili e gestibili. La sequenza che emerge è lineare: Londra sminuisce la reazione del Cremlino e spinge per portare avanti l’allargamento. Linea inalterata per quasi 30 anni.
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