MELONI: CINISMO E MINACCE CONTRO GLI ODIATORI E I PM da IL FATTO e IL MANIFESTO
Meloni: cinismo e minacce contro gli odiatori e i Pm
Massimo Villone 20 Settembre 2025
Una lettura dell’invettiva di Giorgia Meloni contro la sinistra e gli odiatori seriali è che la premier sia entrata in modalità campagna elettorale. Sarebbe un appello ai tifosi della sua curva. C’è del vero, con il voto alle porte in Regioni importanti, una legge di Bilancio che Giorgetti certifica a rischio, l’economia in affanno, i dazi e le spese militari, le guerre, cui si aggiungono proposte come quella – rivoltante e immorale molto prima che antigiuridica come certamente è – di ripagare i costi del genocidio dei palestinesi costruendo un resort a Gaza sui loro cadaveri. Ma guardando al di là dell’immediato l’interpretazione può essere diversa.
Chi può intimidire chi? È risibile che dal governo – titolare del potere legislativo ed esecutivo – si contesti alle opposizioni la volontà di intimidire. È una minaccia, una diffida? In ogni caso, è arrogante cinismo politico, pericoloso e irresponsabile perché inserito in un contesto: attacco virulento ai magistrati, all’informazione, indirizzo ipersecuritario, intolleranza per il dissenso, riforme che stravolgono la Costituzione.
La domanda è: siamo avviati su un piano inclinato verso forme più o meno evidenti di autocrazia? Assistiamo a un avvitamento nel nostro Paese della crisi delle democrazie liberali, anche di quelle che avremmo un tempo ritenuto solide? Abbiamo anticorpi sufficienti contro un simile esito? La risposta: forse.
Guardiamo agli Usa, che mostrano da ultimo segni evidenti di autocrazia. L’11 settembre 2025 è stato pubblicato un libro: We the People. A history of the US Constitution. L’autrice Jill Lepore insegna a Harvard. In base a una ampia ricerca documentale, definisce la Costituzione degli Stati Uniti come quasi inemendabile, a causa di un procedimento di revisione che ha consentito solo 27 emendamenti in 250 anni: maggioranza di due terzi in entrambe le Camere, ratifica di tre quarti degli Stati. È cosa nota, che ho riscontrato scrivendo la mia tesi di Master in Diritto costituzionale, oltre 50 anni fa, sulla – fallita – riforma del Collegio elettorale. Meno scontato il corollario che l’autrice trae: l’evoluzione costituzionale del Paese rimane nelle sole mani della Corte Suprema, di fatto unica voce e interprete della Costituzione.
Qui soccorre un altro libro, del maggio 2025: Lawless. How the Supreme Court runs on conservative grievances, fringe theories, and bad vibes (si può tradurre: “Senza legge. Come la Corte suprema procede su doglianze conservatrici, teorie marginali, e cattive sensazioni”). L’autrice, Leah Litman, insegna nella Facoltà di Legge dell’Università del Michigan. Il libro attacca la Corte Suprema a maggioranza conservatrice per aver introiettato l’agenda politica e ideologica della destra repubblicana. L’analisi guarda anche – ma non solo – alla giurisprudenza più recente, dal disco verde alla seconda candidatura Trump all’espansione dei poteri presidenziali. La Corte ha determinato un cambiamento radicale e probabilmente duraturo della Costituzione e del Paese.
Ogni lettura può essere opinabile, ma queste certo riflettono una realtà. Perché ci interessano? Ci dicono che non basta discutere in astratto di checks and balances. La resilienza in prospettiva di una architettura costituzionale si valuta guardando, al di là del formalismo, al funzionamento e alle effettive fragilità. La nostra Costituzione è (troppo) facilmente emendabile, consegnando a una maggioranza anche solo di governo il potere di revisione, con il check – eventuale – del referendum. Abbiamo due guardiani della Costituzione: il Capo dello Stato e la Consulta. Ma basterebbe una legge elettorale come quella cui la destra pensa – proporzionale con soglia al 40%, liste parzialmente bloccate e premio di maggioranza – per influire decisivamente sull’elezione del primo e, anche in via mediata, sulla composizione della seconda. Un monismo istituzionale centrato sul governo e sul primo ministro non è poi lontano, anche senza la riforma del premierato.
Rimane fuori dal quadro il corpo professionale dei magistrati, difesi da una formale menzione di autonomia e indipendenza, ma ancor più dalla selezione per concorso, dall’autogoverno e dall’avere gli stessi diritti di ogni cittadino. Che la riforma preluda o meno al controllo politico dei Pm, il referendum entrerà inevitabilmente nella più ampia strategia politica e istituzionale della destra. Il tempestoso voto alla Camera ci dice quanto sia vuota di senso la richiesta di Nordio di non politicizzare il referendum. Nel contesto in cui si voterà, non si potrà ridurne l’oggetto a una banale questione di carriera. Sarà in gioco non già la sorte di qualche migliaio di magistrati, ma il futuro del Paese come democrazia liberale. E l’invettiva di Meloni è l’avvio di una lunga battaglia non solo elettorale.
Antifascista terrorista, Orbán coglie al volo l’ideona di Trump
Odio di ricino La nuova ondata di maccartismo scatenata dall’omicidio di Charles Kirk ha già attraversato l’Atlantico
Valerio Renzi 20/09/2025
La nuova ondata di maccartismo scatenata dall’omicidio di Charles Kirk ha già attraversato l’Atlantico. Viktor Orbán ha deciso di seguire le orme di Donald Trump e dichiarare “Antifa” (qualsiasi cosa voglia dire esattamente), come un’organizzazione terroristica. Il primo ministro ungherese ha dichiarato che si tratta di «una vera e propria organizzazione terroristica». «Sono venuti anche in Ungheria, hanno picchiato persone per strada, poi sono diventati membri del Parlamento europeo e da lì ci danno lezioni sullo stato di diritto», ha aggiunto, e ovviamente il riferimento è all’eurodeputata di Avs Ilaria Salis.
MA NON C’È SOLO l’Ungheria. Anche in Olanda si discute di mettere fuori legge “Antifa”. La Camera bassa del parlamento olandese ha approvato la proposta dell’estrema destra di Geert Wilders, che con un ordine del giorno ha chiesto di classificare come organizzazione terroristica l’estrema sinistra “Antifa”. A votare a favore anche i liberali del Partito popolare per la libertà e la democrazia. Esulta il leader del partito, che da qualche mese si trova all’opposizione del governo di centrodestra, che per l’ennesima volta ha ceduto alle pressione di Wilders.
Le dichiarazioni di Orbán arrivano a poche ore dal tweet del portavoce del suo governo Zoltan Kovacs che – per rispondere a Salis che informava sullo stato della richiesta dell’Ungheria di toglierle l’immunità parlamentare – ha scelto di indicare le coordinate del carcere di Márianosztra, dove l’esponente della sinistra è già stata detenuta. Un messaggio minaccioso che a Bruxelles non è passato inosservato: il prossimo 23 settembre la commissione Juri è chiamata a esprimersi sulla richiesta di revoca dell’immunità per l’europarlamentare italiana, poi toccherà alla plenaria dell’Europarlamento esprimere il voto decisivo a ottobre.
Il relatore in commissione è il popolare spagnolo Vazquez Lazara, che nella sua relazione ha scelto di sostenere la richiesta ungherese, ma il Ppe è forte imbarazzo all’idea di consegnare la collega alla giustizia magiara, soprattutto per il comportamento del governo di Orbán che continua a politicizzare il caso, e a esprimersi nei termini di una vera e propria vendetta politica.
INTERROGATO IN PROPOSITO, il ministro degli Esteri, vicepremier e leader di Forza Italia Antonio Tajani ha scelto parole prudenti ma di distanza. «Non credo che la Salis sia una terrorista. Ha idee molto diverse dalle mie, c’è un processo che la riguarda, ma non mi risulta che sia una terrorista», ha spiegato Tajani, per poi aggiungere che non sta a lui «fare commenti sulle scelte di altri Stati».
Era il 31 maggio del 2020 quando per la prima volta Donald Trump annunciava: «Gli Stati Uniti d’America designeranno l’Antifa come organizzazione terroristica». Il paese era attraversato dalle sommosse e le proteste seguite all’omicidio di George Floyd, centinaia di migliaia di persone scendevano in strada contro la brutalità e la violenza della polizia e il razzismo di Stato e Trump annunciava le maniere forti. L’allora direttore dell’Fbi Christopher Wray fece notare che non essendo “Antifa” una struttura gerarchica non era possibile attribuirgli i criteri necessari per la designazione di terrorist organization. Nel suo secondo mandato Trump ha scelto di riempire l’amministrazione federale di suoi fedelissimi. È il caso di Kash Patel, che oggi guida l’Fbi e c’è da scommettere che le cose andranno diversamente rispetto a cinque anni fa.
OGGI COME IERI LA PAURA è che dietro la messa al bando di “Antifa”, che è una sigla generica dietro la quale si possono etichettare collettivi e gruppi del variegato universo della sinistra radicale, si possa colpire chiunque non rinunci a protestare. Le prove generali sono state fatte contro il movimento pro Palestina nei campus universitari. Ora, dopo l’omicidio di Charles Kirk, ucciso da un ventenne cresciuto in una famiglia repubblicana e amante delle armi pesanti, radicalizzatosi online apparentemente senza avere nessun rapporto con nessun gruppo o ideologia di sinistra, l’amministrazione si appresta a mettere nel mirino chiunque si possa definire “Antifa”.
L’ESTREMA DESTRA europea spera forse nell’effetto contagio, provando a limitare gli spazi di libertà e agibilità politica per la sinistra radicale, facendo sue le accuse di terrorismo e le proposte di messa al bando del “nemico” ideologico. Ora popolari e conservatori dovranno decidere quanto farsi dettare l’agenda dalla destra Maga, cedendo alle richieste di Orbán che vuole riportare in catene l’eurodeputata della sinistra Ilaria Salis, liberata grazie al voto di preferenza di 176.000 cittadini italiani.
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