L’”R5″ È LONTANA, PER IL DOLLARO IL VERO GUAIO È TRUMP
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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L'”R5″ È LONTANA, PER IL DOLLARO IL VERO GUAIO È TRUMP

L’«R5» è lontana, per il dollaro il vero guaio è Trump

Vertice Brics La moneta comune arranca, ma qualcosa lentamente si muove

Luigi Pandolfi   06/07/25025

I Brics che si riuniscono oggi a Rio de Janeiro sono, sulla carta, una realtà politica ed economica più che rilevante. Dieci Paesi che rappresentano ampie porzioni della popolazione e del Pil del pianeta e oltre il 40% della produzione mondiale di petrolio e la volontà di liberarsi dalla dittatura del dollaro. Tra questi numeri e i risultati ottenuti negli ultimi anni nella lotta per un nuovo ordine multipolare c’è però un certo iato. L’obiettivo della dedollarizzazione? Rimane in agenda, ma ora pesano le minacce di Trump: «Chi lascia il dollaro può scordarsi di vendere qualcosa all’America». Lo stesso attacco militare all’Iran ha implicazioni in questo ambito (petrolio e dollari camminano insieme).

«La discussione su una nuova moneta commerciale è estremamente importante», ha comunque dichiarato Lula, presidente del Brasile, intervenendo venerdì alla conferenza della Banca di sviluppo dei Brics. «Se non troviamo una nuova formula, finiremo il XXI secolo come abbiamo iniziato il XX. E questo non sarà un bene per l’umanità». Buoni propositi, ma niente di concreto: l’eterogeneità del gruppo e la volontà di non compromettere troppo i rapporti con Washington continuano a bloccare qualsiasi progetto strutturato.

Eppure, sullo sfondo, qualcosa si muove. Stando ai dati dell’Fmi, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali è scesa dal 71% del 1999 al 58,4% nel primo trimestre del 2024. Una tendenza lenta ma costante, favorita anche dalle sanzioni unilaterali americane, che hanno indotto molti Paesi – non solo avversari strategici – a diversificare le proprie disponibilità valutarie. Le banche centrali di Cina, India, Russia e Turchia, ad esempio, hanno ridotto l’esposizione al dollaro e aumentato quella all’oro. Solo nel primo trimestre del 2025, le riserve auree globali sono aumentate di oltre 290 tonnellate, di cui quasi la metà acquistate da Paesi Brics o loro alleati. Anche nel commercio estero si intravede qualche cambiamento. Le transazioni tra Cina e Russia, ad esempio, avvengono in yuan e rubli per oltre il 90% del totale, mentre il commercio tra India ed Emirati Arabi Uniti in rupie è in fase sperimentale. L’Arabia Saudita, storicamente ancorata al petrodollaro, ha cominciato ad accettare yuan per alcune forniture di greggio a Pechino. Passi simbolici, ma che rompono un tabù.

La creazione di una moneta comune dei Brics resta però ancora in alto mare, nonostante il progetto della cosiddetta «R5» ancorata all’oro (dalle iniziali delle monete dei cinque Paesi fondatori). Ci vorrebbe una convergenza economica e politica che oggi appare lontana. In compenso, si rafforza il ricorso alle valute locali, grazie a infrastrutture come il Contingent Reserve Arrangement (Cra), una sorta di fondo monetario parallelo, e alla New Development Bank, presieduta da Dilma Rousseff, che finanzia progetti di sviluppo bypassando il dollaro.

Paradossalmente, i guai per il dollaro vengono più dall’interno che dall’esterno. Il debito pubblico degli Stati Uniti ha superato i 35mila miliardi di dollari. Solo nel 2024, la spesa per interessi è stata pari a 1.200 miliardi, più di quella per la difesa. A fronte di ciò (e delle scorribande del tycoon), molti investitori hanno cominciato a ridurre l’esposizione ai Treasury bond. Secondo il Tesoro Usa, tra gennaio e giugno 2025, le vendite nette di titoli americani da parte di investitori esteri sono aumentate del 20% rispetto allo stesso periodo del 2024. Il risultato è un indebolimento del biglietto verde: -10% dall’inizio dell’anno. Il dilemma americano: per conservare la loro egemonia, gli Stati Uniti hanno bisogno di un dollaro forte, attrattivo, stabile. Ma per esportare di più e correggere la bilancia commerciale servirebbe un dollaro debole. In mezzo, i segnali di caduta dell’economia e i timori per un ritorno dell’inflazione. Certo, il dollaro resta ancora dominante: il 70% degli scambi globali è denominato in valuta statunitense, come l’80% delle transazioni sul mercato del Forex (dove si scambiano valute). Ma l’egemonia monetaria non è un destino eterno. Si costruisce con la fiducia, oltre che sulla forza. E se questo ordine si incrina – come sta accadendo – anche il dominio del dollaro può spezzarsi.

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