L’EROSIONE DELLA DEMOCRAZIA NEL SEGNO DEL TECNOFASCISMO da IL FATTO
L’ erosione della democrazia nel segno del tecnofascismo
Donatella Di Cesare 17 Ottobre 2025
Pubblichiamo un estratto del libro “Tecnofascismo” di Donatella Di Cesare.
L’erosione della democrazia non fa più notizia e nessuna maschera esterna potrebbe ormai occultare, o anche solo dissimulare, il processo in corso da tempo. C’è chi allude a un ultimo atto, quasi fosse inevitabile prenderne congedo, e chi avanza invece l’esigenza di rafforzare l’impalcatura, il fondamento interno (regole e procedure) e la corazza esterna (attrezzature militari). Ma la democrazia non è un regime, non è basata su un pilastro stabile. Proprio la sua flessibilità e la sua apertura sono invece baluardi contro ogni violenza che, dentro come fuori, potrebbe svuotarla ed esautorarla. (…)
In che modo avviene l’erosione della democrazia? Due sono le tendenze, diverse ma complementari, che si possono osservare con chiarezza già da tempo e che oggi emergono più chiaramente. La prima è la tendenza tecnocratica, che si traduce nella completa subordinazione all’economia di una politica ridotta ad anonima governance amministrativa, che fa il gioco di grandi imprese, industria militare, banche e capitale finanziario. La seconda è la tendenza etnocratica che si realizza in un esercizio familistico del potere e in una gestione dei popoli intesi come iperfamiglie, comunità naturali chiuse, basate su nascita e discendenza, rese salde e stabili da legami di sangue e di suolo, capaci di essere ripari adeguati in un mondo sempre più caotico e inospitale. Queste due tendenze, apparentemente antitetiche, si congiungono in un ibrido senza precedenti, una nuova forma di totalitarismo che insieme cancella la politica e decompone la democrazia. (…)
Narrata come il primo stadio del nuovo scontro di civiltà, la guerra russo-ucraina, scoppiata il 24 febbraio 2022, rappresenta un punto di svolta epocale. Le ostilità in Medioriente, scoppiate il 7 ottobre 2023 e culminate nel conflitto fra Israele e Iran, confermano l’ingresso in un’epoca inedita e sconosciuta. Non possono dunque essere considerate come meri episodi ulteriori della “terza guerra mondiale a pezzi” per via del risvolto politico: l’emergere, a cento anni dall’avvento del fascismo, di una forma di totalitarismo che, a differenza di quello novecentesco, appare più insidioso e subdolo, più disperso e sfuggente. Esiti non di uno scontro di civiltà, bensì di un incontro di utilità, i conflitti attuali sono quel detonatore in grado di far luce su nessi esplosivi. L’alleanza tra manager delle grandi aziende belliche, rappresentanti delle gerarchie militari e ceto politico non è che l’aspetto più subdolo di un capitalismo che coinvolge, consuma e devasta le democrazie spinte, per garantirsi benessere ed extraprofitto, a diventare principali azioniste del mercato di guerra. A mo’ di sovrani assoluti del passato, ma disponendo di una concentrazione di mezzi tecnici e finanziari, nonché di armi nucleari devastanti, le élite occidentali decidono le guerre senza chiedere in alcun modo il consenso dei propri cittadini e calpestando, anzi, la loro aspirazione alla pace.
Negli ultimi decenni la globalizzazione neoliberale e la finanziarizzazione del capitale hanno delocalizzato i centri del potere reale sottraendoli alla portata dei cittadini e delle comunità storicamente costituite. Si sono andate così formando reti transnazionali, sempre più sofisticate e fluide, che comandano senza alcun bisogno di apparati statuali e istituzionali. È questa, anzi, la causa del tramonto, annunciato da tempo, e ormai irreversibile, dello Stato nazionale. (…) La tendenza tecnocratica e quella etnocratica, apparentemente antitetiche, si combinano perfettamente in un inquietante processo. Per indicare questa sospensione tecnica della democrazia, che si coniuga con un rilancio della sovranità in chiave etnica, si potrebbe parlare di tecnofascismo.
Meloni, altro che Palestina: la sua vera guerra è ai Pm
Gian Carlo Caselli 16 Ottobre 2025
Giorgia Meloni ha saputo abilmente costruirsi una parvenza di equilibrio e di misura. Ma sotto di essa – molti lo sostengono – si delineano pulsioni di oltranzismo ed estremismo, riconducibili alla cultura autoritaria del Movimento Sociale Italiano degli anni 70/80 guidato da Giorgio Almirante. Una tesi che suscita qualche preoccupazione, nella misura in cui può covare la volontà di capovolgere regole e princìpi fondanti della democrazia repubblicana. Ad esempio, mediante riforme come quelle del premierato e della separazione delle carriere fra Pm e giudici: dirette, la prima a rafforzare il potere esecutivo senza adeguati bilanciamenti, la seconda a rendere meno indipendente e incisiva l’azione della magistratura.
La separazione delle carriere sembra diventata un’ossessione per la nostra premier, al punto da indurla a scambiare il Palazzo di Vetro dell’Onu con il cortile di Palazzo Chigi. All’Assemblea generale Onu del 25 settembre, infatti, Meloni ha svolto un duro intervento contro i giudici italiani “politicizzati” che interpretano le regole in modo ideologico e unidirezionale, calpestando il diritto invece di affermarlo e contrastando l’azione del governo. Un manifesto di pura politica nazionale fragorosamente lanciato in un consesso mondiale; finalizzato anche al referendum che dovrà confermare o bocciare la riforma costituzionale della separazione delle carriere tra Pm e giudici. L’idea di infilare questo tema in un contesto internazionale dedicato al drammatico problema della guerra e della pace nel mondo poteva venire in mente soltanto a uno statista con una smisurata fantasia creativa. Fortunato il paese che ce l’ha… O forse no?
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