LE RADICI DI UNA SOPRAFFAZIONE CHE DALLA GEOGRAFIA SI ESTENDE AL LESSICO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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LE RADICI DI UNA SOPRAFFAZIONE CHE DALLA GEOGRAFIA SI ESTENDE AL LESSICO da IL MANIFESTO

Le radici di una sopraffazione che dalla geografia si estende al lessico

Saggi Rashid Khalidi tesse le fila di una guerra crudelmente impari: «Palestina Cento anni di colonialismo, guerra e resistenza», Laterza; Valentina Pisanty decostruisce il senso di due parole malintese: da Bompiani, «Antisemita. Una parola in ostaggio»

Massimiliano De Villa  25/05/2025

Erede di una stirpe di studiosi e funzionari della Gerusalemme ottomana, Yusuf Diya al-Khalidi fa convivere in se stesso educazione islamica e formazione occidentale, cementata attraverso incarichi di insegnamento a Vienna, soggiorni in altre capitali europee cui affianca rapporti con la più colta intellettualità d’Europa e del Medio Oriente. Ha piena contezza dell’antisemitismo livoroso che, intorno al cambio di secolo, sta allagando il vecchio continente; e, a specchio, conosce il movimento sionista, il suo denso coagulo negli ultimi anni dell’Ottocento, lo spostamento d’asse dalla Russia all’Austria-Germania, il gesto fondativo e scenografico con cui nel 1897 Theodor Herzl aveva chiamato a Basilea, in un organismo che dirigeva con mano sicura e piglio volitivo, una pluralità di sionismi territorialmente differenti, a celebrare il primo congresso del movimento.

Da sindaco di Gerusalemme, era stato testimone, fin dagli anni Ottanta dell’Ottocento, degli attriti tra i coloni protosionisti e la popolazione araba e, proprio nella veste di primo cittadino, nel 1899 scrive a Herzl. Al capo del movimento nazionale ebraico, che guadagna credito sempre maggiore presso le cancellerie europee, Yusuf Diya esprime stima intellettuale, ammirazione per il talento organizzativo, solidarietà per le persecuzioni antisemite, comprensione per l’istanza sionista. Senza mai perdere la misura, mette però in guardia dai rischi che il progetto di uno Stato ebraico sovrano in Palestina comporterebbe: instabilità della regione, aspri dissidi, a repentaglio la sicurezza di cui gli ebrei hanno sempre goduto nelle terre ottomane. Soprattutto, tra i vari argomenti il più serio riguarda  l’innesto forzato, quasi da ingegneria sociale, di un popolo su una terra «abitata da altri», fosco scenario che Yusuf Diya scongiura, chiudendo la missiva con un appello urgente, solcato da presaga tristezza: «in nome di Dio, lasciate in pace la Palestina».

A partire da questo metro quadro di vissuto, dove incrociano cronaca, rievocazione e costellazione familiare, l’autorevole storico palestinese, emerito di studi arabi alla Columbia, Rashid Khalidi parte dal prozio Yusuf per tessere una storia del più grave conflitto mediorientale visto dalla specola palestinese. Per tutto lo scorso anno il libro ha figurato tra i bestseller del «New York Times», ora è disponibile da Laterza nella traduzione di Michele Zurlo: Palestina Cento anni di colonialismo, guerra e resistenza (pp. 398, € 24,00).

Emancipato da ogni seriosità accademica, ma insieme accuratissimo e sempre suffragato da dati che cadono a piombo sulla pagina, togliendo legittimità a ogni argomento contrario, Khalidi fruga nelle pieghe della propria storia familiare, muovendosi tra archivi e carte personali, che illuminano gli ultimi cento anni di storia del conflitto, e lo perimetrano non come scontro, tragico e ineluttabile, tra due popoli che rivendicano la stessa terra, ma come guerra coloniale, impari e asimmetrica, condotta contro i palestinesi e sostenuta dalle grandi potenze occidentali. A partire dalla compiacente Dichiarazione Balfour, che il movimento sionista intese come un lasciapassare senza clausole per l’insediamento in terra d’Israele reclamando – efficacissimo booster – un diritto ancestrale su di essa, attraverso gli anni del mandato britannico fino alla svolta del dopoguerra, con la migrazione ebraica accelerata dall’immane lutto della Shoah, la cronaca di Khalidi, mai lacrimevole né immemore dei molti errori commessi dalla leadership palestinese, mostra a dito il tragitto esponenziale del colonialismo d’insediamento, scandito sul ritmo duplice di occupazione ed espulsione. Con una postilla che allarga lo sguardo a includere i brutali attacchi di Hamas del 7 ottobre, il massacro di Gaza e il colossale disastro umanitario della Striscia. A fare da basso continuo, la scomparsa della popolazione palestinese dallo scenario della storia novecentesca e dalle agende politiche internazionali, la condanna all’inesistenza, la manomissione delle parole.

Proprio sulla scia della mistificazione per verba – sullo sfondo la pulizia etnica attuata a Gaza dal gabinetto Netanyahu e l’occupazione muscolare della Cisgiordania da parte dei coloni ebrei – si muove il saggio di Valentina Pisanty, uscito di recente da Bompiani, Antisemita Una parola in ostaggio (pp. 173, € 12,00), adamantina disamina che, saldamente ancorata nella filosofia del linguaggio e nella linguistica di Saussure, inquadra con precisione aristotelica, senza mai scartare dal binario della logica, il sequestro della parola «antisemita». E ne segue lo slittamento da un significato storico-tecnico, ben riepilogato nell’inventario delle infamie, dall’antigiudaismo cristiano e dalla giudeofobia medievale fino alle casuistiche razziali del positivismo ottocentesco e al baratro di Auschwitz; e, ancora, fino a una accezione distorta e strumentale, battuta a martello dagli alfieri a oltranza dell’Israele belligerante, pronta all’uso delle destre quattropuntozero, sovraniste e illiberali, in cerca di spicciole riabilitazioni dagli incubi del Novecento.

Snodo cruciale in questo senso è la fusione, in deroga a ogni filigrana logica, tra antisionismo (con multipli e sottomultipli di contrarietà alle politiche dello Stato di Israele) e antisemitismo, secondo il catechismo normativo della «Working Definition» ufficializzata nel 2016 dalla International Holocaust Remembrance Alliance e poi brandita dai governi – ovvia e conclamata la disonestà intellettuale – come silenziatore della ragione critica, nei più spericolati e dolosi cortocircuiti logici. La dorsale del saggio di Pisanty, percorsa senza mai perdere l’equilibrio, è la decostruzione della nuova definizione all-in di antisemitismo, con l’implicita, consustanziale anestesia di ogni critica alle politiche etno-nazionaliste e al militarismo aggressivo dei più recenti governi israeliani. A corollario, il pericolo sottocutaneo che la legnosa e totemica equivalenza di antisionismo e antisemitismo tolga gravità al secondo termine, dando la stura – boomerang clamoroso oltre che esempio fulgido di eterogenesi dei fini – a nuove ondate di negazionismo e di violenze antiebraiche.

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