L’ASSEMBLEA ONU VOTA CONTRO IL BLOQUEO. L’ITALIA SI ASTIENE da ANTIDIPLOMATICO e IL MANIFESTO
L’Assemblea ONU vota contro il bloqueo. L’Italia si astiene
Il servilismo del governo Meloni umilia i cittadini italiani: 130 Stati condannano l’assedio Usa contro Cuba, Roma si piega ai diktat di Washington
La Redazione de l’AntiDiplomatico 28 Ottobre 2026
L’Assemblea Generale dell’Onu ha detto un ennesimo, sonoro “basta” al blocco economico e finanziario imposto da Washington a L’Avana. Il risultato è netto: 130 voti a favore, 17 contro e 25 astenuti. Nonostante i numeri schiaccianti per fermare il blocco, gli USA hanno giocato la solita carta dei ricatti e della sottomissione. Pressioni mai viste, intimidazioni diplomatiche, telefonate dirette ai capi di Stato. Il segretario di Stato Usa Marco Rubio non si è limitato a chiedere favori, ha imposto la linea. E così, accanto ai soliti Stati Uniti e Israele, abbiamo visto allinearsi paesi che fino a ieri giuravano sulla propria indipendenza. Compresi i sovranisti di cartone nostrani.
Tra quelle 25 astensioni c’è infatti il governo guidato da Giorgia Meloni. Una scelta che non può essere letta come prudenza diplomatica o realismo politico. È servilismo puro. È la fotografia di un Paese che ha abdicato alla propria sovranità, piegando la schiena di fronte al diktat della Casa Bianca pur di non scontentare il padrone di turno.
Con l’astensione di fronte a un crimine riconosciuto da 130 nazioni, l’Italia non sta solo voltando le spalle a Cuba. Sta umiliando ogni singolo cittadino italiano. Dimostra che la nostra politica estera non vale nulla, che siamo un vassallo incapace di dire un “no” a un embargo che affama donne e bambini.
Mentre il mondo vota per la dignità di un popolo, l’esecutivo ‘sovranista’ sceglie l’ignavia. E i cittadini italiani sono costretti a incassare l’ennesima prova di una subordinazione che non ha più nulla a che fare con la diplomazia. Ha solo il sapore della vergogna e della sottomissione.
Radar e basi, il Pentagono ha stanziato 2,4 miliardi
Roberto Livi 29/10/2026
L’AVANA
Le spese per controllare l’isola Mentre l’incaricato d’affari Hammer prova a accendere una piccola guerra di religione
«Qui non siamo in Cuba, siamo a New York, negli Usa, la patria della libertà»: la sceneggiata si ripete ogni anno all’Assemblea generale dell’Onu quando Cuba presenta la sua mozione di condanna del bloqueo degli Stati uniti. Quest’anno, recitare il copione è toccato all’ambasciatore Usa all’Onu Mike Waltz, che nella seduta plenaria ha sostenuto la balla colossale che «gli Stati uniti non stanno attuando un blocco energetico contro Cuba» ma che i giganteschi black-out sono causati da un governo «corrotto e inefficiente». Alle proteste della delegazione cubana, Waltz ha risposto con la sceneggiata da film di serie C sugli Usa «patria della democrazia».
A smentirlo ci ha pensato un giornalista statunitense, Tracey Eaton, che ha spulciato e raccolto nel suo blog i dati economici del dispiegamento militare del Pentagono per controllare Cuba, che il solo governo Trump ha finanziato con ben 2,4 miliardi di dollari, tra cui 1.270 milioni per l’ampliamento e il rinnovamento della base navale a Guantanamo e 1.060 milioni per la infrastruttura di commando e di spionaggio del SouthCom, il comando delle forze Usa che controlla il subcontinente latinoamericano.
In particolare 212 milioni di dollari sono stati stanziati per la rete di radar di grande portata (Rothr) che individua il traffico aereo e marittimo attorno a Cuba. «Il Sistema Rothr utlizza onde ad alta frequenza che rimbalzano dalla ionosfera per individuare aerei e navi a una distanza tra 500 e 1600 miglia nautiche da Cuba e copre 2,2 milioni di miglia quadrate attorno all’isola», scrive Eaton. Qualunque nave si avvicini a Cuba, anche se spegne il trasponder, viene individuata. È successo qualche settimana fa alla Grace, bandiera delle Comore, che trasportava petrolio per Cuba nascosto nelle cisterne di zavorra. È stata intercettata da due guardacoste Usa e scortata in Messico.
Intanto l’incaricato d’affari Usa all’Avana Mike Hammer sembra impegnato a innescare una piccola guerra di religione a Cuba, aiutato dalle associazioni battiste dell’isola. Ha utilizzato la penosa condanna (due anni di libertà vigilata) inflitta all’influencer cubana Anna Bensi e a sua madre per aver violato la privacy di un ufficiale giudiziario che doveva consegnare loro un mandato di comparizione. Le due hanno fotografato la carta di identità dell’ufficiale e l’hanno messa in rete con le accuse di «abusador» al servizio del regime. Hammer ha subito dimostrato la sua solidarietà a Bensi ed è andato a trovarla nella sua abitazione – una casa da microbrigata costruita alla sovietica in blocchi di cemento prefabbricati – portandosi un cameraman per dare pubblicità all’evento in difesa della cristianità.
Nel video diffuso in rete si vede Hammer, piuttosto fuori forma, che sale lentamente le scale mentre la giovane Bensi scende a braccia allargate e con un grande sorriso. Solo che fuori campo si sente il grido di un vicino: «Abbasso il bloqueo, tornatene a casa», al quale Bensi risponde con un ben poco cristiano «Zitto tu, morto di fame». Nonostante questo, pastori battisti hanno preso la difesa di Anna Bensi: i loro fedeli hanno il diritto e il dovere di protestare contro «il regime», ma come cittadini lasciando fuori le chiese battiste. Un poco cristiano metodo di lanciare il sasso e nascondere la mano.
Ieri si è concluso il dibattito all’Onu, anche quest’anno la grande maggioranza dei paesi ha preso metaforicamente a calci il grosso sedere di Hammer e dei suoi mandanti. Non l’Italia di Meloni, che ha scelto la via più succube dell’astensione.
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