LA GUERRA ASIMMETRICA DELLO STATO CONTRO LE PIAZZE DEMOCRATICHE da IL MANIFESTO
La guerra asimmetrica dello Stato contro le piazze democratiche
Marco Assennato 28/10/2026
La bella stagione Secondo le attuali classi dirigenti europee attuali la democrazia consiste nell’azione di una élite tecnocratica che governa su un corpo sociale inerte senza spazio per i conflitti
Le rivolte che scuotono l’Europa sono l’ultimo appello da cogliere per evitare la catastrofe. Ci si chiede: manca la politica? Sì. La politica manca, ormai da troppo tempo, dentro alle istituzioni. La società ne è invece piena e gronda di inventiva e capacità d’organizzazione. Questo ciclo di lotte è tanto forte che resiste e dura contro dispositivi repressivi di una crudeltà ed efferatezza del tutto inedite. Più che all’iperpolitica di Anton Jäger – per cui movimenti diffusi non arrivano a darsi forme di continuità – siamo di fronte a una torsione reazionaria dell’ordine costituito che bombarda l’iniziativa sociale e ne disfa le connessioni. In questa guerra asimmetrica e inesausta contro i tumulti repubblicani, il corpo esangue dello Stato si deforma in senso eversivo, mentre la tenuta dei quadri normativi costituzionalmente definiti viene minacciata da una discrezionalità del potere esecutivo che ha perduto ogni ragionevolezza.
Basti guardare alle deliranti reazioni del presidente francese Emmanuel Macron e dei suoi ministri contro il movimento studentesco: esercito e squadre speciali della polizia sui manifestanti, coprifuoco, chiusura amministrativa delle università, arresti di massa, processi per direttissima su minori tenuti in fermo preventivo in condizioni disumane. E ancora: un ministro della giustizia che si presenta in tribunale intimando ai giudici di comminare «pene esemplari» ad adolescenti rei di avere rubato due sacchetti di patatine al supermercato, mentre dalla presidenza della Repubblica si evoca una classe speciale di soggetti «che non hanno alcuna legittimità» per convocare una manifestazione in contrapposizione alle «organizzazioni sindacali» che godrebbero di tale prerogativa – come se in una repubblica esistessero due tipi di cittadini, uno nel pieno possesso dei suoi diritti costituzionali e l’altro no. E a corollario di tutto ciò si discute apertamente di come escludere dalla competizione elettorale la principale forza di sinistra, descritta come ultragauche perché rea di intelligenza con le classi pericolose (e quindi ipso facto, unica estremista).
Tale, paradossale capovolgimento del rapporto tra Stato e società dipende dall’idea, tipica delle classi dirigenti attuali, secondo cui la democrazia consiste nell’azione di una élite tecnocratica che governa su un corpo sociale inerte e passivo, chiamato periodicamente a votare per esprimere la sua preferenza su opzioni vincolate da differenze marginali – di tono più che di contenuto.
In questa cultura – che caratterizza tanto i Macron, quanto gli Hollande, i Glucksmann o gli Attal e i Retailleau (lascio al lettore il piacere di immaginare la lista degli italiani) – non c’è spazio per i conflitti sociali, che quindi vengono intesi esclusivamente come errori del sistema, momentanee crisi, ma mai e in nessun caso come componenti fondamentali della vita democratica.
Questa cecità ideologica rende impossibile ai rappresentanti delle istituzioni, ogni interpretazione della fase che non passi per la pura violenza. Quando il disaccordo esplode sulla piazza pubblica, l’unica opzione è la repressione. Insomma non solo non c’è spazio per ipotizzare una relazione tra organizzazioni politiche, movimenti sociali, lotte e dinamiche istituzionali. Ma ogni costruzione politica che va in tal senso deve essere immediatamente distrutta dall’azione dello Stato.
Ora, se questo è il timbro fondamentale dell’avanguardia dei moderati europei (come di buona parte dei socialisti e delle forze cosiddette di centro-sinistra), ci si domanda cosa potrebbe accadere, tra sei mesi, se Marine Le Pen vincesse le elezioni. Mi pare che abbia ragione, in tal senso, Michel Feher: tutto il blocco centrale delle forze politiche (come le parti «in alto» del corpo sociale) è ormai entrato in una dinamica entropica che lo porta oggettivamente a convergere con la destra eversiva di Le Pen e Bardella. Ciò significa che in Francia (ma la dinamica mi pare comune a tutto il continente) è definitivamente tramontata la tripartizione del quadro politico tra un centro garante del sistema e due cosiddetti «estremi». Si confrontano, nella congiuntura attuale, organizzazioni politiche e movimenti democratici – che sembrano riscoprire risonanze internazionaliste – contro le forze eversive del nazionalismo e del tardo fascismo. Aut aut.
Un nuovo protagonismo, malgrado tutto
Andrea Fabozzi 28/10/2026
Prova a prenderli Tanti e ovunque, in tutte le grandi città, ragazze e ragazzi sono tornati a prendersi uno spazio che è loro, lo spazio pubblico che nessun governo può vietargli
Tanti e ovunque, in tutte le grandi città, ragazze e ragazzi sono tornati a prendersi uno spazio che è loro, lo spazio pubblico che nessun governo può vietargli. Perché non ne ha il diritto e soprattutto perché, come si è visto, non ci riesce. Il protagonismo dei giovani che per una settimana si è provato a cancellare per decreto e a nascondere sotto tonnellate del più banale perbenismo, evidentemente è qui per restare.
È la migliore notizia per questo Paese che ha un governo vestito di autoritarismo e un’opposizione che non sa cosa mettersi. Perché quando i principi fondamentali della democrazia sono messi in discussione – la libertà di riunirsi e manifestare, la libertà di dissenso, persino la libertà personale – l’unico modo efficace per difenderli è quello di esercitarli comunque, quei diritti. Malgrado tutto.
Serviva coraggio e serviva fantasia nell’organizzazione, li abbiamo visti. Così come abbiamo ascoltato negli slogan determinazione e fiducia nelle proprie ragioni. Tanto radicate da spingere migliaia di giovani a debuttare sulla scena politica e a sfidare gli ordini del fortino di palazzo Chigi che nelle strade di ieri avevano il peso delle cariche, degli idranti e dei manganelli. Accanimento inutile, perché chi è tornato a manifestare ieri, malgrado lo scenario di guerra costruito attorno, tornerà ancora. Fino a che non sarà ascoltato.
E ce ne sarà bisogno, perché quello che abbiamo visto all’opera – prima che i cortei si formassero, sorprendendo sorveglianti e pessimisti – è stato un apparato repressivo della peggior specie. La specie preventiva, per cui centinaia di ragazzi sono stati bloccati e allontanati dai cortei senza accuse ma in applicazione di un editto di emergenza emanato allo scopo: il fermo esteso ai minorenni.
Scene a metà tra la dittatura sudamericana e Minority report: ti impedisco di esercitare un tuo diritto perché mi sembri sospetto.
Ma alla fine non ci sono stati saccheggi né violenze (se non dalla parte delle divise); dunque o crediamo che i (pochi) violenti siano stati tutti neutralizzati per tempo senza che ne sfuggisse alcuno, oppure continuiamo a pensare che non sia una felpa, o una pelle, nera, a fare di una persona un colpevole. Continuiamo a pensarci una democrazia.
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