L’INGOMBRANTE PALESTINA IRROMPE ALLA KNESSET da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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L’INGOMBRANTE PALESTINA IRROMPE ALLA KNESSET da IL MANIFESTO e IL FATTO


L’ingombrante Palestina irrompe alla Knesset

Gad Lerner  29/10/2026

I veri vincitori Avevano tentato di metterle fuori legge – riammesse in extremis dalla Corte Suprema – e invece le liste palestinesi risultano le vincitrici indiscusse delle elezioni israeliane, raddoppiando la loro rappresentanza

Ospite indesiderata, la questione palestinese irrompe nella Knesset con diciannove deputati. Avevano tentato di metterle fuori legge – riammesse in extremis dalla Corte Suprema israeliana – e invece le liste palestinesi risultano le vincitrici indiscusse delle elezioni israeliane, raddoppiando la loro rappresentanza. Commette un grave errore chi la considera inutilizzabile, congelata. E sbaglia anche chi continua a chiamarle «liste arabe».

È una trappola lessicale definire genericamente aravim, arabi, i due milioni di palestinesi cittadini israeliani; perché tali essi si sentono, arabi palestinesi, né più né meno dei loro parenti della Cisgiordania, di Gaza e della diaspora discendenti della Nakba.

Senza conteggiare i 350 mila palestinesi “residenti permanenti” a Gerusalemme dopo l’occupazione del 1967, cui tuttora viene negato il diritto di voto.

La scelta dei palestinesi israeliani di recarsi in massa alle urne, anziché rassegnarsi come in passato all’astensionismo, contiene un messaggio disarmato ma potente ai loro concittadini ebrei: continueremo a esserci, ingombranti, accanto a voi. Non basterà bendarsi gli occhi davanti ai crimini perpetrati nella convinzione che la guerra soltanto garantisca la sopravvivenza, né scaricarci addosso l’odio per i crimini di cui siete stati vittime.

L’inedita, altissima partecipazione al voto dei palestinesi è una conseguenza diretta del clima minaccioso instaurato nei loro confronti dalla destra suprematista al governo che li considera un nemico interno da sorvegliare e discriminare. I loro rappresentanti, dunque, hanno assunto come priorità evitarne la riconferma e per questo si rendono disponibili a un fronte parlamentare alternativo.

La risposta che tocca ora alla disomogenea coalizione dei partiti alternativi a Netanyahu va molto al di là della contingenza. È fatidica, nel senso che traccerà una via di non ritorno. La loro idea di sionismo li vincola nell’esclusivismo ebraico o ammette la possibilità di allearsi con rappresentanti dei palestinesi?

Se Gadi Eisenkot confermasse quanto sostenuto in campagna elettorale – ovvero un no di principio a qualsivoglia collaborazione con le «liste arabe», cioè palestinesi – il mito residuo della democrazia israeliana non ne uscirebbe incolume. Che senso ha riconoscere (a stento, come si è visto) il diritto di voto a una minoranza del 20% della popolazione salvo poi applicare nei confronti dei suoi eletti una discriminazione di natura etnica, non politica? Chi rifiuta l’equiparazione automatica tra sionismo e razzismo (non a caso chi in Israele e negli Stati uniti si adopera per la formazione di un governo di unità nazionale col redivivo Netanyahu, lo chiama «blocco sionista») si troverebbe in forte imbarazzo.

È stato per primo Yair Golan, il leader che ha restituito una presenza dignitosa seppure marginale alla sinistra israeliana nella Knesset, a denunciarlo: attribuire un valore diverso a voti ebraici e voti arabi sarebbe, parole sue, una «distinzione razzista». Dettaglio non irrilevante: i Democratici, con Golan, hanno ottenuto più voti dei partiti di estrema destra di Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich.

La situazione di partenza, per quanto ancora possano registrarsi variazioni minime nell’assegnazione dei seggi, consegna un risultato netto: il blocco interetnico anti-Netanyahu sopravanza di 14 seggi il blocco Netanyahu: 67 a 53. È una falsa impressione che Bibi sia uscito rafforzato dalle elezioni. Rinunciare alla concreta possibilità di relegarlo all’opposizione gli consegnerebbe il via libera per proseguire una guerra feroce che ha per giunta un obiettivo impossibile: cancellare l’identità nazionale palestinese disciogliendola in un indistinto arabo sottomesso.

Di questa guerra i palestinesi cittadini d’Israele fino a ieri sono stati comparse di sfondo. Con la loro irruzione nonviolenta sulla scena, ne potrebbero diventare attori protagonisti.

“È il razzismo l’ostacolo all’unità coi palestinesi”

RANT  29 Ottobre 2026

Razionalmente sapeva che gli exit poll sono spesso smentiti e che i voti dei soldati vengono contati per ultimi e sono una garanzia per la destra. Ma Fania Oz Salzberger martedì non ce l’ha fatta a non cedere all’entusiasmo. “Ho pensato: ‘è lo scenario più vicino alle nostre speranze’”. Come molti attivisti della sinistra israeliana per la pace e la convivenza, anche l’autrice de Gli Ebrei e le parole (col padre Amos) ha passato il 27 ottobre a fare “presenza protettiva” in un seggio elettorale, contro brogli o violenze. “Sono stata a Hatera, dove il Likud è fortissimo e abitano solo kibbutzim”.

E ci sono stati problemi?

Mi ha sorpreso, ma no. Sono stata sei ore e c’è stata un’unica interferenza illegale. È andata peggio nelle zone ultraortodosse. Ho votato alla fine, poi mi sono trovata con un gruppo di 20 persone, seduti in cerchio ad aspettare gli exit poll. Tutti elettori dei Democratici, credo, di tutte le età.

Invece Golan non è andato particolarmente bene.

Certo, lo scenario migliore sarebbe stato avere una maggioranza, però sono soddisfatta per il risultato del voto arabo. È un bel risultato.

Eisenkot e gli altri possono fare una maggioranza con loro?

È quello che mi auguro. Ma mi rendo conto che non sarà facile, perché ci sono persone come Lieberman. Mi è piaciuta la scelta di Mansour Abbas di portare in squadra Segalovitz, un’icona anti-corruzione. Ma insomma il risultato delle liste arabe li ha resi una presenza innegabile nella politica israeliana e questo avvicina il cambiamento storico di cui abbiamo bisogno.

Netanyahu però non è scomparso…

Ma è molto difficile che formi il prossimo governo, a meno di un tradimento da parte dei membri del blocco del Parlamento.

Perché l’opposizione, a parte Golan, non apre ancora ai partiti arabi?

Perché dobbiamo renderci conto che anche tra gli elettori di Eisenkot, Lieberman e Bennett persiste un razzismo nei confronti dei palestinesi. Dovrà essere sconfitto se vogliamo un cambiamento: dagli ebrei e dagli arabi.

E ci sono i coloni…

Sono contenta che quel buffone di Ben-Gvir non abbia niente da festeggiare. Però la situazione ora è anche più pericolosa: questa gente può diventare incontrollabile. Dobbiamo stare attenti alla Cisgiordania.

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