L’ANNESSIONE PROCEDE ANCHE CON L’ARCHEOLOGIA da IL MANIFESTO e YOUTUBE
L’annessione procede anche con l’archeologia
Michele Giorgio 01/11/2025/2025
Terra rimossa Cisgiordania, patrimonio storico sotto «tutela». Ma è esproprio
L’annessione a Israele della Cisgiordania palestinese è in atto. In attesa di quella ufficiale, ogni giorno si materializza sul terreno in varie forme. E la conquista dei siti archeologici ne rappresenta un aspetto distintivo. Il 26 ottobre il governo israeliano ha approvato un nuovo stanziamento di 33,6 milioni di shekel (circa 9 milioni di euro) per il biennio 2025-2026 destinato allo sviluppo e alla «protezione e valorizzazione» dei siti archeologici in Cisgiordania. Presentato come un investimento culturale, in realtà è un esproprio del patrimonio storico nel territorio indicato come la porzione principale di un futuro Stato palestinese.
Già nel luglio del 2023 Netanyahu e i suoi ministri avevano approvato un «piano di emergenza» da 120 milioni di shekel (32 milioni di euro) per la «conservazione del patrimonio nella Valle del Giordano e in Giudea e Samaria», ossia la Cisgiordania occupata. Prima di quel piano erano stati stanziati altri 32 milioni per il sito di Sebastia (Nablus). L’intervento, mirato sulla carta alla «tutela del sito», ha comportato la sua separazione fisica dall’omonima città palestinese, l’installazione di una postazione militare permanente e la trasformazione degli scavi e dei ruderi antichi in un’attrazione turistica per gli israeliani.
Il ministro del Patrimonio Amichai Eliyahu ha parlato di una «tappa fondamentale» nella valorizzazione dei «tesori della Terra della Torah». «Ogni giorno che passa significa saccheggio delle nostre antichità», ha proclamato. «La decisione del governo è un messaggio chiaro: non stiamo aspettando, stiamo lavorando». Secondo Eliyahu, la legge in discussione alla Knesset – che consentirà a Israele di mettere le mani sul patrimonio archeologico cisgiordano – serve a garantire «maggiore efficienza nella lotta al (presunto, ndr) vandalismo palestinese».
Itai Grank, direttore generale dello stesso ministero, ha aggiunto che l’obiettivo è «rendere accessibili al pubblico israeliano i siti del patrimonio culturale della Giudea e della Samaria» e ha annunciato un programma di scavi che coinvolgerà volontari israeliani. In pratica, cittadini provenienti da Israele, assieme ai coloni insediati in Cisgiordania, avvieranno campagne archeologiche nei territori palestinesi occupati.
Così facendo si normalizza la colonizzazione. È già accaduto, ad esempio, con la «Città di Davide», sito gestito da coloni israeliani nel quartiere di Silwan a Gerusalemme, che attira ogni anno oltre 300mila turisti. Ai visitatori non viene spiegato che Silwan si trova nella zona palestinese (Est) di Gerusalemme, quindi nei territori occupati militarmente nel 1967. Il sito poi viene descritto come l’antica dimora del re Davide, sebbene questa affermazione poggi su un fondamento scientifico assai labile.
La parola «valorizzazione», spesso usata dalle autorità israeliane, nasconde un processo sistematico di annessione culturale. Lo sostiene lo studioso palestinese Khaled Daoud, docente all’Università di Birzeit. «L’archeologia in Cisgiordania non è mai neutra» spiega. «Ogni scavo, ogni delimitazione di un sito, coincide con un atto di controllo territoriale. L’obiettivo è ridefinire la geografia della memoria attraverso l’appropriazione esclusiva dei luoghi della storia condivisa». I docenti dell’Università An-Najah di Nablus, sottolineano la selettività dell’archeologia israeliana: «Si scavano solo i livelli che interessano la narrazione biblica e si ignorano quelli successivi, che testimoniano la presenza araba, musulmana e cristiana». Gli accademici palestinesi denunciano che molti villaggi vengono tagliati fuori dai loro luoghi storici e che le aree dichiarate siti archeologici diventano zone militari chiuse.
Negli ultimi mesi, le autorità israeliane hanno designato sessanta nuovi siti archeologici solo nella Cisgiordania settentrionale, anche in aree B sotto parziale controllo palestinese. A Tel Rumeida, nella zona di Hebron, gli scavi sono condotti con il coinvolgimento diretto dei coloni locali. Nella Valle del Giordano, le operazioni archeologiche hanno spesso portato alla chiusura di strade utilizzate dai contadini palestinesi per raggiungere i campi coltivati.
Alon Arad, dell’associazione Emek Shaveh, organizzazione israeliana che da anni monitora l’uso politico dell’archeologia, sottolinea che «dichiarando sempre più aree come siti archeologici off limits per i palestinesi, il governo usa le antichità per lo sfollamento e l’annessione e anche come strumento per una narrazione biblico-nazionalista che esclude altre storie e nega il legame palestinese con la terra».
UN REGNO CHE NON C’È
Alessandro Barbero
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