LA SFIDA È SOCIALE, NON ETICA NÉ MORALE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA SFIDA È SOCIALE, NON ETICA NÉ MORALE da IL MANIFESTO


La sfida è sociale, non etica né morale

Paolo Desogus  1406/2026

Da sinistra L’ipotesi di una crescita del neonato Futuro Nazionale impone tuttavia un cambio di passo, la riacquisizione di un vocabolario politico capace di porre con coraggio la questione sociale

Il mondo alla rovescia, titolo del volume con il quale Roberto Vannacci si è fatto conoscere al grande pubblico, non esprime soltanto una critica dal tenore reazionario ai costumi del presente. È anche un metodo politico, un modo di costruzione della propria platea, in parte già rodato da Giorgia Meloni (underdog), ma ora ripreso dal generalissimo nella sua forma più radicale.

Lo si è visto in televisione, qualche sera fa, e lo si evince anche dalle parole usate ieri all’assemblea costituente del suo nuovo movimento, Futuro Nazionale.

Il riferimento cinematografico alla «sporca dozzina», per indicare i suoi dirigenti politici transfughi dagli altri partiti della destra (ma usato anche per occultare l’assenza di un proprio personale politico adeguato), e soprattutto l’affermazione «siamo feccia, orgogliosi di esserlo» descrivono il rovesciamento valoriale con il quale Vannacci ha deciso di rivolgersi al proprio potenziale elettorato, ovvero a quella parte di paese che non si riconosce nelle istituzioni: alle realtà disgregate che si percepiscono fuori dal perimetro della democrazia, escluse dalla rappresentanza dei partiti, nonché deluse dal governo di Giorgia Meloni ed estranee al discorso della sinistra.

Le origini del vannaccismo non vanno però ricercate solo a destra, né il suo successo può essere snobisticamente ridotto a fenomeno di rozzezza culturale. I sondaggi che danno in forte ascesa il suo consenso ci dicono che le sue cause rimandano alla complessa questione sociale nata dalla convergenza di fattori economici, sociali e culturali irrisolti, strettamente connessi al problema democratico, ovvero al dissolvimento dei corpi intermedi, in primis dei partiti, e della rappresentanza nelle sedi parlamentari. Le sue origini sono in altre parole riconducibili a quella promessa neoliberale di benessere che ha esaltato l’individualismo e messo al bando tutto ciò che è collettivo e pubblico. E che però, come mostrano i dati sulla povertà, sui salari e sull’occupazione, ha tradito ogni aspettativa rivelando il suo carattere brutale ed egoistico.

Da prospettive ed esiti diversi, M5S, Lega e in parte Fratelli d’Italia hanno contenuto i primi scossoni di questa rabbia sociale. Ne hanno indirizzato il consenso, venuto però a mancare una volta che questi partiti sono passati alla prova di governo. Vannacci si candida ora a farsene rappresentante, inasprendo l’armamentario populista già sperimentato da Salvini e Meloni.

Omofobia, razzismo e autoritarismo, esibiti in modo plateale e sfacciato nel linguaggio della «feccia», di chi cioè è escluso e si sente autorizzato a dare sfogo al proprio rancore, catalizzano i sentimenti potenzialmente sovversivi che agitano questa parte d’Italia. Danno forma e contenuto a un malessere dai contorni vaghi, incerti, estranei a ogni processo di mediazione politica. Il vocabolario vannacciano dà infatti senso a qualcosa che, da una prospettiva di sinistra, andrebbe invece spiegato attraverso un’indagine materiale dei rapporti di classe nella traiettoria del conflitto tra capitale e lavoro.

Certo, nella realtà falsificata dalla cultura neoliberale, il recupero di un vocabolario che si proponga di ricomporre i sentimenti disgregati e ora strumentalizzati dal generale Vannacci può apparire come un’impresa ardua, soprattutto per quella parte di sinistra che ha abbandonato il lavoro politico nelle realtà periferiche, apparentemente protetta da parole d’ordine e temi rassicuranti nella propria area di consenso.

L’ipotesi di una crescita del neonato Futuro Nazionale impone tuttavia un cambio di passo, la riacquisizione di un vocabolario politico capace di porre con coraggio la questione sociale.

Questo significa anche smettere di inseguire Vannacci sul suo territorio. Se il suo mondo è al contrario, se i suoi sono «feccia», è inutile contestarlo sul piano morale. Del resto in tv da Gruber la domanda più appropriata è stata quella sulla patrimoniale, che Vannacci ha rifiutato. Insistere su questa forma redistributiva, che nelle proposte del Campo largo colpirebbe una parte piccolissima e privilegiatissima della popolazione italiana, così come insistere sui temi che rivelano l’origine della questione sociale e delle diseguaglianze, è la strada per smascherare Vannacci e la destra che si professa “popolare”, ma che in realtà coltiva esclusivamente gli interessi della parte più ricca del paese.

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