LA PAURA, LA NATO E L’ARTE DI GOVERNARE COL TERRORE da LA FIONDA e IL FATTO
La paura, la Nato e l’arte di governare col terrore
Giuseppe Gagliano 30 Giu , 2025|
Viviamo in un’epoca straordinaria. Un’epoca in cui si può dire tutto, purché coincida con la linea della Nato. In cui la libertà di parola è sacra, a patto che non sia esercitata. In cui il pacifismo è un reato e l’analisi geopolitica, se non proviene dal Pentagono o da una qualche ONG fotocopiata, è immediatamente bollata come disinformazione putiniana.
Siamo entrati nella stagione del monopolio psicologico della paura, versione aggiornata e corretta della dottrina Goebbels: non serve più urlare “al lupo!”; oggi basta dire “i russi!”. Funziona anche meglio.
L’arte di governare oggi non passa più per le urne, i programmi o le ideologie. Passa per il terrore. Terrore che arriva dallo spazio, dai Balcani, dalla Siria, dall’Ucraina, da Teheran, da Pyongyang, da Caracas e persino dalla Val Brembana, se necessario. L’importante è che faccia paura.
È una paura programmata, distribuita, incentivata, a volte anche in offerta speciale 3×2: “Acquista un drone Bayraktar e ricevi gratis il diritto di avere paura del prossimo conflitto nucleare”. Così si tiene buono il cittadino, si giustificano le spese folli in armi, si tacciono le spese in sanità, e si convince l’opinione pubblica che i carri armati sono più urgenti dei treni regionali.
Naturalmente c’è una regola d’oro: chi osa dire che l’imperatore è nudo, o peggio, che i missili ipersonici russi potrebbero non fermarsi al confine polacco se provocati, viene bollato immediatamente come nemico della democrazia. Anche solo ipotizzare che l’Italia, se entrasse in guerra con una potenza nucleare, farebbe la fine di Mariupol con l’aspettativa di vita di un paracadutista ucraino, è diventato un attentato alla sicurezza nazionale.
Eppure, a guardar bene, chi ha parlato per anni di pace è stato ignorato. Chi ha chiesto negoziati è stato ridicolizzato. Chi ha osato fare domande ha visto spegnersi il microfono, sparire l’invito, cancellarsi la rubrica. Il pluralismo si difende… con l’esclusione sistematica dei dissenzienti. Chi si ostina a ricordare che l’Italia ha partecipato a tutte le guerre americane dal 1999 in poi come utile idiota armato, viene trattato come un residuato bellico del ’68.
La realtà è che la politica estera italiana è in outsourcing. E non da oggi. Da almeno trent’anni, ogni volta che c’è da bombardare qualcuno, gli Stati Uniti fanno un fischio, e l’Italia corre con l’elmetto in mano, pronta a spedire qualche contingente a morire in missioni “di pace” che iniziano con i missili e finiscono con i funerali.
Ma guai a dire che siamo diventati una colonia armata senza sovranità. Bisogna credere che l’Europa si difende ammassando truppe ai confini della Russia. Che la pace si costruisce fornendo bombe a grappolo. Che la libertà si garantisce impedendo ai giornalisti di raccontare l’altro lato della storia.
Nel frattempo, la NATO – che nessuno vota e nessuno discute – si è trasformata in un parlamento armato della paura. Decide, pianifica, ammonisce e impone. E ogni volta che osa dire “l’Iran farà questo” o “la Russia farà quello”, l’Italia obbedisce. Non per convinzione, ma per riflesso condizionato: è la diplomazia della coda tra le gambe.
Il cittadino medio, intanto, vive nel terrore di morire per Teheran o per Dnipropetrovsk, mentre fa fatica a pagare la spesa. Ma se prova a chiedere: “Scusate, ma non sarebbe il caso di investire in sanità invece che in portaerei?”, lo zittiscono con l’accusa più infamante del nostro tempo: “filo-russo”. Non “ignorante”, non “illuso”, ma “filo-russo”. Come se fosse un reato pensare.
E così la guerra diventa normalità, la militarizzazione si fa etica, e la propaganda è il nuovo vangelo civile. Ma, per carità, continuiamo a parlare di “valori occidentali”.
Forse sarebbe il caso di dire le cose come stanno: l’Italia ha bisogno di una politica estera autonoma, di una difesa nazionale e non coloniale, di una narrazione meno isterica e più razionale.
E soprattutto, ha bisogno di riprendersi il diritto di avere paura solo quando è necessario. Non quando conviene a chi fabbrica armi e narrazioni.
Bei “sovranisti”. Roma non ha nemici, ma compra le armi per le guerre altrui
Alessandro Orsini 1 Luglio 2025
Giorgia Meloni spenderà il 5% del Pil nella difesa come richiesto da Trump. Per capire ciò che sta accadendo, occorre sapere che l’Italia è uno Stato satellite. Uno Stato satellite è uno Stato la cui politica estera e la cui politica di sicurezza sono controllate da una potenza straniera. Il fatto di essere uno Stato satellite comporta due conseguenze.
La prima è politico-militare: l’Italia, non avendo nemici, comprerà tante armi dagli Stati Uniti per utilizzarle nelle guerre decise dalla Casa Bianca. La Casa Bianca si prepara alla guerra con la Cina, con l’Iran e magari pure con la Russia, se la situazione andasse fuori controllo. E ha bisogno di alleati ben armati per migliorare la propria deterrenza e scaricare parte dei costi delle proprie guerre su di loro. L’Italia è entrata nei teatri di guerra in Afghanistan e in Iraq per alleggerire i costi degli Stati Uniti. I soldati italiani, che tutti amiamo e rispettiamo, non si trovano in Libano per difendere gli interessi nazionali dell’Italia, ma per aiutare la Casa Bianca a risparmiare soldi e soldati. La Casa Bianca ha creato molti disastri in Libano. L’Italia mantiene i soldati in Libano per porre qualche piccolo rimedio a quei disastri smisurati. Analogo discorso vale per la missione italiana nel Mar Rosso contro gli Houthi. Gli Stati Uniti hanno creato un disastro in Palestina. Gli Houthi hanno reagito e l’Italia ha mandato le navi da guerra. Un caso eclatante che dimostra che l’Italia compra le armi americane per metterle al servizio degli americani è il bombardamento italiano della Libia del 2011. Il 30 agosto 2008, Berlusconi e Gheddafi avevano firmato il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione, noto come Trattato di Bengasi. Quando Berlusconi seppe che la Libia sarebbe stata attaccata, minacciò di dimettersi, consapevole che il bombardamento avrebbe danneggiato l’Italia. Il 15 aprile 2011, Silvio Berlusconi e Ignazio La Russa assicurarono che l’Italia non avrebbe bombardato la Libia. Il 28 aprile, la bombardarono. L’Italia si era piegata alla Casa Bianca in pochi giorni. La guerra della Nato per il rovesciamento di Gheddafi, a differenza di ciò che ha dichiarato La Russa il 19 febbraio 2015 a La7, fu illegale. La risoluzione 1973 dell’Onu del 17 marzo 2011 non autorizzava la Nato a bombardare la Libia in combutta con i ribelli libici per trucidare Gheddafi e sostituirlo con un presidente filo-occidentale. Non è vero che la Nato bombardò la Libia in quel modo perché lo chiese l’Onu. L’Onu non chiese mai il rovesciamento del regime libico.
La seconda conseguenza è psicologico-sociale: l’Italia, come si conviene a uno Stato satellite, accetta lo stigma di Trump senza ribellarsi. Secondo Trump, se l’Italia non spende il 5% del Pil, allora gli italiani “scroccano” le armi americane. È ciò che Trump ha dichiarato davanti al no di Sánchez: “La Spagna scrocca!”. In realtà, la Casa Bianca “scrocca” le armi e i soldati dell’Italia, costringendola ad assumersi parte dei costi delle sue guerre fallimentari. I soldati italiani sono andati in Afghanistan e in Iraq (dove sono pure morti a Nassiria) per aiutare la Casa Bianca a controllare il territorio iracheno. Non avendo nemici né guerre proprie da combattere, l’Italia spenderà il 5% del Pil per prepararsi alle guerre future degli Stati Uniti. L’Ucraina lo conferma. Biden ha incancrenito la guerra rendendo impossibile una soluzione diplomatica. E adesso Trump scarica sull’Italia i costi della guerra per procura degli Stati Uniti contro la Russia chiedendole di comprare armi americane da dare all’Ucraina (il piano di riarmo serve anche ad armare Zelensky).
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