LA PACE È UN AFFARE ANCHE DEI POPOLI da IL MANIFESTO
La pace è un affare anche dei popoli
Gaetano Azzariti 28/06/2026
Nuova Helsinki In una situazione di totale stallo bellico e di incerto futuro spetta più che mai alla comunità internazionale promuovere una conferenza mondiale
È guerra totale, la risoluzione delle controversie internazionali non viene più affrontata in base al diritto, non è più affare di rapporti tra Stati, conta solo la forza. Non solo si moltiplicano i teatri del conflitto, si amplia la nozione di guerra.
Guerra non più solo tra eserciti, ma eserciti contro intere popolazioni. Il genocidio è all’ordine del giorno e sotto gli occhi di tutti. Si può accettare di vivere dentro lo stato di natura, nella prospettiva di una guerra di lunga durata? Sempre che non si realizzi la follia – oscenamente ipotizzata – dell’apocalisse nucleare, che porrebbe sì fine al conflitto ma anche all’umanità.
In questa situazione è massima la responsabilità dei singoli Stati e della comunità internazionale. Sino a ora si sono limitati a schierarsi, a prendere una parte tra i soggetti in conflitto. Non intervenendo direttamente nelle guerre in corso, ma fornendo armi, oppure incrementando le spese per le forze armate. Preparando dunque la guerra: si vis bellum, para bellum. Sul piano dei rapporti internazionali, appaiono troppo deboli le misure di contrasto nei confronti delle palesi violazioni del diritto internazionale, nonché le azioni per opporsi ai crimini di guerra – se non genocidari – compiute contro popoli e cittadinanza civile. Eppure, per quanto riguarda il nostro Paese, la Costituzione è chiara nell’indicare qual è la via da seguire.
L’articolo 11 non può essere equivocato: «L’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», in ogni caso. Le limitazioni di sovranità che esso prevede sono espressamente finalizzate ad assicurare la pace e la giustizia tra le Nazioni e a promuovere le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. Limitazioni per conseguire la pace, dunque, non per partecipare alle guerre, né proprie né altrui.
Per questo non possono essere condivisi i tentativi di disarticolare l’unitaria (anche dal punto di vista sintattico) disposizione costituzionale separando il «ripudio» dalle «limitazioni di sovranità», e fornendo a queste ultime una forza precettiva assoluta del tutto sganciata dalle inequivocabili ed esplicite finalità di pace e giustizia tra le Nazioni. In tal modo si finisce per piegare il principio pacifista, per come è inscritto nel nostro ordinamento costituzionale, ad altre logiche, finendo per subordinarlo alle strategie di potenza ovvero alle politiche non sempre puramente difensive delle alleanze militari cui siamo legati. Obblighi internazionali cui siamo certamente vincolati, ma solo fin tanto che non si infrangono i principi supremi e che non possono ostacolare il dovere di solidarietà internazionale che ci impone di agire per la pace, in termini attivi, non puramente simbolici.
Manca del tutto una prospettiva che non sia solo nazionale ma chiami in causa tutte le nazioni «civili», che coinvolga l’organizzazione internazionale preposta ad assicurare la pace (l’Onu). Eppure, basterebbe dare attuazione a quanto è stato previsto dopo la Seconda guerra mondiale per scongiurare il «flagello della guerra». In fondo un compito che lo Statuto delle Nazioni unite ha affidato agli Stati non belligeranti, i quali – ai sensi degli articoli 33 e 52 – devono anzitutto perseguire una soluzione mediante negoziati, accordi o altri mezzi pacifici di loro scelta. Un tipo di azione non armata, ma tanto più necessaria in assenza di un intervento diretto del Consiglio di sicurezza, paralizzato dalla sciagurata regola dell’unanimità di voto dei membri permanenti (art. 27). Un intervento reso ancor più urgente dalla chiusura di ogni canale o possibilità di accordo tra le diverse parti in guerra, che non sembrano disposte al compromesso. Adoperarsi per non lasciare soli i popoli oppressi dagli Stati e negli Stati (siano essi ucraini, russi, palestinesi, israeliani, sudanesi, congolesi, etc.).
Non ci si può voltare dall’altra parte, come si suole ripetere, ma non si deve neppure fomentare la scontro armato. Invocare solidarietà per l’aggredito, non può voler dire esclusivamente fornire armi per proseguire la guerra o limitarsi ad elevare pur legittime proteste diplomatiche di fronte alle palesi violazioni del diritto internazionale. Diventa necessario anche e soprattutto fare di tutto per rimuovere le cause del conflitto e giungere ad un nuovo equilibrio che coinvolga non solo le nazioni belligeranti, ma l’intera comunità internazionale. Se è dunque vero che la guerra non è solo «affar loro», costruire la pace è un «nostro» preciso dovere.
Una precisa strada è stata indicata. La richiesta è quella – rivolta ai governi, ma anche ai popoli – di promuovere una conferenza internazionale per garantire la pace e la sicurezza tra le Nazioni. Non è un compito facile, ma è questo ciò che spetta fare alla comunità internazionale in una situazione di stallo bellico e di incerto futuro come è quella attuale. Una proposta che, nell’ostinato silenzio di chi ha responsabilità di governo, è stata fatta propria anche da noi, dalla più alta autorità politica del nostro paese (Mattarella di fronte al parlamento del Consiglio d’Europa), ovvero dalla massima autorità religiosa. Ma non ha visto l’impegno dei nostri e degli altri governi, tantomeno dell’Europa o della Nato, indaffarati tutti a guardare altrove, a porre veti, a gonfiare il petto usando parole di potenza, non, invece, agendo praticamente per giungere ad un accordo internazionale di pace, sospinti dalla umana compassione e dalla solidarietà tra i popoli.
Non si dica che è pura utopia, in caso è sano realismo. È la storia, infatti, che ci insegna che non si è mai conclusa una guerra senza un’equilibrata e stabile intesa tra le parti. Senza un accordo generale potremmo avere solo una serie di tregue armate, in attesa dei successivi conflitti. Una conferenza internazionale che definisca un nuovo scenario e impegni tutti i Paesi al reciproco rispetto, sottoscrivendo un patto di convivenza tra i popoli e le Nazioni, è la forma giuridica che la storia ci ha consegnato: dal Trattato di Qadeš (1259 a.c.) a quello di Helsinki (1975 d.c.).
L’accordo di Washington è una cornice senza quadro
Lorenzo Trombetta 28/06/2026
Libano Il ritiro delle truppe israeliane comincerà dopo che saranno resi noti i dettagli. E i dettagli si definiranno dopo che sarà cominciato il ritiro
Se la storia fosse fatta di dichiarazioni, il 26 giugno 2026 sarebbe un giorno memorabile: il Libano riconosce Israele e Israele assicura di non avere ambizioni territoriali in Libano. I due paesi escono formalmente dallo stato di belligeranza.
Una condizione in cui sono dalla loro nascita, da circa ottant’anni. Ma la storia è fatta anche di dettagli. Che nell’accordo-quadro firmato a Washington mancano quasi del tutto.
C’è è una cornice, tutta americana, confezionata con un occhio alle elezioni israeliane di ottobre e uno a quelle di medio termine negli Stati uniti di novembre. Quello che non c’è è il contenuto nella cornice. Perché il cuore dell’accordo, il cosiddetto «allegato di sicurezza», deve ancora essere scritto: le parti hanno firmato un’intenzione ma i dettagli verranno dopo, con gli americani seduti al tavolo.
La sequenza prevista è questa: primo, il disarmo di Hezbollah e degli altri gruppi armati non statuali e delle loro infrastrutture. Secondo, il ritiro progressivo israeliano dal territorio libanese, a partire da «zone pilota». Terzo, l’esercito libanese diventa progressivamente l’autorità effettiva in quelle zone, poi nell’intero paese. Quarto, arrivano i soldi della ricostruzione (ma non iraniani) e la gente torna a casa. Sulla carta, ha una sua logica. Sul terreno, ha almeno tre buchi enormi.
Il primo: le «zone pilota» da cui Israele si ritirerebbe: i media libanesi indicano un’area circoscritta a sud di Nabatiye, forse il castello di Beaufort, e un’altra nella regione di Wazzani, che non è mai stata teatro di guerra in senso stretto. Ritirarsi da Wazzani costa poco a Israele mentre non sembra ci sia accordo sull’eventuale altra «zona pilota». In ogni caso, le altre zone «saranno determinate di comune accordo», ma solo dopo che sarà stato attuato quanto previsto nell’«allegato di sicurezza» ancora da scrivere.
La geometria è questa: i ritiri reali vengono dopo i dettagli, e i dettagli vengono dopo che i ritiri iniziali avranno dimostrato qualcosa. Nel frattempo, i droni e i jet israeliani continuano a sorvolare lo spazio aereo libanese. Le ruspe continuano a demolire nell’estremo sud. E Israele afferma di non avere ambizioni territoriali in Libano, in un paese dove segmenti crescenti del proprio elettorato chiedono la colonizzazione almeno fino al Litani.
Il secondo buco: il disarmo di Hezbollah. Non si capisce come il governo libanese, tramite un esercito che gli americani sostengono da anni senza risultati definitivi sul fronte della sovranità, riuscirebbe a smantellare la struttura militare e sociale del Partito di Dio. Non è una questione tecnica. È una questione politica. Nel governo libanese siedono due ministri di Hezbollah, perché nel sistema i governi devono includere tutte le comunità politico-religiose in virtù di un patto di convivenza non scritto ma inviolato da decenni. L’accordo firmato a Washington separa il Libano dall’equazione iraniana, mette Hezbollah alla porta di uno Stato di cui è però parte integrante. Questo «altro Libano» che si stacca da Hezbollah esiste. Ma non cancella l’«altro Libano» che non ci sta.
Terzo buco: i soldi. La ricostruzione del sud sarà finanziata dai paesi arabi del Golfo, gli unici con casse sufficienti a comprare influenza politica, ma non è detto che a Riad, Doha e Abu Dhabi abbiano fretta di investire in un simile esperimento. Inoltre, si specifica che i fondi non dovranno essere iraniani e che non dovranno arrivare a Hezbollah: non si capisce come il governo di Beirut riuscirà in pratica a controllare canali di finanziamento che attraversano reti informali radicate da quarant’anni nel tessuto del sud libanese.
Tutto questo non significa che l’accordo sia carta straccia. Significa che è, per ora, una cornice senza quadro. L’altro Libano, quello delle massicce e sentite celebrazioni dell’Ashura a Nabatiye, quello degli sfollati che sono tornati anche solo per dire «ci siamo», quello che ha fatto sentire la propria voce nelle proteste delle ultime ore, non si cancella con una firma. Non sono marionette di Teheran: sono libanesi che vivono sotto il fuoco incrociato da anni e che, a torto o a ragione, identificano in Hezbollah l’unica forza che li protegge in assenza di uno Stato a dir poco latitante. Delegittimarli come appendice iraniana è, oltre che sbagliato, politicamente controproducente.
È però assai improbabile che la spaccatura porti alla guerra civile. Il contesto è radicalmente diverso dal 1983, quando un accordo tripartito con Israele saltò in pochi mesi: allora infuriava davvero la guerra civile, la Siria di Asad padre era una potenza regionale, l’Iran di Khomeini era in grande ascesa e Hezbollah in fase di fondazione e decollo. Oggi la Siria di Ahmad Sharaa assomiglia più a una filiale turco-americana che a un attore indipendente. E il Libano profondo, quello delle basi intermedie dei potentati verticali, dei capi comunitari che gestiscono il sistema con logiche clientelari, non vuole la guerra civile. Nessuno, filo-americani e filo-iraniani compresi, ha un reale interesse a portare il paese allo scontro fratricida aperto. Il nodo reale, quello che l’accordo non tocca e che nessun allegato di sicurezza potrà risolvere per decreto, è strutturale: un paese che da decenni non produce, non tassa, non si difende da solo, che ha esternalizzato la propria sicurezza in parte all’Iran e in parte agli Stati uniti, con un’economia basata sulle rimesse della diaspora, non costruisce sovranità firmando a Washington. La firma può essere un punto di partenza, se la sequenza verrà rispettata e se i dettagli che mancano verranno riempiti in modo equo.
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