LA MINACCIA ROSSA NELL’AGENDA DI TRUMP da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
24430
wp-singular,post-template-default,single,single-post,postid-24430,single-format-standard,wp-theme-stockholm,wp-child-theme-stockholm-child,cookies-not-set,stockholm-core-2.4.6,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.13,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-8.2,vc_responsive

LA MINACCIA ROSSA NELL’AGENDA DI TRUMP da IL MANIFESTO


Si stampi la propaganda. La minaccia rossa nell’agenda di Trump

Luca Celada  12/07/2026

LOS ANGELES

America oggi Il presidente americano scrive la sua Storia maccartista, in vista di un mid term in cui si prepara a lanciare accuse di comunismo

A mezzanotte di venerdì negli Stati uniti è entrata in vigore il Road to Housing Act. Si tratta di un pacchetto legislativo di agevolazioni per la costruzione di nuove abitazioni, limiti alla speculazione immobiliare-finanziaria e incentivi per l’affitto che è passato con una larga maggioranza di 85-4 al Senato e 358-32 alla Camera. Un piccolo miracolo bipartisan, insomma, per una legge utile, da parte di un Congresso che da un anno è paralizzato dal muro contro muro e ha varato solo una ventina di leggi. Questa ha però avuto la particolarità di entrare in vigore senza la firma del presidente. Per rappresaglia contro il Parlamento che non ha approvato la riforma elettorale che vorrebbe prima dei midterm, Donald Trump ha infatti rifiutato di compiere l’atto ufficiale.

LA NORMA è stata ratificata automaticamente (dopo dieci giorni la regola lo prevede, a meno di un veto esplicito dell’esecutivo), ma il siparietto del presidente ostruzionista ha rimandato l’ennesima paradossale immagine di una nazione – ed il suo stesso partito – ostaggio dei capricci presidenziali.

La volitività del presidente-sovrano è ormai universalmente nota, ben conosciuta da alleati ed avversari politici, negoziatori iraniani e capi di stato. In Regime Change, l’ultimo libro di Maggie Haberman e Jonathan Swan, il comandante in capo è descritto come un autocrate impuntato, assecondato da concentriche cerchie di funzionari addetti a compiacerlo (compresa l’assistente il cui lavoro consiste nello stampare articoli e menzioni lusinghiere su una stampante portatile e porgerle al capo nel corso della giornata lavorativa).

OGGIGIORNO quel mestiere non sembra differire poi molto da quello del segretario generale della Nato, passato ad essere principale imbonitore del volubile alleato d’oltreoceano. I leader dei paesi membri sembrano altrettanto usi ormai a far fronte alla patologica incostanza del presidentissimo con teatrali piaggerie e complimenti insinceri nella speranza mal riposta di «passare ’a nuttata».

La dinamica produce vertici come quello di Davos o di Ankara dove sfuriate e accuse, rimostranze e paventate rappresaglie possono, dopo una giusta dose di lusinghe e foto di gruppo, mutare in dichiarazioni di concordia e posticcia solidarietà. Al centro di queste occasioni vi sono, immancabilmente, le conferenze stampa in cui Trump si esibisce in sperticati auto elogi incentrati su sale da ballo e colonne corinzie o disquisisce di vittorie elettorali passate e future. Tutto annotato con diligenza dalla stampa stenografante che riporta ogni bipolare esternazione come cronaca politica.

NELLA NARRAZIONE trumpiana il mondo esiste in un lungo presente antistorico il cui copione è scritto in bordate notturne di post social e su cui il presidente asserisce un controllo orwelliano. La mitopoiesi non ammette contradditorio né i «disfattismi» di cui Trump ama accusare la stampa. Il ruolo dell’informazione è di giocare in squadra, non collaborare col nemico, un fatto che se necessario il governo ribadirà con le querele miliardarie per danni o, come accaduto questa settimana, con mandati di comparizione per giornalisti del New York Times. La loro colpa? Aver scritto dell’aereo omaggio del Qatar che è stato necessario abbandonare in Europa per insufficienti misure di sicurezza.

SE L’INFORMAZIONE è virata in propaganda, l’agiografia sostituisce la storia. Ad Ankara Trump ha nuovamente presentato il “plot twist”, la variazione di trama, già riesumata per il 4 di luglio, parlando della «minaccia comunista che si addensa sugli Stati uniti» e qualificandola come la più pericolosa affrontata dalla nazione dai tempi della fondazione.

Come spesso accade, Trump è capace di sommare alle falsità uno sconcertante candore. A proposito della riforma sulla casa, al presidente repubblicano della Camera, Mike Johnson, aveva recentemente spiegato che «di queste cose non gliene frega un cazzo» alla gente, che invece si appassiona alla minaccia straniera.

CON UN MACCARTISMO fuori tempo massimo il presidente rispolvera ora le lezioni acquisite in gioventù dal mentore Roy Cohn, avvocato di famiglia ed ex braccio destro di Joe McCarthy durante la caccia alle streghe degli anni ’50. Soprattutto propone alla base una nuova drammaturgia semplificata dove lui interpreta il ruolo di eroico giustiziere contro un male assoluto (intercambiabilmente gli immigrati, gli iraniani, i comunisti…).

Nello specifico l’estemporanea “red scare” ha un’utilità specifica in una campagna elettorale di mezzo termine dove, in vista di una prevedibile batosta, la strategia è incentrata sulla demonizzazione della risorgente ala progressista dei Dem. La direttiva è stata immediatamente recepita da ogni candidato repubblicano che alla minaccia comunista (o eventualmente «cinese») ha adeguato spot e messaggistica. Qui, nel copione della Casa bianca, la narrazione si fonde con quella sviluppata per mantenere il potere minando preventivamente la legittimità delle elezioni. Dal Fbi alla direzione della National Intelligence, si moltiplicano le insinuazioni di interferenza cinese nelle elezioni del 2020, un complottismo sostenuto da “indagini” come quelle che hanno portato alla requisizione delle schede elettorali in Georgia a gennaio.

Anche in questo caso chi non è utile a sostenere la trama viene eliminato, il caso dei membri della commissione federale sulle elezioni licenziati in tronco venerdì, ultimo episodio di un’epurazione che ha visto centinaia di negazionisti fedeli al presidente insediati in commissioni locali che a novembre potrebbero decidere eventuali ricorsi elettorali.

COME PER TUTTE Le affabulazioni trumpiane, non è necessario che sia una maggioranza a credere al complotto dei «vasti brogli» comunisti. È sufficiente che ci creda molto una sostanziale minoranza. Le manovre elettorali e all’occasione l’apparato paramilitare Ice potrebbero fare il resto.

Stati uniti contro «i rossi». Un’impresa collettiva

Fabrizio Tonello  12/07/2026

America oggi Dalle università a Hollywood alle persecuzioni dell’Fbi. La «red scare» che Trump rivuole «grande»

Il 18 gennaio 1949 Edward Hopper consegnò al suo gallerista un quadro che rappresentava tre persone in un ambiente vasto e spoglio, un loft, illuminato solo dall’esterno. Una delle persone è seduta e sta parlando, le altre due (un uomo e una donna) sono in piedi e ascoltano. Dietro di loro, delle pezze di tessuto. Quasi subito, Conference at Night fu acquistato da Stephen Clark, uno dei principali collezionisti di Hopper. Un mese dopo, però, Clark restituì il quadro alla galleria perché la moglie di Clark era convinta che l’opera assomigliasse un po’ troppo «alla riunione di una cellula comunista».

L’EPISODIO ci dice quanto la paranoia della guerra fredda fosse penetrata a fondo nella borghesia americana: siamo nel 1949, l’anno dell’esplosione della bomba atomica sovietica in agosto e della vittoria di Mao in Cina in ottobre. È l’anno dei decreti del presidente Truman sulla lealtà dei dipendenti federali, della convenzione del Cio che espelle undici sindacati di sinistra. Nell’estate del 1948 erano stati arrestati Alger Hiss e i vertici del partito comunista degli Stati uniti, che peraltro non aveva mai avuto più di qualche migliaio di iscritti; nell’autunno del 1949 Judith Coplon, una funzionaria del dipartimento di Giustizia, viene processata per spionaggio a favore dell’Unione Sovietica. La Red Scare, la grande paura dei “rossi” è già pervasiva, ancora prima del celebre discorso del senatore Joe McCarthy a Wheeling, in Virginia, il 9 febbraio 1950, che darà inizio alla persecuzione di centinaia di migliaia di americani.

IL TERMINE stesso «McCarthyism», coniato dal vignettista Herbert Block nel marzo 1950, è ingannevole: il maccartismo non era l’ossessione di un singolo senatore repubblicano: era un vasto e articolato composto da politici ambiziosi come Richard Nixon, dall’American Legion, dalla Chiesa cattolica, dai sindacalisti anticomunisti, dalla grande industria e dai giornalisti conservatori. Al centro, naturalmente, c’era Edgar Hoover e il suo Fbi, capace di operare in ogni angolo della vita americana.

PER ESEMPIO Nixon, deputato della California, nella sua campagna per il Senato del 1950 accusò la sua avversaria democratica Helen Gahagan Douglas di essere Pink right down to her underwear – rosa (cioè rossa e filosovietica) anche nella biancheria intima. La formula era stata coniata dal proprietario del Daily News di Los Angeles, Manchester Boddy e ripresa pari pari da Nixon stampando anche il celebre “Pink Sheet” su carta rosa che paragonava i voti al Congresso di Douglas a quelli del socialista di New York Vito Marcantonio in 500.000 copie su carta rosa. Nixon vinse con ampio margine.

Come ha scritto molti anni fa Richard Fried, della University of Illinois, l’anticomunismo «traeva la sua persistenza da un grappolo di valori profondamente radicato e condiviso da gran parte della società americana», ovvero un insieme di convinzioni «favorevoli alla proprietà privata e ostili al collettivismo». McCarthy fu quindi, durante la prima metà degli anni Cinquanta, il portavoce di primo piano delle forze anticomuniste ma non il loro creatore o leader.

La persecuzione dei comunisti e dei radicali americani nel secondo dopoguerra non fu solo, e spesso nemmeno principalmente, un’operazione dello Stato. Fu un’impresa collettiva che si servì della cornice legale e informativa fornita dal governo federale, ma che venne poi portata avanti e resa capillare da attori privati.

IL CASO PIÙ NOTO è quello dell’industria cinematografica, dove il ruolo più importante fu svolto dalla Motion Picture Alliance for the Preservation of American Ideals (Mpa), fondata nel 1944 da personaggi come Walt Disney, John Wayne e Ronald Reagan. La Mpa era nata per contrastare i tentativi di sindacalizzazione nei grandi studios di Hollywood e fu all’origine della celebre Waldorf Declaration, con cui i produttori, nel 1947, si impegnarono a non impiegare «coscientemente comunisti o altri sovversivi». Era un accordo tra imprese private, non una legge.

Un aspetto particolarmente attuale della persecuzione di tutti i radicali e i progressisti con il pretesto del comunismo è quello dell’università. Secondo la storica Ellen Schrecker «L’università non combatté il maccartismo. Vi contribuì». Nel 1953, quando la Commissione per le attività antiamericane iniziò le sue audizioni sulle università, i presidenti di 37 atenei, fra cui Columbia, firmarono un documento sulle sulla libertà accademica che di fatto legittimava la persecuzione. Il testo indicava che l’appello al Quinto Emendamento per evitare risposte che portassero all’incriminazione del testimone, «impone al docente un pesante onere della prova» sulla propria idoneità all’insegnamento e obbliga l’università a «riesaminare le sue qualifiche». I licenziamenti avvenivano non perché imposti da leggi federali, ma perché gli amministratori temevano il danno alla reputazione dell’università causato da eventuali audizioni parlamentari e agivano prima che intervenisse il potere pubblico. Esattamente ciò che sta accadendo oggi con il pretesto delle prese di posizione filopalestinesi.

GLI STATI UNITI del 2026 non sono quelli degli anni Cinquanta ma il nome stesso del movimento creato da Trump, Make America Great Again rivela il sogno dei suoi militanti: rifare l’America di 70 anni fa. L’enfasi dello slogan sta tutta nella parola again, «di nuovo». Rifare gli Stati uniti con le Cadillac, i sobborghi residenziali, le mogli bionde e sottomesse, i servizi religiosi e il barbecue della domenica. Niente neri o ispanici se non per fare le pulizie o raccogliere i pomodori. Niente sindacalisti e sovversivi, niente contestazioni o rivolte, niente che turbasse la pace di un mondo ordinato e prevedibile, quanto meno per le classi medie. Il mondo perfetto (e perfettamente televisivo) del film di Peter Weir The Truman Show.

Si tratta ovviamente di un sogno assurdo, che finirà nel disastro come tutti i programmi fascisti dell’ultimo secolo. Ciò che non sappiamo è quanto durerà l’incubo e quante sofferenze infliggerà agli Stati uniti e al mondo intero.

No Comments

Post a Comment

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.