IL PREGIUDIZIO DEMOCRATICO da VOLERE LA LUNA e ANTIDIPLOMATICO
Il pregiudizio democratico
05-08-2025 – di: Piero Bevilacqua
Ci sono pochi dubbi sul fatto che analisti, esponenti politici, giornalisti del mondo occidentale fondano la propria scelta di campo (o coprono la loro malafede), sovrapponendo il proprio giudizio sul regime interno dei paesi alle loro posizioni di politica estera. Se gli stati non sono democratici – secondo gli standard decisi in occidente – qualunque sia il loro comportamento, in qualunque controversia, hanno torto in partenza, sono dalla parte sbagliata della storia. Il caso più recente di applicazione di tale criterio l’abbiamo osservato in occasione della cosiddetta “guerra dei 12 giorni” tra Israele e Iran. Il fatto che il governo iraniano abbia sottoscritto il trattato di non proliferazione, si sia sottoposto per anni ai controlli degli ispettori dell’AIEA, abbia trattato da ultimo con l’amministrazione Trump non è stato sufficiente a evitare il bombardamento da parte di Israele e degli USA. Poiché l’Iran è uno stato teocratico (anche se la sua realtà effettiva non corrisponde alla caricatura che ne fanno i media occidentali) gran parte dei governanti e dei commentatori europei si è sentita autorizzata ad affermare, senza alcuna vergogna, che Israele – il quale possiede un arsenale nucleare e non si sottopone ad alcun controllo – “ha il diritto di difendersi” e dunque di bombardare chi crede.
Ma il doppio standard degli esponenti democratici non è solo fallace nel giudicare la politica estera degli stati sulla base dei loro ordinamenti interni. Alla luce dell’analisi storica esso appare ingiusto e infondato anche nel giudizio di merito sulla democrazia che si sceglie come criterio di valore. Prendiamo il caso di Israele. “L’unica democrazia del Medio Oriente”, ha effettivamente conosciuto, al suo interno, esperienze democratiche importanti, perfino socialistiche, con l’istituzione dei Kibbuz, e un certo cosmopolitismo tollerante. Ma queste si svolgevano, almeno a partire dalla guerra del 1967, sulla base dell’occupazione dei territori palestinesi, su una politica di apartheid di un altro popolo, violando il diritto internazionale. Che demo-crazia, potere del popolo, è quella che si fonda sull’oppressione di un altro popolo? Oggi, dopo l’involuzione autoritaria degli ultimi decenni, dopo che nel 2018 Israele è diventato lo “stato-nazione del popolo ebraico”, mentre consuma un genocidio a Gaza, definirlo una democrazia è un palese oltraggio alla verità.
Ancora più agevole sarebbe mostrare, solo restando nell’ambito degli ordinamenti interni, quanto sia inappropriato definire gli USA uno stato democratico. Emmanuel Todd lo definisce, a ragione, una “oligarchia liberale”, vale a dire uno stato di diritto, ma in mano a ristretti gruppi di potere. Basterebbe ricordare come in America perfino il rito elettorale sia diventato un affare per milionari. Del resto l’amministrazione Trump si è incaricata di rendere evidente questa realtà anche ai più distratti. Ma proprio gli USA mostrano quanto fallace e ingiusto sia elaborare criteri di valore e fare scelte di campo sulla base della loro tradizione democratica. Come si fa a schierarsi con un paese perché lo si considera democratico, mentre opprime altri popoli che hanno diversi ordinamenti, frutto della propria particolare storia, cultura, colonizzazioni subite? È senza valore il fatto che gli USA non solo hanno “esportato” rovinose democrazie, ma molto più spesso hanno abbattuto regimi democratici per imporre dittature? Come ha ricordato un analista americano che ha potuto esaminare negli archivi le tabelle delle operazioni della CIA: «Gli Stati Uniti hanno supportato movimenti autoritari in almeno 44 su 64 operazioni segrete di cambio di regime, incluse almeno sei operazioni in cui cercarono di rimpiazzare governi democratici liberali con regimi autoritari illiberali» (A.O. Rourke, Covert regime change. America’s secret cold war, Cornell University Press, 2021).
Così oggi quello che ormai appare come un vero pregiudizio, la democrazia presunta quale criterio di valore per giudicare le relazioni internazionali, impedisce a molti intellettuali e osservatori onesti di scorgere nell’organizzazione dei Brics il fronte di un nuovo, equo, pacifico, ordine mondiale. Com’è nel loro programma, solennemente riproposto a Kazan nel 2024 e a Rio de Janeiro il 6-7 luglio scorso, i grandi paesi che la compongono perseguono una relazione economica paritaria e cooperativa tra gli stati del globo, che sfugga al dominio unipolare degli USA. Un progetto, dunque, di assetto multilaterale, unica via per impedire un conflitto mondiale. Il fatto che gran parte di questi paesi siano regimi illiberali è ragione sufficiente per non guardare con interesse e favore al loro progetto, visto che quello dell’Unione Europea è la guerra contro la Russia e quello degli USA il conflitto contro la Cina?
«Aiuto, aiuto, la Russia sta per attaccarci!» Parola di briganti guerrafondai
Fabrizio Poggi 06/08/2025 l’AntiDiplomatico
Pare proprio che, per qualche democristiano di lungo corso, la sfida elettorale del 1948 tra Democrazia cristiana e Fronte popolare, si riproponga oggi tale e quale, ignorando la realtà storica e il contesto sociale mutati in oltre settant’anni. All’epoca, si esortavano i cittadini al voto – il primo, dopo il referendum su monarchia o repubblica – onde evitare, dicevano nelle sacrestie e negli oratori, nel timore che l’astensione favorisse il Fronte popolare, forte di un elettorato ben più militante di quello liberal-qualunquista, che l’Italia cadesse sotto il tallone sovietico.
Oggi, gli eredi di quei portavoce di Vaticano, ambasciata yankee e gangli affaristico-latifondistici lanciano l’allarme per quella che sproloquiano essere «la postura aggressiva della Russia in Ucraina: un macigno sulle prospettive del continente europeo e dei suoi giovani». E non solo in Ucraina: in tutto il Baltico, sostengono i moderni baciapile genuflessi all’altare bellicista UE-USA-NATO, si arriva a nutrire «la grave preoccupazione, se non – come viene enunciato – la convinzione, che la Russia, dopo quella all’Ucraina, coltivi il proposito di altre, nuove iniziative di aggressione, a scapito della loro sicurezza se non addirittura della indipendenza di alcuni di essi». Parole di baciapile democristiani che, nel caso specifico, altri non è se non il Presidente Mattarella, che le ha pronunciate al Quirinale il 30 luglio in una devota omelia liberal-bellicista.
A chi volete che importi se l’Unione Sovietica non c’è più dal 1991: si può ben sorvolare sui dettagli; basta mantenere la “sostanza”, anzi la «postura» – accidenti, quando un termine diventa di moda e viene speso a destra e a manca e, peggio ancora, come in questo caso, a sproposito – come dice il signor presidente della Repubblica e quella, la «postura», proclamano a Bruxelles e poi, giù “a cascata”, a Berlino, Roma, Parigi, Londra, ma soprattutto a Varsavia, Riga, Tallin o Vilnius, è tale che il “tallone mortifero“ dell’autocrazia russa è sempre pronto a calpestare il “sacro suolo della patria”, libero e democratico per definizione, minacciato dalle autocrazie del malvagio “asse del male”, tutte dittatoriali per assioma.
Ma sarà davvero così?
La vede più o meno al contrario il politologo ucraino (emigrato in Russia) Rostislav Ishchenko, secondo il quale l’Europa si sta preparando a una grande campagna militare contro la Russia nel giro di alcuni anni: l’Europa «si sta riarmando, sta riequipaggiando i propri eserciti. E non è un solo paese a farlo, ma tutti insieme. E lo fa per la guerra con la Russia… Stanno intraprendendo una campagna verso est. Hanno paura di una campagna mortale, ma stanno andando» in quella direzione.
Secondo Ishchenko, in prima linea ci saranno i paesi dell’Europa orientale e la risposta russa cadrà prima di tutto su di loro: i paesi più grandi, «Francia, Germania, Gran Bretagna, vogliono sacrificare l’Europa orientale proprio come hanno sacrificato l’Ucraina alle loro ambizioni». Ora che l’l’Ucraina è esaurita, sarà la volta dell’Europa orientale a dover combattere. Ecco dunque i discorsi sul «bloccare la flotta russa nel Baltico» per mano estone e finlandese; ecco le continue esercitazioni ai confini russi e i discorsi sulla conquista di Kaliningrad. Insomma, da Parigi, Berlino, Londra intendono indirizzare Varsavia, Helsinki, Tallin contro Mosca, così che la Russia si esaurisca ulteriormente.
L’Europa deve però smetterla di minacciare la Russia, se davvero teme il suo attacco, sbotta l’ex agente CIA Raymond McGovern. Ormai solo i Paesi baltici, rimasti fuori dal tempo e dallo spazio, credono che la Russia attaccherà l’Europa. Signor McGovern, le suggeriamo però di ascoltare anche le parole di certi presidenti, ripiombati di colpo nel 1948: si renderebbe conto che certi discorsi, confezionati nel Baltico, vengo ripresi pari pari anche nel Mediterraneo!
Insomma, dice McGovern, probabilmente nei Paesi baltici qualcuno crede davvero che la Russia li attaccherà: sono quelli che «non hanno capito che l’Unione Sovietica è crollata e che non ci sono prove che Putin avesse intenzione di attaccare l’Europa, fino al golpe a Kiev del febbraio 2014. Dopo che la NATO ha armato l’esercito ucraino a tal punto da renderlo il più potente d’Europa, fatta eccezione per la Russia, allora, ovviamente, tutto è iniziato. Ma prima di allora, non c’erano prove», ha detto McGovern.
In effetti, quale sia la devozione ai dettami USA-UE-NATO da parte dei paesi baltici, lo avevano testimoniato un paio di settimane fa i ministri della guerra di Lituania, Estonia e Lettonia, durante il loro pellegrinaggio a Washington, tanto che il capo del Pentagono, Pete Hegseth li aveva benedetti, portandoli a esempio agli altri membri europei della NATO: «non è una questione di dimensioni, ma di determinazione», nel portare le spese di guerra al 5% del PIL.
Colpito da tanto afflato il ministro della guerra estone Hanno Pevkur aveva assicurato che dal 2026 Tallin spenderà anche più del 5%, mentre il suo omologo lettone, Andris Spruds era rimasto un po’ più sulle sue, pur se altrettanto ossequioso, confermando il canonico 5%. Per non essere da meno, la lituana Dovile Šakaliene aveva detto che i Paesi baltici stanno dando l’esempio a tutti e aveva rilanciato, aumentando il piatto al 6%, ma entro il 2030, invitando comunque gli “alleati europei” a fare lo stesso. Per il momento, Vilnius si prende l’impegno di destinare lo 0,3% del PIL all’acquisto di armi yankee da destinare all’Ucraina e, nella corsa a fare il primo della classe, l’Estonia si appresta a varare, nell’ex località turistica di Parnu, una base militare NATO, in cui verrà dislocato un corpo tedesco-olandese.
A tutti e tre i “poveri” baltici, in premio, una bella pacca sulla spalle da Pete Hegseth.
Questi sono i pacifici baltici che, poverini, devono pur difendersi dal “sicuro attacco” russo all’Europa, anzi a «uno o più paesi europei», così sicuro che uno degli ambasciatori di Mosca, precisamente quello in Italia, Aleksej Paramonov, ha deciso di portarsi avanti col lavoro e, così, «attacca di nuovo Roma», come titola il solito Corriere della Sera, sciorinando poi, a modo suo, s’intende, una serie di dichiarazioni fatte dall’Ambasciatore nel corso di una sua intervista alle Izvestija. Dichiarazioni che lasciano scioccato il redattore Marco Galluzzo, in particolare quando Paramonov si azzarda a ricordare le parole pronunciate da Sandro Pertini all’indirizzo della NATO quale strumento di guerra; del resto, che volete, sbeffeggia il suddetto redattore, Paramonov cita un «discorso in Parlamento (ma risalente al 1949, quando il Partito socialista era schierato su posizioni massimaliste): come dire, “roba d’altri tempi”, il 1949. Già, proprio come le parole di certi presidenti della repubblica. Oltretutto, il redattore del Corriere omette la parte più “scabrosa” dell’intervista alle Izvestija: scabrosa per certi giornalacci e per i clan guerrafondai di Roma, Parigi, Bruxelles e via dicendo. A proposito delle spese militari da portare al 5% del PIL, sull’esempio dei “poveri” baltici, Paramonov constata come in Italia siano in pochi a credere che tali spese siano necessarie a causa della minaccia russa, mentre il governo ribadisce ogni giorno che ciò consente di essere pronti «a respingere un’invasione russa». E, soprattutto, Paramonov constata come la stragrande maggioranza degli italiani si mantenga su posizioni più ragionevoli e pacifiche che non i capintesta guerrafondai di NATO e UE.
Ahi, ahi, signor Ambasciatore, queste cose non si dicono: ne va del cosiddetto “onore” di un governo fascista che, a ogni piè sospinto, giura di godere del «consenso del popolo italiano». E ora, chi glielo dice a Meloni, Tajani, Crosetto, Mattarella, che le masse popolari italiane non credono affatto ad alcuna «postura aggressiva della Russia» e considerano per quello che sono, cioè proclami a vantaggio del complesso militare-industriale, le omelie belliciste sulla Russia che, «dopo quella all’Ucraina, coltivi il proposito di altre, nuove iniziative di aggressione».
Briganti guerrafondai affamatori delle masse e dei lavoratori!
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