IL GOVERNO CANCELLA IL PATRIMONIO DELLE “AREE INTERNE” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL GOVERNO CANCELLA IL PATRIMONIO DELLE “AREE INTERNE” da IL MANIFESTO

Il governo cancella il patrimonio delle «Aree interne»

Aree interne L’appello dei sindaci dopo le polemiche: «Noi crediamo che lo spopolamento non sia un processo irreversibile, ma una sfida politica e culturale»

Marina De Angelis, Filippo Tantillo  15/07/2025

All’inizio di aprile è uscito con ritardo e senza far troppo clamore il Piano Strategico Nazionale Aree Interne 2021-2027 (Psnai). Redatto negli uffici centrali del Ministero per gli Affari europei, il Pnnr e le Politiche di Coesione, rappresenta la nuova linea di indirizzo dello Stato verso le politiche a favore di migliaia di piccoli Comuni italiani, per lo più montani, collinari o rurali.

Ma da qualche giorno il clima di sostanziale indifferenza è completamente cambiato. A scatenare un vero putiferio è stata una frase contenuta a pagina 45 del nuovo Psnai, dove si legge che alcune di «queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma nemmeno essere abbandonate a se stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le accompagni in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento».

Si tratta di una torsione di 360 gradi rispetto alle scelte che hanno orientato le politiche pubbliche negli ultimi 15 anni: di fatto si rinuncia all’idea di invertire la tendenza allo spopolamento delle aree interne contro il quale si combatte in tutta Europa, e che ha visto l’Italia fare da apripista con politiche innovative e investimenti.

I primi a ribellarsi sono stati i sindaci dei comuni delle aree interne. Il loro appello è stato raccolto da molti studiosi e attivisti e l’eco della protesta ha raggiunto anche quotidiani nazionali che considerano l’abbandono di una parte così grande del territorio come una resa che non è né accettabile né opportuna in un paese con una conformazione come il nostro.

Quelle che vengono definite “Aree Interne” rappresentano circa la metà dei comuni italiani e quasi il 60% del territorio nazionale, nel quale risiede oltre il 22% della popolazione, più di 13 milioni di persone, più di quanto ce ne siano in tutto il Belgio (Istat 2023). Fragili ma tutt’altro che povere, le nostre aree interne contengono una parte rilevante del patrimonio culturale e forestale, oltre alle energie che permettono ad un paese piccolo come il nostro di giocare un ruolo importante sul mercato globale nei settori dell’artigianato industriale specializzato e in quello agricolo, attraverso la grande varietà di prodotti che derivano da una agricoltura estremamente diversificata.

Solo da pochi anni un numero crescente di persone ha cominciato a guardare a questa porzione di territorio come ad un’opportunità, una riserva di biodiversità, di varietà produttiva, di beni culturali diffusi, di fonti energetiche primarie. I territori che compongono questo pezzo di Paese sono diventati possibili luoghi strategici per il futuro della nostra economia, spazi dove un numero crescente di cittadini, giovani e migranti, si installano per sperimentare soluzioni inedite ed efficaci in grado di fornirci le coordinate per una reale transizione ecologica dell’economia e nuovi modi di fare società.

Allora perché si decide di rinunciare ad immaginare un futuro per questa parte di paese?

Le cartografie mostrano come le aree destinate allo spopolamento irreversibile sono la quasi totalità delle aree interne del Centro-Sud.

Ma l’alternarsi di notizie allarmate sull’inverno demografico e sull’esplosione della bomba della sovrappopolazione dà la percezione di quanto poco tecnico e molto politico sia l’argomento.

Non bisogna dimenticare che i territori sono interconnessi e che le ripercussioni negative di tali scelte si allungano fino a lambire le grandi città del nostro paese, in termini di congestionamento, degrado ambientale, diseguaglianze crescenti. Forse la vera ragione si trova altrove.

Le scelte del governo contano sulla scarsa reattività dei cittadini di queste aree, ma non è detto che le cose vadano così anche questa volta. Le organizzazioni, le associazioni, le imprese che lavorano e continuano a scegliere le aree interne sono in mobilitazione. Si moltiplicano contestazioni, articoli, prese di posizioni, si progettano atti di disobbedienza civile. «Noi crediamo che lo spopolamento non sia un processo irreversibile, ma una sfida politica e culturale. E come ogni sfida, può essere affrontata e vinta – a condizione che si agisca con visione, risorse e coraggio. Nel nostro piccolo, lo stiamo già dimostrando: nascono nuove attività, arrivano nuovi abitanti, si attivano servizi innovativi e reti di collaborazione. Qui si mette in pratica la transizione ecologica, energetica e digitale. Non accettiamo che tutto ciò venga ignorato o sminuito» si legge nel documento dei sindaci abruzzesi.

Per parte del Mezzogiorno il darwinismo istituzionale

Sud Per il Piano governativo senza investimenti l’area interna appenninica. Al posto di servizi per il futuro (la scuola) più welfare per gli anziani: è la logica della estinzione dei superstiti

Filippo Barbera, Domenico Cerosimo, Antonio De Rossi, Carmine Donzelli  15/07/2025

Irrimediabile, irreversibile, inevitabile sono parole che non dovrebbero comparire nel vocabolario della politica. Anche per questo sono comprensibili le critiche di queste settimane da parte di giornalisti, sindaci, movimenti e associazioni nei confronti del presunto “irreversibile” declino demografico di una moltitudine di paesi dell’interno italiano contenuta nel Piano strategico nazionale delle aree interne (Psnai) della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della Coesione Territoriale (marzo 2025).

Come è ormai è noto, il Psnai prevede che “un numero non trascurabile” di comunità interne con “una struttura demografica compromessa non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita” (Psnai, pp. 45-6). Uno scivolone politico che lascia senza respiro: il governo e la politica, i motori primi della trasformazione possibile e del cambiamento, che accettano e programmano l’“inevitabilità”, che assumono le tendenze come meccanico destino atteso. La demografia, nell’idea del governo, risponderebbe a leggi uniche e ferree, ineluttabili, senza rimedio; una prospettiva che non mette a sistema le numerosissime esperienze di rigenerazione territoriale che, dalle Alpi agli Appennini, hanno visto la rinascita di paesi di volta in volta dati per morti.

Quando sono scritti nei piani governativi, anche gli scivoloni implicano effetti rilevanti sulla realtà, a prescindere se si tratti di una vera o falsa “irrimediabilità”. Perché, appunto, le parole sono pietre che funzionano da indizi e tracce rilasciate in situazioni di basso controllo, “tic” di campo che danno il segno di qualcosa di più profondo. Con importanti conseguenze. Numeri, parole, narrazioni prescrivono fatti, rappresentazioni che condizionano i racconti e l’interpretazione della quotidianità, generano immaginari, stratificano discorsi e sentire comune, modificano la matrice delle opportunità, inducono aspettative, influenzano la costruzione delle agende dei decisori politici locali.

Se il governo scrive in un piano ufficiale che migliaia di comuni sono condannati all’estinzione è come se spingesse a determinare credenze sociali depressive, l’insinuazione nelle élite locali dell’inevitabilità della resa, dell’inutilità degli sforzi per contrastare l’incenerimento. La narrazione sullo spopolamento irreversibile diventa un dispositivo performativo che induce sfiducia, orientamento esclusivo al breve termine, un’ombra che abbassa l’attenzione sui servizi istituenti di futuro, le scuole innanzitutto, e di contro enfatizza il welfare per gli anziani, dei servizi di accompagnamento, per l’appunto, all’estinzione dei superstiti. Il disastro annunciato è tanto più evidente se si considera che la grande maggioranza dei comuni che sarebbero destinati all’estinzione umana definitiva interessa il Mezzogiorno interno, appenninico. Una perdita immane.

Il determinismo non si addice alla demografia. La storia umana mostra un’infinità di casi di inversione delle tendenze, di declino e rinascita di comunità locali, di luoghi rarefatti che sperimentano neo-popolamento. Lo spegnimento demografico di un luogo non è iscritto nella tavola del destino. Diventa inevitabile se si sottraggono sistematicamente potere decisionale e spazio per esercitare la voce ai sindaci, ai consigli comunali, alle associazioni e ai singoli che abitano i paesi interni; se si tagliano trasferimenti monetari ai comuni che si traducono in smantellamento del welfare locale e in un progressivo depauperamento delle capacità progettuali e amministrative; se si persegue un darwinismo istituzionale che cancella o ridimensiona drasticamente la platea degli attori pubblici locali, se si sciolgono le comunità montane, se si declassano le province, se si depotenziano le istituzionali intermedie; se si inibisce la possibilità per gli elettori delle aree marginalizzate di eleggere propri parlamentari e consiglieri regionali a causa di collegi elettorali molto grandi, fuori portata per candidati che abitano in circondari con pochi elettori.

Il benessere non può essere delegato a soggetti terzi, lontani: una buona vita pubblica presuppone densità, protagonismo e rappresentanza istituzionale, così come un buon vivere individuale presuppone attivazione delle persone, singole e associate, una loro legittimazione come soggetti politici dotati di capacità di futuro e non come passivi individui bisognosi o come abitanti di luoghi che non resta che accompagnare verso una dolce e inevitabile morte.

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